La protesta dei benzinai riparte dalla Sardegna
Al Mise i gestori di pompe di servizio dell’associazione Angac, nata nell’isola «Ogni litro di carburante ci rende solo 2 centesimi, pronti a manifestare»
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SASSARI. “Schiavi del caporalato petrolifero” è la scritta sulle t-shirt dei gestori di pompe di carburante utilizzata per le loro proteste. Quando si va a fare il pieno non si pensa mai al fatto che dietro l’attività di chi lavora nelle stazioni di servizio c’è tanto scontento e che i suoi guadagni siano incredibilmente ridicoli specie se paragonati al volume d’affari delle compagnie petrolifere: solo 2 centesimi al litro. In questa lotta la Sardegna è in prima fila perché nell’isola lo scorso anno è nata l’Angac, un’associazione che raggruppa chi non si sente più rappresentato dai sindacati di settore e che sta conquistando adepti anche oltre Tirreno.
Una rappresentativa del suo direttivo nei giorni scorsi è stata a Roma per esporre i suoi problemi e le sue richieste al Ministero per lo sviluppo economico, ricevuta dai funzionari Donatella Castrini e Guido Di Napoli, della divisione Mercato e logistica dei prodotti petroliferi e dei carburanti. «Dal 2002 gli accordi sul prezzo massimo imposto hanno consegnato il gestore alle compagnie petrolifere – così motivano le loro scelte quelli dell’Angac – e successivi accordi al ribasso ci hanno portato allo stato attuale che tutti conosciamo. Il margine di guadagno si è ridotto del 50%, nello stesso tempo sono aumentati del 40 per cento i costi di gestione dovuti anche a nuovi sopraggiunti oneri e adempimenti. Enormi sono gli interessi in gioco tra chi vuole i gestori indipendenti e liberi imprenditori e chi preferisce tenerli deboli vincolati da un margine che li rende dipendenti subalterni delle compagnie. Come Angac stiamo lottando per far valere i diritti che per troppo tempo sono stati sacrificati».
Al Mise l’Angac ha spiegato che «il gestore, attraverso il prezzo di acquisto del carburante imposto, e un prezzo di vendita definito eufemisticamente “consigliato”, che però è imposto a tutti gli effetti, non è più un libero imprenditore». E che un impianto medio da 1 milione di litri – dicono i gestori – ha un margine fisso di circa 3 centesimi al self e di 2 centesimi in più sul servito incamerato quasi totalmente senza nessuna giustificazione dalla compagnia nonostante sia unicamente frutto del lavoro del gestore. «Tolti i costi di gestione ci restano pochi euro all’ora, in altri settori si sarebbe gridato allo scandalo». E poi i pagamenti elettronici, con commissioni bancarie calcolate sul costo totale del litro di carburante e non sul risicato margine del gestore. E il bancomat è ormai il mezzo di pagamento principale.
Al Mise l’Angac ha chiesto di riequilibrare tutte queste storture, tra le altre cose liberalizzando il prezzo di vendita, eliminando l’espropriazione del maggior prezzo del servito, ponendo a carico del cliente le commissioni bancarie. E annuncia: se non vedessimo risposte concrete attueremo forme di protesta già a partire dal 30 marzo, con blocco del servito, delle carte petrolifere, di credito e bancomat, con impianti chiusi e disponibili in self e solo pagamenti in cash, senza gestore». (a.palmas)
Una rappresentativa del suo direttivo nei giorni scorsi è stata a Roma per esporre i suoi problemi e le sue richieste al Ministero per lo sviluppo economico, ricevuta dai funzionari Donatella Castrini e Guido Di Napoli, della divisione Mercato e logistica dei prodotti petroliferi e dei carburanti. «Dal 2002 gli accordi sul prezzo massimo imposto hanno consegnato il gestore alle compagnie petrolifere – così motivano le loro scelte quelli dell’Angac – e successivi accordi al ribasso ci hanno portato allo stato attuale che tutti conosciamo. Il margine di guadagno si è ridotto del 50%, nello stesso tempo sono aumentati del 40 per cento i costi di gestione dovuti anche a nuovi sopraggiunti oneri e adempimenti. Enormi sono gli interessi in gioco tra chi vuole i gestori indipendenti e liberi imprenditori e chi preferisce tenerli deboli vincolati da un margine che li rende dipendenti subalterni delle compagnie. Come Angac stiamo lottando per far valere i diritti che per troppo tempo sono stati sacrificati».
Al Mise l’Angac ha spiegato che «il gestore, attraverso il prezzo di acquisto del carburante imposto, e un prezzo di vendita definito eufemisticamente “consigliato”, che però è imposto a tutti gli effetti, non è più un libero imprenditore». E che un impianto medio da 1 milione di litri – dicono i gestori – ha un margine fisso di circa 3 centesimi al self e di 2 centesimi in più sul servito incamerato quasi totalmente senza nessuna giustificazione dalla compagnia nonostante sia unicamente frutto del lavoro del gestore. «Tolti i costi di gestione ci restano pochi euro all’ora, in altri settori si sarebbe gridato allo scandalo». E poi i pagamenti elettronici, con commissioni bancarie calcolate sul costo totale del litro di carburante e non sul risicato margine del gestore. E il bancomat è ormai il mezzo di pagamento principale.
Al Mise l’Angac ha chiesto di riequilibrare tutte queste storture, tra le altre cose liberalizzando il prezzo di vendita, eliminando l’espropriazione del maggior prezzo del servito, ponendo a carico del cliente le commissioni bancarie. E annuncia: se non vedessimo risposte concrete attueremo forme di protesta già a partire dal 30 marzo, con blocco del servito, delle carte petrolifere, di credito e bancomat, con impianti chiusi e disponibili in self e solo pagamenti in cash, senza gestore». (a.palmas)
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