Coronavirus in Sardegna, l’economista Macis: «Aiuti o sarà un disastro»
Il docente alla Johns Hopkins University: l’isola deve già programmare il futuro. Appello alla Regione: inutile procedere alla cieca, investa di più sui tamponi
SASSARI. I problemi si accumulano, le soluzioni scarseggiano. Per salvare l’economia sarda, ad esempio, è necessario un sostegno immediato alle piccole e medie imprese. In ballo, però, ci sono anche altre incognite che arriveranno dalle evoluzioni di situazioni che sembrano ormai assestate. L’isolamento auto imposto, infatti, funziona ma non sembra in grado di reggere a lungo. Anzi. Ne sono convinti quattro professori universitari che sono pronti a pubblicare uno studio sulle aspettative dei cittadini riguardo all’autoisolamento. Tra loro c’è l’economista di Samugheo Mario Macis che insegna alla Johns Hopkins University di Baltimora, l’università statunitense che ha sviluppato il sistema che visualizza e traccia i casi segnalati di Covid-19 nel mondo. Insieme a tre colleghi italiani, Macis ha indagato i temi dell’isolamento, soprattutto quelli percepiti dai cittadini in rapporto alle durate. «L’efficacia di queste misure dipende dal rispetto delle restrizioni. Questo può essere influenzato da molti fattori – spiega – come la consapevolezza del rischio, la chiarezza delle regole, le sanzioni in caso di trasgressione, la fiducia nei confronti delle autorità pubbliche, la rilevanza dei costi economici e psicologici dettati dall’isolamento».
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Una misura a termine. Lo studio indaga l’effetto di un fattore chiave che può influenzare il rispetto delle regole: le aspettative delle persone su quanto dureranno le misure di isolamento. E qua, le cose si complicano. «In un sondaggio condotto in collaborazione con Swg – continua l’economista – abbiamo chiesto ad un campione rappresentativo di italiani (894 intervistati, ndr) le intenzioni riguardo al rispetto delle misure di autoisolamento nel caso in cui queste vengano estese di alcune settimane, di alcuni mesi o a tempo indeterminato». In Italia, la prima scadenza è stata fissata per il 3 aprile. «I risultati mostrano che il rispetto delle misure dipende da come una eventuale proroga si colloca rispetto alle aspettative individuali – continua Macis –. Con una “sorpresa positiva” (estensione più breve del previsto), le persone sono propense ad aumentare i propri sforzi di isolamento. Una srpresa negativa (estensione più lunga del previsto) è associata ad una minore propensione a mantenere o ad aumentare l’autoisolamento». Una condizione che potrebbe causare danni gravissimi a un sistema che si basa sul distanziamento sociale ma che potrebbe regredire di settimane in pochissimo tempo. Nel dettaglio, le cose si complicano ulteriormente: il 50% degli intervistati continua a incontrare gli amici, un terzo degli over 60 indica una data sbagliata sul termine del lockdown. E molti navigano verso un "affaticamento da isolamento". «È opportuno che le autorità diano adeguata considerazione anche alla gestione delle aspettative sulla durata delle misure restrittive, al fine di massimizzarne il rispetto».
Stop and go. Da Washington, dove vive, Macis segue la situazione sarda con un punto di vista orientato verso il dopo: «Chiuse le attività economiche, le imprese non incassano e sono costrette a licenziare. I grandi gruppi, che hanno maggiore liquidità, possono gestire meglio la situazione. Gli altri no e se ne esce solo espandendo il sostegno pubblico ai lavoratori ma soprattutto alle piccole e medie imprese. Ci saranno problemi con il debito pubblico, già molto alto, e per questo serve sostengo di Ue e Bce che deve essere molto veloce se si vuole evitare il collasso. Ma non possiamo dimenticare i lavoratori autonomi. Mentre la manifattura può recuperare qualcosa, magari aumentando la produzione, il barbiere, o l’albergatore, non recuperano quanto perso. Ma dobbiamo programmare il dopo, non possiamo aspettare. Una delle soluzioni, applicabili in Sardegna per via dell’isolamento, sarebbe l’aumento dei tamponi. Individuare chi ha già passato la malattia e magari ha sviluppato l’immunità permetterebbe di rimandarli al lavoro, con rischi relativamente contenuti. Invece tutti vengono trattati come se avessero lo stesso grado di rischio, anche se non è così. Lo facciamo perché procediamo alla cieca, senza prospettive. Le Regioni dovrebbero investire sui tamponi, per uscire più in fretta dall’emergenza. Sarebbe necessario sanificare gli ambienti, restare a distanza ma è una soluzione perseguibile».
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