Latte, un anno fa la rivolta per un prezzo più giusto

Gli sversamenti, l’attenzione dei media e della politica in campagna elettorale Poi l’accordo sui 74 centesimi e i milioni per la filiera. Ma tutto si è bloccato 

SASSARI. Forse quel latte non è stato gettato via invano, ma la protesta non è mai finita perché i problemi strutturali sono stati lasciati insoluti. Un anno fa ebbe inizio la protesta dei pastori non più disposti ad accettare un sistema che di fatto li pone alla mercè di speculazioni e sbalzi di mercato, non più disposti ad accettare la miseria dei 60 centesimi con il quale venivano compensati per un litro fornito ai trasformatori. L’attesa aveva fatto montare la rabbia e in più zone dell’isola partirono a sorpresa non semplici blocchi stradali, ma gli sversamenti di latte, simbolo del sacrificio di un lavoro che è meglio sprecare piuttosto che regalarlo. E le grida contro politica industriali visti come nemici.

Mancavano poche settimane alle elezioni regionali e quelle immagini furono come una granata nelle coscienze e bucarono lo schermo di tutti i tg nazionali e persino esteri. Di colpo tutti si accorsero del problema, anche i politici impegnati nella campagna elettorale, che gettarono la vertenza nel calderone, anzi, ne fecero l’ingrediente principale, con Salvini che sbarcò nell’isola promettendo che non si sarebbe alzato dal tavolo delle trattative sinché il latte non fosse salito a 1 euro, operazione fattibile «entro 48 ore», disse. E dopo le urne del 24 febbraio l’interesse della politica, con la giunta per mesi in sospeso, si placò di colpo.

Nel frattempo alla protesta del latte versato si accompagnarono altri generi di manifestazioni meno civili, con l’assalto alle cisterne e ai furgoni che trasportavano prodotti agroalimentari, che nulla c’entravano, i cui contenuti venivano sparsi per terra, e addirittura si verificarono atti criminali con i mezzi bruciati e gli autisti minacciati da incappucciati armati.

Furono organizzati dei vertici per provare a risolvere alla radice il male che attanaglia la filiera, legata a doppio filo agli sbalzi del pecorino romano. L’8 marzo negli uffici della Prefettura di Sassari il tavolo cui parteciparono tutte le parti, compresi i leader della protesta, stabilì che il latte ovino sarebbe stato pagato 72 centesimi al litro per il mese di febbraio e 74 centesimi a partire da marzo sino a fine campagna, come acconto. Si stabilì una griglia legata al pecorino e a novembre 2019, al momento del saldo, si prevedeva di poter pagare il latte a un euro grazie al decreto agricoltura, che metteva a disposizione del comparto 29 milioni, cui si aggiungevano i 18 della Regione e i 10 del Banco di Sardegna. Poi il cambio di governo nazionale, lo scaricabarile tra assessorato all’agricoltura e ministero, il prezzo degli industriali che non si schioda dai 74 centesimi. I problemi di base restano uguali a un anno fa e a pagare sono sempre i pastori.

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