Taglio dei parlamentari isola appesa al referendum

Con la riforma la Sardegna vedrà ridursi i suoi rappresentanti a Roma: da 25 a 16. Cucca, Iv: obbrobrio giuridico, va bocciata. Marilotti, M5s: dirò sì ma con correttivi

SASSARI. Saranno le urne a decidere se l’isola dovrà o meno perdere 9 parlamentari su 25. Le firme di 71 senatori hanno aperto la via al referendum confermativo della legge costituzionale che la Camera a ottobre ha votato quasi all’unanimità. Insomma, il via libera al taglio dei parlamentari deve ancora superare l’ostacolo del referendum. Che per alcuni rappresenta l’extrema ratio per impedire che la Sardegna veda decimata la sua rappresentanza a Roma. Il tutto per un risparmio che appare irrisorio: appena 1 euro e 35 centesimi a cittadino all’anno. Più o meno il costo di un caffè.

Un prezzo molto alto per la Sardegna. Ed è questo che da qui al referendum cercherà di spiegare Giuseppe Luigi Cucca, senatore di Italia Viva, l’unico parlamentare sardo che si è opposto pubblicamente al taglio dei parlamentari. In aula ha sempre votato no. È vero che ai tempi il centrosinistra intero aveva bocciato la riforma voluta da Movimento 5 stelle e Lega, ma Cucca ha assicurato che, se la votazione fosse avvenuta successivamente alla nascita del Conte II, avrebbe lo stesso preso le distanze dal suo gruppo. E di fatto così farà nella campagna di primavera. Il suo nome non compare tra i 71 senatori che hanno fatto richiesta del referendum («è stata una scelta del gruppo») ma il suo no al quesito è più che certo.

«Io mantengo la mia posizione – dice il senatore di Italia Viva –. Così com’è stata strutturata porta soltanto danni. Noi corriamo fortemente il rischio di vedere diminuita la rappresentanza in Parlamento. La nostra è una realtà territoriale differente rispetto ad altre regioni. Ci sono tante isole nell’isola». Per Cucca l’unica ciambella di salvataggio per l’isola potrebbe arrivare dalla legge elettorale.

«È il solo rimedio per garantire una rappresentanza alle regioni, non il diritto di tribuna, come se ne sta parlando ora – dice il senatore con riferimento al Germanicum proposto da Movimento 5 stelle, Pd e la stessa Italia Viva –. Insisto dunque nel dire che bisognerà bocciare con il referendum quella legge, approvata solo per un fatto demagogico. Non serve a nulla, ci sarebbero mille altre cose da abolire, ma non la rappresentanza. Le ragioni le stiamo ripetendo da mesi e continuerò a farlo fino al referendum. Per la Sardegna è un obbrobrio giuridico e i costi della struttura e del personale rimarrebbero gli stessi».

Chi invece confermerà il suo sì alla riforma nell’urna è Gianni Marilotti, senatore del Movimento 5 stelle. Eppure il suo nome è tra i 71 - c’è anche un altro sardo, Emilio Floris di Forza Italia - che hanno sottoscritto la richiesta di referendum. «Credo che per una riforma così importante sia necessaria una conferma popolare – sostiene il senatore dei 5 stelle –. Il mio è un atto ad adiuvandum, di certo non per bocciare la legge. A mio avviso, è necessario approfondire alcuni profili della riforma. Il taglio va anche bene ma ci sono alcuni aspetti che riguardano i collegi elettorali, il fatto che alcune regioni contrariamente al dettato costituzionale rischiano di non avere senatori, o regioni a statuto speciale come la Sardegna che vedrebbero la loro rappresentanza ridotta. Il referendum dovrà aprire una discussione, approfondire il dibattito come è giusto che sia. Credo si arriverà a una sintesi».

Marilotti esclude che dietro la sua firma ci siano tatticismi sul futuro della legislatura, come è successo nelle ultime ore con senatori che hanno ritirato le firme e altri che le hanno apposte. «Io con questi calcoli non c’entro nulla – dice –. Mi sembra un esercizio corretto del ruolo di parlamentare avere consentito la raccolta delle firme. Tutti i partiti hanno votato la riforma e trovare una forza politica che raccogliesse le firme non era possibile». Non nega che però in casa 5 stelle qualcuno abbia mostrato perplessità sul suo nome nella lista dei 71 senatori. «Tra i miei elettori, tra gli attivisti c’è chi mi ha detto che in questo modo favorivo i costi della politica. Ma il referendum è un costo della democrazia e va messo in conto. D’altronde il Movimento 5 stelle si richiama alla democrazia diretta, che si applica anche tramite il referendum».

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