Latte, alt alla produzione e più incentivi: scatta il no

Le organizzazioni di settore bocciano la proposta sull’ovicaprino di Talanas (Fi) Vacca, Cia: «Idea suicida per il comparto che tra 3 anni sarebbe ridimensionato»

SASSARI. Una pioggia di “no” da parte delle associazioni di categoria e da gran parte degli allevatori: è quanto ha raccolto la proposta di legge “Interventi urgenti a favore del comparto ovino-caprino per la minimizzazione dei danni da vendita del latte e della carne a prezzo non remunerativo”. È stata presentata venerdì a Nuoro dai consiglieri regionali di Forza Italia Talanas, Cocciu e Cera, con la benedizione della giunta regionale presente con quattro assessori, tra cui quello all’agricoltura Gabriella Murgia. In particolare prevede la riduzione della produzione di latte, in modo da far salire il prezzo attraverso incentivi destinati ai pastori (50-70 euro a capo in lattazione): si impegnerebbero a non mandare in produzione le pecore giovani che rientrino nell’età compresa tra 12 e 48 mesi. A questo scopo sarebbero dedicate risorse pubbliche pari a 60 milioni di euro per tutto il triennio 2021-2023. In pratica viene premiato chi non fa figliare le giovani pecore a un anno di età, facendo sì che non si produca latte (senza l’agnello, si perde anche il premio accoppiato sull’Igp di 6 euro). Il parto avverrebbe dopo i due anni.

Il suicidio del comparto. Il direttore di Cia-Agricoltori italiani Sardegna, Alessandro Vacca, parla di “proposta suicida” e di «seria preoccupazione dinanzi ai tentativi di smantellare per legge processi produttivi che resistono e provano a far reddito. Vediamo nella proposta di legge l’incentivo verso l’uscita dal mercato per circa un terzo delle aziende ovine nel periodo 2021-2023, alla fine del triennio si verificherebbe il ridimensionamento del comparto ovi-caprino sardo con circa 4000 aziende in meno, circa 1 milione di capi cancellati e una riduzione della produzione lattea di circa 120 milioni di litri». Un vero choc per il comparto, anche considerando che «nel mondo cresce la richiesta di latte ovino e dei suoi derivati e la proposta che viene fatta in Sardegna, anziché affrontare il problema, va nella direzione dello smantellamento del sistema». Vacca taccia l’idea dei forzisti di essere una sorta di «cassa integrazione a dispetto delle prospettive positive indicate per questo comparto dalle analisi economiche» e la definisce una «proposta sicuramente dannosa che rischia di creare ulteriori difficoltà al comparto, se attuata. È facile far uscire dal mercato qualsiasi soggetto economico di qualsiasi settore esso sia, ma, è molto difficile farlo rientrare e competere. È questo più dinanzi al fatto che in Sardegna è presente quasi metà del patrimonio ovino italiano».

Dubbi sull’eccedenza. «Premetto che è bene che si parli di questa problematica e che è positivo ragionare con tutti – dice Battista Cualbu, presidente di Coldiretti Sardegna – ma la storia della nostra organizzazione dice che abbiamo sempre puntato tutto sull’idea di valorizzare il prodotto. Questa proposta di pagare l’allevatore per non far produrre le pecore ricorda molto gli incentivi per l’estirpazione dei vigneti sardi attuati una trentina di anni fa. Il risultato fu favorire i francesi che ci “fregarono” i posti negli scaffali, seppure con vini di qualità inferiore. E dovemmo penare non poco per riconquistare le posizioni di mercato. Io voglio ricordare che dalla mammella della pecora tiriamo fuori latte. Se in giro c’è troppo pecorino romano, la scelta non deve essere quella di smettere di produrre, ma va invece aiutato chi vuole diversificare producendo altri tipi di formaggio. Dalle altre Dop, agli spalmabili, a tanti altri prodotti richiesti. Riteniamo che il vero nodo del problema risieda nella commercializzazione, che deve viaggiare di pari passo, a partire già dalla cooperazione». Se si vuole investire – dice Cualbu – sarebbe più apprezzabile la misura già attuata nell’isola che prevedeva un incentivo per la cosiddetta “rottamazione” delle pecore a fine ciclo produttivo. E mette in dubbio il fatto che vi sia un’eccedenza di latte, concetto alla base della proposta. «Certo sono momenti difficili, ma quest’anno può essere positivo con l’aumento di 2 euro al chilo del romano e con la produzione inferiore del 2019».

Regione immobile. «La proposta non ci convince – commenta Pietro Tandeddu, responsabile nazionale settore ovicaprino di Copagri – e tanto per cominciare ci sarebbe da capire se è compatibile con le normative Ue sulla concorrenza. Il ritiro dalla produzione delle pecore può dare un risultato per un anno, ma non è certo strutturale». Ossia guarderebbe all’immediato, ma non al futuro, in pieno stile assistenzialistico. «Il tutto si basa sul presupposto che vi sia un esubero di latte, ma l’industria privata e le cooperative non hanno mai fatto conoscere le quantità di cui hanno bisogno – obietta Tandeddu – Questa misura non risulta razionale perché non aggredisce i nodi del sistema. Non vorremmo che venissero sprecati 60 milioni di euro, che potrebbero essere meglio utilizzati per favorire la diversificazione produttiva, la destagionalizzazione del latte (che sappiamo esservi solo per 6 mesi). E tanti altri problemi per i quali la Regione non avanza alcuna proposta».

Intervento spot. Questo il calcolo che tanti stanno facendo e che anche Tandeddu conferma: una pecora in lattazione produce 150-160 litri di latte all’anno, che pagati a 80 centesimi significherebbero una resa di 120 euro a capo, e con l’agnello a 4 euro ci sono da mettere nel conto una quarantina di euro a capo. Insomma, con 50-70 euro a capo, come previsto dalla proposta di legge, l’allevatore incasserebbe molto meno. «Insomma siamo di fronte a un intervento spot, che non affronta il dramma del comparto ovicaprino».

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