«Quando tutto ripartirà l’isola sarà la meta ideale»
di Antonello Sechi
Pippobello, amministratore dell’aeroporto di Olbia: «Cambierà il modo di volare» Si spera di riprendere l’attività a metà aprile. Traffico dimezzato rispetto al 2019
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OLBIA. Nel mondo vuoto e surreale del coronavirus forse non c’è nemmeno bisogno di premere un interruttore per far ripartire l’aeroporto Costa Smeralda. È pronto a farlo appena il governo darà il via, qui sperano a metà aprile. Ufficialmente è uno scalo chiuso, l’unico della Sardegna tenuto aperto in questi tempi strani è Cagliari. Arrivando all’aerostazione olbiese attraverso la città semideserta si può così fantasticare di approdare nell’hotel desolato e polveroso dell’ultimo “Blade Runner”. Ma l’aeroporto di Olbia è sempre lì, più curato e glamour che mai, e varcata la grande porta girevole dell’ingresso si scopre una cosa sorprendente: anche se non ci sono passeggeri, c’è il bar aperto e all’ora di pranzo funziona anche il self service, l’unico di questa parte dell’isola. Funziona per tutto il personale al lavoro.
«Non siamo chiusi del tutto: siamo un aeroporto “caldo”», spiega Silvio Pippobello, l’amministratore delegato della Geasar, la società di gestione dello scalo. Origini nuoresi, 63 anni a dicembre, ingegnere aeronautico, è il numero uno della società dal 2004, dopo esserne stato il direttore di esercizio proveniente da Alisarda e Avianova, «la prima low cost europea, nata in tempi ormai lontani grazie – sospira – alla vista lunghissima dell’Aga Khan». Risponde da casa, al telefono. Guida Geasar in videoconferenza, smart working, sperando che l’incubo finisca presto: «No, non siamo chiusi del tutto. Dobbiamo comunque garantire i voli non di linea: quelli di emergenza, i voli sanitari, i cargo, i voli di stato, quelli militari. Siamo un aeroporto perfettamente funzionante. Con una pista nuova di zecca, vergine».
Già, al Costa Smeralda c’è una pista di 2500 metri immacolata. Non atterra un aereo da prima del 3 febbraio, quando lo scalo è stato chiuso per il rifacimento da zero del lungo nastro di asfalto speciale. Dovevano essere 40 giorni e così è stato, una specie di miracolo. Ma poi è arrivata l’epidemia: «Abbiamo fatto le corse per rispettare il programma dei lavori, è stato inutile. In questo momento abbiamo circa 150 persone in cassa integrazione, altre 130 sono attive anche se la metà smaltisce ferie. La prima cosa cui abbiamo pensato è stato mettere in sicurezza il personale, attivando lo smart working. C’è molto da fare, soprattutto pensiamo alla ripresa. Ma in aeroporto manteniamo aperto anche l’ufficio informazioni, ci sono le guardie giurate che presidiano i varchi per accedere alla zona imbarchi, le ditte che eseguono lavori: pulizie straordinarie in modo da presentarci perfettamente in ordine, ampliamento dell’impianto di gestione dei bagagli, dei piazzali per gli aerei, degli uffici operativi».
Pasqua, l’inizio della stagione turistica, è già andata. Quanto costerà questo coronavirus?
«In questo momento siamo a zero passeggeri, dal 3 febbraio. Negli anni scorsi, in questo periodo ne avevamo da 3 a 5mila al giorno. Abbiamo rifatto la previsione di traffico per il 2020 anche sulla base dei rapporti con le compagnie aeree, che sentiamo ogni giorno, e delle previsioni delle agenzie europee e mondiali. Speriamo di ripartire a metà aprile, con una ripresa più consistente a maggio-giugno e poi a luglio e agosto: vediamo la nostra stagione al 50%».
L’anno scorso i passeggeri sono stati quasi 3milioni, quest’anno verranno dimezzati?
«Sì, più o meno la metà. Del resto le previsioni della Iata dicono che l’Italia perderà circa il 70% del traffico, l’Europa il 50%, il mondo il 40%. In questo momento l’Italia è -95%, l’Europa -85%, valori da incubo. Però ci fa sperare il fatto che la Cina, che sta uscendo dal contagio, abbia avuto un incremento importante del traffico domestico: +40-50% negli ultimi dieci giorni rispetto al -70% del periodo della chiusura per il virus. La Cina ha un 50% di traffico domestico, ma anche noi ne abbiamo una quota rilevante. Pensiamo di ripartire con il traffico nazionale. Chi analizza le tendenze ci dice che il 70% degli italiani mette in conto di partire per le vacanze e i più pensano a destinazioni nazionali: c’è molta diffidenza sul virus e si vuole avere la certezza di poter tornare a casa molto in fretta. E poi si preferiscono i luoghi dove c’è molta natura e quindi non si sta troppo a contatto. Pensiamo che la Sardegna sia una destinazione ideale e anche questo ci fa ben sperare. Dobbiamo prepararci, cominciando a promuovere la destinazione. Cosa che stanno già facendo i nostri competitor _ le Canarie, le Baleari, il Portogallo ecc. _ lanciando segnali rassicuranti».
