La Nuova Sardegna

Bere acqua dal rubinetto? No dei sardi: è rischioso

di Giovanni Bua
Bere acqua dal rubinetto? No dei sardi: è rischioso

Dallo studio di un team di ricercatori sassaresi emerge una estrema diffidenza E le centinaia di ordinanze, poco chiare e incomplete, complicano il quadro 

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SASSARI. Bere l’acqua che sgorga dai rubinetti? Troppo rischioso. Indipendentemente dal fatto che siano attive o meno ordinanze di non potabilità, che sono generiche, confuse, e di fatto assolutamente inutili. È una bocciatura senza appello quella che i sardi riservano al loro sistema idrico, al suo gestore Abbanoa, alle aziende sanitarie che controllano la qualità dell’acqua, agli enti locali che emanano le centinaia di ordinanze che ne limitano il consumo. Nessuno di loro sa come comunicare in maniera completa, puntuale ed esaustiva. E questo aumenta a dismisura la percezione del rischio da parte dei cittadini. Che, nel dubbio, l’acqua di rubinetto si guardano bene dal consumare.

A metterlo nero su bianco lo studio di Marco Dettori , Antonio Azara, Erika Loria, Andrea Piana, Maria Dolores Masia, Alessandra Palmieri, Andrea Cossu e Paolo Castiglia, ricercatori delle facoltà di Medicina e Architettura dell’università di Sassari, che hanno pubblicato sull’International Journal Enviromental Research and Public ealth un articolo dal titolo “Diffidenza della popolazione sulla sicurezza dell'acqua potabile. Analisi di indignazione della comunità, previsione e gestione”.

Per realizzarlo i ricercatori hanno usato il software “outrage prediction & management”, nato negli anni ’90 per mano di una società di consulenza australiana e basato sulle teorie del sociologo statunitense Peter Sandman legate all’importanza della percezione del rischio. Software che, in estrema sintesi, crea uno scenario di riferimento e verifica come un campione selezionato e rappresentativo giudica una serie di situazioni legate al tema in esame (sono più di 200) arrivando a misurare in maniera ponderata quale sia la percezione di rischio in una scala determinata.

I ricercatori hanno innanzitutto “calato” il software nella realtà isolana: la Sardegna è infatti la regione con un più alto numero di bacini artificiali destinati alla produzione di acqua potabile in Italia, e questo causa un importante calo della qualità dell’acqua prodotta, un aumento considerevole delle ordinanze di non potabilità, e un consumo pro capite di acqua in bottiglia che non ha eguali nel resto della nazione.

La scarsa qualità, le proprietà organolettiche in declino e le frequenti interruzioni dell'approvvigionamento, ripetute nel corso degli anni, hanno dunque influenzato profondamente la percezione che i sardi hanno dell’acqua che sgorga dai rubinetti, con la popolazione che è altamente sospettosa e scoraggiata su un eventuale consumo.

Ricostruito il “contesto di partenza” il team ha poi caricato tutte le ordinanze pubblicate nei siti web istituzionali dal 2000 al 2015, complessivamente 417. E analizzato il livello di completezza delle informazioni contenute in tali ordinanze. Ed è emerso che nel 53,2% dei casi le ordinanze riportavano solo il parametro fuori norma senza nessuna altra indicazione su eventuali rischi per la salute. E il 40,5% addirittura segnalava solo generici problemi.

Infine, attivando il questionario su come una serie di azioni venivano percepite dal campione, calcolato il livello di percezione del rischio della comunità. Il risultato è stato ben oltre la soglia massima “tollerabile”, con i ricercatori che, registrato il dato, si sono spinti oltre, modificando alcuni “parametri” (comportamenti) e verificando che con queste modifiche la percezione del rischio tornava sotto il livelli di guardia. A essere vincente è stato il cambio sostanziale delle strategie di comunicazione, che dovrebbero essere particolarmente incentrate sul ripristino della “reputazione” delle autorità e della percezione che il pubblico ha nei suoi confronti. Il consiglio è di dotarsi di linee guida per la corretta gestione della comunicazione del rischio, basata su conoscenze consolidate e sulle migliori pratiche disponibili. è fondamentale che i messaggi siano chiari, competi ed efficaci. E che viaggino su canali in cui siano facilmente reperibili.

Bene insomma rimettere in piedi la rete idrica, ma meglio prima di tutto imparare a “comunicare” risultati e problemi. Per riconquistare la fiducia dei sardi, e farli di nuovo avvicinare al consumo della loro amata, odiata, agognata acqua.

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