La Nuova Sardegna

L’ex alunno sale in cattedra a Tempio: «Così salvo i migranti»

di Giuseppe Pulina
L’ex alunno sale in cattedra a Tempio: «Così salvo i migranti»

Il 31enne Minarelli, soccorritore marittimo, è intervenuto nel suo vecchio liceo

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TEMPIO. È salito in cattedra per un giorno nella scuola di cui è stato studente. Ha parlato di vite umane, dedizione professionale e dell’impegno che mette quotidianamente nel lavoro che tanto gli piace fare. C’è chi, come il suo ex insegnante di filosofia al liceo, Nicola Comerci, lo considera una sorta di eroe di nuova generazione. Per lui, invece, è tutto normale, anche se, a dire il vero, di ordinario in chi per mestiere salva la vita degli altri c’è davvero poco. Trentunenne, tempiese, originario di Nuchis, Matteo Minarelli ha tante storie da raccontare, perché da quando è diventato soccorritore marittimo, la vita degli altri è diventata anche la sua. Di lui, nei mesi scorsi, si sono occupati i mezzi di informazione quando l’attenzione dell’opinione pubblica era tutta concentrata sul possibile e ritardato sbarco sulle coste italiane dei migranti che da molti giorni si trovavano a bordo di Open Arms. Il suo viso e le sue parole rimbalzarono allora attraverso gli schermi di molte tv nazionali. Per Matteo, operativo dal 2018 a Lampedusa, quella non fu la prima esperienza di salvataggio di vite umane contese alla profondità e alle onde del mare. Fa parte di una squadra ristrettissima di militari della marina scelti per fronteggiare situazioni di estrema difficoltà. Il premio (e non potrebbero essercene di più gratificanti) è la gratitudine di chi rischia di morire perché ha scelto di attraversare il mare su un canotto malridotto. «È un lavoro senza trofei – ha detto Matteo – agli studenti del Dettori – potrebbe cambiarvi la vita in meglio come ha fatto con me perché non c’è niente di più esaltante che strappare un sorriso a un bambino a cui salvi la vita».

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I soccorritori marittimi in tutta Italia sono al momento meno di venti. Precisamente, 18, tre dei quali sardi. Matteo lavora a Lampedusa, piccolo crocevia di tanti destini disperati. È qui che ha messo su casa, si è sposato con Rossella, che fa la maestra nella piccola isola siciliana e dalla quale ha avuto una bambina, Laura, di quattro mesi. Grazie a loro il lavoro che fa gli sembra più facile di quanto sia in realtà. Il suo compito è quello di garantire un approdo sicuro a chi rischia la vita in mare. Ne ha salvato tante di vite, ma non sempre è stato possibile. «Per capire ciò che accade devi viverlo di persona come ho fatto io; solo così capisci veramente il dramma dell’immigrazione». Per Matteo non c’è un’operazione di salvataggio che meriti di essere ricordata più di altre. Nei suoi ricordi c’è, comunque, il primo salvataggio al quale, non ancora munito del titolo di soccorritore, gli capitò di assistere. «Era il 24 ottobre di quattro anni fa; la vedetta uscì per soccorrere un barchino di migranti minorenni che si era spiaggiato sull’isola dei Conigli. Uno di quei ragazzi che non sapeva nuotare perse la vita in mare». Un altro barchino di migranti disperati è nella memoria di Matteo. «Era notte – racconta – e il mare era grosso. Tra le persone che salvammo c’era una bambina, forse maghrebina, che presi in braccio. Lì capii che facevo qualcosa che mi piaceva». In questi giorni in Sardegna per far visita ai familiari, Matteo sta per rientrare a Lampedusa. Il tempo è bello e la primavera si avvicina, ma questa, per uno che fa il suo mestiere, non è sempre una bella notizia. È, infatti, in estate che gli sbarchi si moltiplicano, facendo a volte del Mediterraneo una liquida distesa di corpi inanimati. Matteo sa che i migranti si mettono in mare perché spinti dalla disperazione. Ovviamente non capisce la loro lingua, ma grazie ai mediatori ora conosce le ragioni della loro incredibile determinazione. «I loro racconti fanno capire che scappano da guerre, violenze, carestie, per un futuro migliore». Questo duro lavoro di soccorritore che senza esitazione deve gettarsi tra le onde del mare per salvare vite umane piace a Matteo come nessun altro mestiere al mondo. «Mi ritengo contento e fortunato, e quel che desidero sopra ogni cosa è stare con la mia famiglia e fare al meglio il lavoro che amo».
 

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