L'infettivologo del Mater Olbia: «Siamo in guerra, indossiamo l’elmetto»

Il nuovo ospedale Mater Olbia

Il professor Stefano Vella: laboratorio attrezzato ma serve la macchina per i tamponi

OLBIA. «È come se stessimo andando in guerra. E tutti, nessuno escluso, sono pronti a indossare l’elmetto. Anche al Mater Olbia». Le parole sono di Stefano Vella, un medico e scienziato specializzato in malattie infettive e medicina interna che lavora per il Policlinico Gemelli. Un luminare a livello internazionale nel campo della ricerca e professore di salute globale all’università Cattolica del Sacro Cuore. Il presidente della Regione Christian Solinas lo ha voluto nel comitato scientifico che darà supporto alla Sardegna per far fronte all’emergenza Coronavirus, ma è stato anche “prestato” dal Gemelli per ricoprire il ruolo di coordinatore scientifico al Mater Olbia. Ed è lui che parla della «straordinaria riconversione» a centro Covid-19 dell’ospedale d’eccellenza.

Allora, professore, la sua missione in Sardegna è cominciata. Che cosa sta accadendo in queste ore al Mater?

«Da domani anche il Mater sarà pronto a fare la sua parte. Lo stiamo riconvertendo e accoglierà sia i pazienti in terapia intensiva, sia coloro che non hanno bisogno di essere ricoverati in rianimazione. Ma la cosa forse più importante è stata la riconversione del personale: non si è tirato indietro nessuno».

Però manca ancora qualcosa.
«Il Mater ha un laboratorio accreditato attrezzatissimo. Ma, come a tanti colleghi, anche a noi mancano alcune cose. C’è la necessità di avere una macchina per fare i tamponi: serve per i pazienti ma anche per proteggere il personale sanitario. Premesso che non è colpa di nessuno, noi la stiamo chiedendo alla Regione, alla Protezione civile, al Gemelli. E poi ci occorrono i dispositivi di protezione personale: medici e infermieri vanno bardati come palombari. Stiamo appunto concludendo i corsi per la vestizione, procedura molto complessa e faticosa».

Un’intera area del Mater Olbia è stata isolata.
«Abbiamo già sistemato sia i posti letto per la terapia intensiva, sia il reparto chiuso per i pazienti Covid: una “bolla” protetta all’interno dell’ospedale, raggiungibile da percorsi interni totalmente isolati».

Lei ora fa anche parte del comitato scientifico ristretto istituito dal presidente Solinas.
«Sì, ho parlato con il presidente e lo ringrazio per la fiducia. Quello che potrò fare per la Sardegna, lo farò».

Rispetto ad altre regioni, l’epidemia in Sardegna è meno grave.
«Le misure di distanziamento sociale probabilmente qui sono partite prima che la situazione potesse degenerare. Il virus, però, è arrivato comunque perché è ad altissima contagiosità. Quindi: continuiamo a stare lontani anche se dovessimo assistere a una diminuzione dei casi di contagio. Se si abbassa la guardia, il virus riparte».

Lei, infatti, dice che la battaglia si vince negli ospedali ma si combatte sul territorio.
«Esatto. Quello che deve essere fatto è cogliere i focolai e spegnerli. Come gli incendi nei boschi: bisogna fermarli subito».

La domanda che tutti si pongono: quando finirà?
«Difficile stabilirlo. Appena cominceranno a calare le nuove infezioni e i decessi, vorrà dire che il virus si sta spegnendo. Noi speriamo che anche il Covid-19 si comporti come altri virus respiratori e che a un certo punto molli. Per farlo mollare, bisogna togliergli il pane dalla bocca. E il pane siamo tutti noi. “Lui” cerca noi e ci usa per replicarsi. Quindi, non si può ancora parlare di tempi: noi, questo virus, cominciamo a conoscerlo adesso. Ma, come tutti, speriamo che l’incubo finisca al più presto».

La maggior parte dei cittadini segue regole e disposizioni, ma molti ne risentono dal punto di vista psicologico.
«Ci sono persone più avvantaggiate: se hanno una casa grande e un giardino vivono l’isolamento con maggior serenità. Ma coloro che abitano in un posto piccolo con bambini sono più fragili e per loro è più dura. Non bisogna scoraggiarsi, però. Il nostro farmaco, ad oggi, è il distanziamento sociale. E dobbiamo credere che funzioni, senza perdere la fiducia. Per vincere, bisogna andare sino in fondo».

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