Dobbiamo prepararci o abbiamo iniziato a farlo?
«Stiamo cominciando. Lunedì, c’è stata una riunione via web con la Regione. Sta pensando a una promozione mirata, a breve dovrebbero partire le campagne per mantenere alta l’immagine della Sardegna sul mercato, per dire che è un posto dove si può fare turismo in modo tranquillo per la salute».
Bisognerà fare i conti con le norme sul distanziamento sociale?
«La preoccupazione per l’epidemia ce la terremo per molto tempo e dobbiamo attrezzarci. Sugli aerei ci sono le indicazioni dell’Enac: si entra con la mascherina, si sta a un metro di distanza ecc., misure che ridurranno la capacità dell’aeromobile e dunque la profittabilità del volo, anche se si stanno cercando accorgimenti per mantenere il load factor a livelli accettabili. L’aeroporto, invece, avrà bisogno di aree dove fare lo screening ai passeggeri e dare loro informazioni, di percorsi sanificati dove a loro volta i passeggeri dovranno sanificarsi. Sarà un modo di viaggiare molto diverso. Un po’ come dopo l’attentato alle Torri gemelle, prima di allora non c’erano gli attuali controlli di sicurezza. Hanno richiesto l’investimento di miliardi di dollari, dovremo fare altrettanto contro il contagio».
Viaggiare in aereo rischia di tornare a essere un lusso?
«Potrà costare di più, certo. Però, dopo le torri gemelle i prezzi degli aerei sono comunque diminuiti. Se l’aeroporto e le compagnie riusciranno ad adottare soluzioni efficaci usando la tecnologia, i costi potrebbero restare ragionevoli».
Che cosa fanno le compagnie in vista dell’estate: cancellano i programmi o aspettano?
«È tutto in stand by, non ci sono defezioni o cancellazioni di programmi. Sono pronte a ripartire, hanno necessità di farlo al più presto: hanno i mezzi a terra, nel mondo ci sono quasi 7mila aerei fermi e costano molto. Tutti vogliamo ripartire».
Anno bisesto anno funesto, dicono, e sembra che capiti tutto nel 2020: Olbia perde anche Airitaly. Con quali danni?
Mettiamola così: la concentrazione di eventi funesti nel 2020 ci dà, spero, la possibilità di pensare in maniera più tranquilla al 2021 e 2022. Airitaly era un vettore di riferimento. Dal punto di vista delle connessioni, con la continuità territoriale, riusciamo a sostituirla con Alitalia. Ma l’impatto negativo sull’occupazione interessa anche l’aeroporto: la stagione invernale si regge per buona parte sul mercato interno e l’impoverimento del territorio incide negativamente anche su di noi. Noi, comunque, consideriamo i lavoratori Airitaly nostri colleghi ed è importante sottolinearlo. A questo proposito, ci tengo a un chiarimento: Geasar non ha interesse a rami d’azienda di Airitaly, facciamo due mestieri diversi».
«Non siamo chiusi del tutto: siamo un aeroporto “caldo”», spiega Silvio Pippobello, l’amministratore delegato della Geasar, la società di gestione dello scalo. Origini nuoresi, 63 anni a dicembre, ingegnere aeronautico, è il numero uno della società dal 2004, dopo esserne stato il direttore di esercizio proveniente da Alisarda e Avianova, «la prima low cost europea, nata in tempi ormai lontani grazie – sospira – alla vista lunghissima dell’Aga Khan». Risponde da casa, al telefono. Guida Geasar in videoconferenza, smart working, sperando che l’incubo finisca presto: «No, non siamo chiusi del tutto. Dobbiamo comunque garantire i voli non di linea: quelli di emergenza, i voli sanitari, i cargo, i voli di stato, quelli militari. Siamo un aeroporto perfettamente funzionante. Con una pista nuova di zecca, vergine».
Già, al Costa Smeralda c’è una pista di 2500 metri immacolata. Non atterra un aereo da prima del 3 febbraio, quando lo scalo è stato chiuso per il rifacimento da zero del lungo nastro di asfalto speciale. Dovevano essere 40 giorni e così è stato, una specie di miracolo. Ma poi è arrivata l’epidemia: «Abbiamo fatto le corse per rispettare il programma dei lavori, è stato inutile. In questo momento abbiamo circa 150 persone in cassa integrazione, altre 130 sono attive anche se la metà smaltisce ferie. La prima cosa cui abbiamo pensato è stato mettere in sicurezza il personale, attivando lo smart working. C’è molto da fare, soprattutto pensiamo alla ripresa. Ma in aeroporto manteniamo aperto anche l’ufficio informazioni, ci sono le guardie giurate che presidiano i varchi per accedere alla zona imbarchi, le ditte che eseguono lavori: pulizie straordinarie in modo da presentarci perfettamente in ordine, ampliamento dell’impianto di gestione dei bagagli, dei piazzali per gli aerei, degli uffici operativi».
