SIAMO POCHE MA PIÙ BRAVE DEGLI UOMINI
di VALENTINA PROSPERI*
Oggi è la giornata internazionale Onu delle Donne nella scienza. Una di quelle celebrazioni ufficiali che rischiano di avere il sapore agro di una consolazione. È una ricorrenza di recente...
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Oggi è la giornata internazionale Onu delle Donne nella scienza. Una di quelle celebrazioni ufficiali che rischiano di avere il sapore agro di una consolazione. È una ricorrenza di recente istituzione – dicembre 2015 – e prende atto che “le scienze e l’eguaglianza di genere sono entrambi vitali per il raggiungimento degli obiettivi concordati globali”, ma che “donne e bambine continuano a essere escluse da una piena partecipazione alle scienze”. Meno del 30% di tutti i ricercatori del mondo sono donne; solo il 30% delle ragazze che entrano all’università si iscrive a uno dei settori Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e sul numero totale di iscritti Stem le donne sono tra il 5 e l’8 (dati Unesco 2014-16). Secondo i Rapporti 2018 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, tra i laureati italiani Stem la componente maschile raggiunge il 59%, mentre tra i laureati non Stem prevalgono le donne (quasi 2 su 3). In Italia le studentesse Stem conseguono risultati più brillanti degli uomini, con un voto di laurea più alto e una maggiore regolarità negli studi. Man mano che si avanza il divario di genere si allarga: già al livello del dottorato le donne nei settori Stem calano al 41% (dato 2012). Anche l’analisi dei dati Miur (al 2019) fotografa un’università italiana nella quale la percentuale di donne è intorno al 38%, ma decresce man mano che si sale nei gradi della carriera accademica: le donne sono tra il 41 e il 49 dei ricercatori, ma il 38% dei professori associati e il 24% dei professori ordinari. La situazione è migliorata dal 2000, quando le prof ordinarie erano appena il 13%. Di questo passo, tuttavia, la parità verrebbe raggiunta solo nel 2060. Che fare per invertire la tendenza? Parlare di quote rosa nella ricerca è rischioso: l’unico criterio dovrebbe essere il merito e il libero confronto. In Italia le donne sono sotto rappresentate a tutti i livelli della funzione e della comunicazione pubblica – salvo poi essere brandite come bandiere quando serve. L’ultimo caso è quello delle ricercatrici italiane che hanno isolato il Coronavirus; “tre angeli” le ha definite un quotidiano, un tic linguistico sconfortante quanto rivelatorio: Italia, paese della mamma, dell’angelo del focolare. Alle periodiche proteste delle donne gli uomini ribattono che invece di lagnarci dovremmo imparare a essere più assertive, a fare squadra. A loro non manca la fiducia in se stessi. È istruttivo leggere i risultati di una ricerca pubblicata sul British Medical Journal: i tre autori (uomini) hanno scoperto che i professori Stem maschi americani elogiano le proprie ricerche in termini molto più entusiastici di quanto non facciano le colleghe donne. Questo contribuisce a una diffusione più rapida delle pubblicazioni degli uomini, che si aggiudicano gran parte dei fondi di ricerca. Il primo passo per cambiare le cose è cambiare il linguaggio con il quale le raccontiamo; ricercatrici, basta understatement e buone maniere: se siamo brave, diciamolo.
*delegata rettorale per la Ricerca Università di Sassari
*delegata rettorale per la Ricerca Università di Sassari
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