La solidarietà dei pastori: «Aiutiamo la nostra gente»
di Claudio Zoccheddu
Collette e raccolte anche dalla categoria in crisi e i donatori restano anonimi «Il sostegno fa parte del nostro dna, non dimentichiamo chi era in piazza con noi»
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SASSARI. Il loro è un mestiere antico, ancestrale. E proprio dalla Storia arriva la sintesi del pensiero che accomuna migliaia di pastori che resistono alle bizze di un mercato che appena un anno fa rischiava di accompagnarli verso il fallimento, lavorano e destinano una parte dei loro guadagni alla solidarietà e al sostegno. Ma, come scriveva Seneca duemila anni fa: «Chi ha fatto un beneficio taccia: lo dica chi lo ha ricevuto». E così i pastori che si sono schierati al fianco dei loro concittadini preferiscono rimanere anonimi e non vogliono che un nome, o un volto, venga affiancato all’acquisto di materiale sanitario destinato alle Pro Loco e preferiscono che la donazione fatta all’ospedale di riferimento non venga pubblicizzata. «Lo abbiamo sempre fatto – spiega un allevatore – ma come non ci piace quando viene pubblicizzata sa paradura, che per noi è una forma di sostegno sempre esistita, allo stesso modo speriamo che nessun nome salti fuori dalle collette a cui abbiamo partecipato e a quelle a cui parteciperemo. Siamo solidali di natura, lo impone l’amore che abbiamo per la nostra terra e la nostra memoria. Perché i pastori ricordano il sostegno che abbiamo ricevuti dai nostri conterranei quando protestavamo per ottenere un prezzo del latte dignitoso. Noi non dimentichiamo».
Benefattori anonimi. Non li smuove nulla: nomi, quote e acquisti devono restare nelle chat di WhatsApp che utilizzano per coordinarsi, per raccogliere le donazioni e per destinarle al sostegno dei presidi sanitari. Solo i destinatari delle donazioni sapranno chi ringraziare per uno sforzo di solidarietà che arriva da una categoria che ha rischiato, poco più di un anno fa, di abbandonare pascoli e bestiame per colpa di un mercato che non riconosceva il loro lavoro. I primi blocchi stradali iniziarono a febbraio, quando il prezzo del latte sembrava destinato a precipitare sono la soglia dei 50 centesimi al litro. Poi la mobilitazione divenne popolare e fu la gente a garantire un sostegno alla vertenza che i pastori non hanno dimenticato e che, silenziosamente, adesso cercano di ricambiare rinunciando a una parte dei guadagni degli ultimi conferimenti. Nonostante tutto. Perché la guerra del latte non è ancora finita e perché il Covid-19 potrebbe diventare un altro ostacolo nella corsa alla normalità partita un anno fa dalle campagne.
Le difficoltà. «I pastori poi non possono interrompere il loro lavoro continua l’allevatore–. Dobbiamo accudire le bestie ogni giorno, anche se gli spostamenti adesso sono complicati e devono essere giustificati da esigenze reali, e dobbiamo fare i conti con una vertenza ancora in piedi, e tutta da scrivere. Non abbiamo ottenuto quello che volevamo ed è ovvio che la crisi c’è anche per noi. Con tutte le pizzerie e ristoranti chiusi, ad esempio, i formaggi non si vendono mica come prima». Loro, però vanno avanti. Non parlano ma c’è chi lo fa per loro, come una cooperativa del Marghine che grazie alle donazioni dei suoi soci ha raccolto 100mila euro da destinare all’emergenza.
Benefattori anonimi. Non li smuove nulla: nomi, quote e acquisti devono restare nelle chat di WhatsApp che utilizzano per coordinarsi, per raccogliere le donazioni e per destinarle al sostegno dei presidi sanitari. Solo i destinatari delle donazioni sapranno chi ringraziare per uno sforzo di solidarietà che arriva da una categoria che ha rischiato, poco più di un anno fa, di abbandonare pascoli e bestiame per colpa di un mercato che non riconosceva il loro lavoro. I primi blocchi stradali iniziarono a febbraio, quando il prezzo del latte sembrava destinato a precipitare sono la soglia dei 50 centesimi al litro. Poi la mobilitazione divenne popolare e fu la gente a garantire un sostegno alla vertenza che i pastori non hanno dimenticato e che, silenziosamente, adesso cercano di ricambiare rinunciando a una parte dei guadagni degli ultimi conferimenti. Nonostante tutto. Perché la guerra del latte non è ancora finita e perché il Covid-19 potrebbe diventare un altro ostacolo nella corsa alla normalità partita un anno fa dalle campagne.
Le difficoltà. «I pastori poi non possono interrompere il loro lavoro continua l’allevatore–. Dobbiamo accudire le bestie ogni giorno, anche se gli spostamenti adesso sono complicati e devono essere giustificati da esigenze reali, e dobbiamo fare i conti con una vertenza ancora in piedi, e tutta da scrivere. Non abbiamo ottenuto quello che volevamo ed è ovvio che la crisi c’è anche per noi. Con tutte le pizzerie e ristoranti chiusi, ad esempio, i formaggi non si vendono mica come prima». Loro, però vanno avanti. Non parlano ma c’è chi lo fa per loro, come una cooperativa del Marghine che grazie alle donazioni dei suoi soci ha raccolto 100mila euro da destinare all’emergenza.
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