Pasqua, l’inizio della stagione turistica, è già andata. Quanto costerà questo coronavirus?
«In questo momento siamo a zero passeggeri, dal 3 febbraio. Negli anni scorsi, in questo periodo ne avevamo da 3 a 5mila al giorno. Abbiamo rifatto la previsione di traffico per il 2020 anche sulla base dei rapporti con le compagnie aeree, che sentiamo ogni giorno, e delle previsioni delle agenzie europee e mondiali. Speriamo di ripartire a metà aprile, con una ripresa più consistente a maggio-giugno e poi a luglio e agosto: vediamo la nostra stagione al 50%».
L’anno scorso i passeggeri sono stati quasi 3milioni, quest’anno verranno dimezzati?
«Sì, più o meno la metà. Del resto le previsioni della Iata dicono che l’Italia perderà circa il 70% del traffico, l’Europa il 50%, il mondo il 40%. In questo momento l’Italia è -95%, l’Europa -85%, valori da incubo. Però ci fa sperare il fatto che la Cina, che sta uscendo dal contagio, abbia avuto un incremento importante del traffico domestico: +40-50% negli ultimi dieci giorni rispetto al -70% del periodo della chiusura per il virus. La Cina ha un 50% di traffico domestico, ma anche noi ne abbiamo una quota rilevante. Pensiamo di ripartire con il traffico nazionale. Chi analizza le tendenze ci dice che il 70% degli italiani mette in conto di partire per le vacanze e i più pensano a destinazioni nazionali: c’è molta diffidenza sul virus e si vuole avere la certezza di poter tornare a casa molto in fretta. E poi si preferiscono i luoghi dove c’è molta natura e quindi non si sta troppo a contatto. Pensiamo che la Sardegna sia una destinazione ideale e anche questo ci fa ben sperare. Dobbiamo prepararci, cominciando a promuovere la destinazione. Cosa che stanno già facendo i nostri competitor _ le Canarie, le Baleari, il Portogallo ecc. _ lanciando segnali rassicuranti».
Dobbiamo prepararci o abbiamo iniziato a farlo?
«Stiamo cominciando. Lunedì, c’è stata una riunione via web con la Regione. Sta pensando a una promozione mirata, a breve dovrebbero partire le campagne per mantenere alta l’immagine della Sardegna sul mercato, per dire che è un posto dove si può fare turismo in modo tranquillo per la salute».
Bisognerà fare i conti con le norme sul distanziamento sociale?
«La preoccupazione per l’epidemia ce la terremo per molto tempo e dobbiamo attrezzarci. Sugli aerei ci sono le indicazioni dell’Enac: si entra con la mascherina, si sta a un metro di distanza ecc., misure che ridurranno la capacità dell’aeromobile e dunque la profittabilità del volo, anche se si stanno cercando accorgimenti per mantenere il load factor a livelli accettabili. L’aeroporto, invece, avrà bisogno di aree dove fare lo screening ai passeggeri e dare loro informazioni, di percorsi sanificati dove a loro volta i passeggeri dovranno sanificarsi. Sarà un modo di viaggiare molto diverso. Un po’ come dopo l’attentato alle Torri gemelle, prima di allora non c’erano gli attuali controlli di sicurezza. Hanno richiesto l’investimento di miliardi di dollari, dovremo fare altrettanto contro il contagio».
Viaggiare in aereo rischia di tornare a essere un lusso?
«Potrà costare di più, certo. Però, dopo le torri gemelle i prezzi degli aerei sono comunque diminuiti. Se l’aeroporto e le compagnie riusciranno ad adottare soluzioni efficaci usando la tecnologia, i costi potrebbero restare ragionevoli».
Che cosa fanno le compagnie in vista dell’estate: cancellano i programmi o aspettano?
«È tutto in stand by, non ci sono defezioni o cancellazioni di programmi. Sono pronte a ripartire, hanno necessità di farlo al più presto: hanno i mezzi a terra, nel mondo ci sono quasi 7mila aerei fermi e costano molto. Tutti vogliamo ripartire».
Anno bisesto anno funesto, dicono, e sembra che capiti tutto nel 2020: Olbia perde anche Airitaly. Con quali danni?
Mettiamola così: la concentrazione di eventi funesti nel 2020 ci dà, spero, la possibilità di pensare in maniera più tranquilla al 2021 e 2022. Airitaly era un vettore di riferimento. Dal punto di vista delle connessioni, con la continuità territoriale, riusciamo a sostituirla con Alitalia. Ma l’impatto negativo sull’occupazione interessa anche l’aeroporto: la stagione invernale si regge per buona parte sul mercato interno e l’impoverimento del territorio incide negativamente anche su di noi. Noi, comunque, consideriamo i lavoratori Airitaly nostri colleghi ed è importante sottolinearlo. A questo proposito, ci tengo a un chiarimento: Geasar non ha interesse a rami d’azienda di Airitaly, facciamo due mestieri diversi».
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