Inchiesta per bancarotta Scanu ritorna in libertà
Nessun pericolo di fuga o reiterazione: il gip Casula accoglie l’istanza della difesa L’imprenditore ha trascorso 4 mesi e 10 giorni tra carcere e domiciliari
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CAGLIARI. Dopo quattro mesi e dieci giorni trascorsi fra carcere e custodia domiciliare, l’ex numero uno di Confindustria e di Sogaer Alberto Scanu (53 anni) di Cagliari, è tornato in libertà. A decidere per la revoca della misura cautelare firmata il 12 ottobre dell’anno scorso è stato il gip Giampaolo Casula, che nel provvedimento ha rilevato come la condotta del manager nel corso della detenzione sia stata corretta e come non sussistano più i pericoli di reiterazione dei reati e di fuga. Circa un mese fa lo stesso giudice aveva respinto un’istanza analoga presentata dal difensore, l’avvocato Rodolfo Meloni, che qualche giorno fa l’ha reiterata subito dopo un ricorso per Cassazione, ottenendo stavolta l’assenso del magistrato.
L’inchiesta giudiziaria che a suo tempo aveva portato all’arresto dell’ex leader della Confindustria sarda, è chiusa con la conferma di una ricostruzione accusatoria estremamente pesante, dove Scanu - stando alla Procura - si troverebbe al centro di un vasto intreccio di società finite in bancarotta che avrebbero creato un giro vorticoso di denaro, secondo la Guardia di Finanza vicino ai 60 milioni di euro. Le aziende, secondo il pm Giangiacomo Pilia e la Guardia di Finanza, sarebbero state prima svuotate e poi fatte fallire. Secondo l’ordinanza per le misure cautalari firmata a suo tempo dal giudice Casula «sin dal 1997 è stata posta in essere una sistematica e dolosa spoliazione delle componenti attive delle varie società, in favore del dominus Alberto Scanu e della sorella Laura, oltre che degli altri soggetti coinvolti nella multiforme vicenda». Spoliazione, a leggere il provvedimento del magistrato, realizzata facendo girare i rami d’azienda produttivo delle varie società per poi indirizzare il ricavato a favore di Scanu e della sorella. In altre parole fallimenti pilotati, con l’obbiettivo di portare a casa la polpa, lasciando i rifiuti ai creditori. Le prove di queste operazioni illegali - secondo la Procura - sono state acquisite dalla Guardia di Finanza e saranno la base per sostenere le accuse davanti al giudice dell’udienza preliminare ed eventualmente davanti al tribunale in composizione collegiale.
Scanu e gli altri dieci indagati hanno già ricevuto gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, documenti che non contengono alcuna modifica sostanziale dell’impianto accusatorio sostenuto fin dal periodo degli arresti. Nel provvedimento si fa riferimento a trenta ipotesi di reato tra bancarotta, semplice, bancarotta fraudolenta per distrazione e altri reati che a suo tempo avevano fatto scattare le misure cautelari, un fatto clamoroso di cui non si sono ancora spenti gli echi a Cagliari.
Confermate quindi le accuse per i fratelli Alberto e Laura Scanu, il commercialista sardo Giovanni Pinna e il collaboratore Valdemiro Giuseppe Peviani. Indagini chiuse anche per gli altri indagati, finiti a vario titolo nell'inchiesta: si tratta di Paolo Zapparoli, originario di Varese e residente a Milano, Pier Domenico Gallo, di Cossano Belbo in provincia di Cuneo con residenza in Svizzera, Paolo Moro di Milano, Caterina Della Mora, nata a Udine e residente a Lugano, Domenico Falchi, di Macomer, Enrico Gaia e Francesco Zurru di Cagliari. Perchè il procedimento approdi al giudizio serve ora che la Procura chieda l’udienza preliminare. (m.l)
L’inchiesta giudiziaria che a suo tempo aveva portato all’arresto dell’ex leader della Confindustria sarda, è chiusa con la conferma di una ricostruzione accusatoria estremamente pesante, dove Scanu - stando alla Procura - si troverebbe al centro di un vasto intreccio di società finite in bancarotta che avrebbero creato un giro vorticoso di denaro, secondo la Guardia di Finanza vicino ai 60 milioni di euro. Le aziende, secondo il pm Giangiacomo Pilia e la Guardia di Finanza, sarebbero state prima svuotate e poi fatte fallire. Secondo l’ordinanza per le misure cautalari firmata a suo tempo dal giudice Casula «sin dal 1997 è stata posta in essere una sistematica e dolosa spoliazione delle componenti attive delle varie società, in favore del dominus Alberto Scanu e della sorella Laura, oltre che degli altri soggetti coinvolti nella multiforme vicenda». Spoliazione, a leggere il provvedimento del magistrato, realizzata facendo girare i rami d’azienda produttivo delle varie società per poi indirizzare il ricavato a favore di Scanu e della sorella. In altre parole fallimenti pilotati, con l’obbiettivo di portare a casa la polpa, lasciando i rifiuti ai creditori. Le prove di queste operazioni illegali - secondo la Procura - sono state acquisite dalla Guardia di Finanza e saranno la base per sostenere le accuse davanti al giudice dell’udienza preliminare ed eventualmente davanti al tribunale in composizione collegiale.
Scanu e gli altri dieci indagati hanno già ricevuto gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, documenti che non contengono alcuna modifica sostanziale dell’impianto accusatorio sostenuto fin dal periodo degli arresti. Nel provvedimento si fa riferimento a trenta ipotesi di reato tra bancarotta, semplice, bancarotta fraudolenta per distrazione e altri reati che a suo tempo avevano fatto scattare le misure cautelari, un fatto clamoroso di cui non si sono ancora spenti gli echi a Cagliari.
Confermate quindi le accuse per i fratelli Alberto e Laura Scanu, il commercialista sardo Giovanni Pinna e il collaboratore Valdemiro Giuseppe Peviani. Indagini chiuse anche per gli altri indagati, finiti a vario titolo nell'inchiesta: si tratta di Paolo Zapparoli, originario di Varese e residente a Milano, Pier Domenico Gallo, di Cossano Belbo in provincia di Cuneo con residenza in Svizzera, Paolo Moro di Milano, Caterina Della Mora, nata a Udine e residente a Lugano, Domenico Falchi, di Macomer, Enrico Gaia e Francesco Zurru di Cagliari. Perchè il procedimento approdi al giudizio serve ora che la Procura chieda l’udienza preliminare. (m.l)
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