La Nuova Sardegna

Sassari: «Quell’incidente del 1982 mi ha cambiato la vita»

di Gianni Bazzoni
Sassari: «Quell’incidente del 1982 mi ha cambiato la vita»

Enrica Pancrazi, oggi chirurgo plastico, è la ragazza salvata dall’operaio Sapio:  «Mio padre lo assunse in fabbrica ma non disse niente, l’ho scoperto da poco»

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SASSARI. «Una mia amica e compagna di scuola mi ha telefonato per dirmi che forse l’articolo sul giornale - quello che dava conto della fabbrica dell’ossigeno della zona industriale di Porto Torres - parlava di me. Io non avevo ancora letto la Nuova Sardegna, sono andata subito a vedere e non riuscivo a capire quale fosse l’argomento. Di fronte al racconto mi sono commossa, soprattutto per il ricordo di mio padre. E pensare che fino a poco tempo fa ignoravo che lui, il dottor Enrico, uomo d’altri tempi, avesse assunto in Sapio quel ragazzo che mi salvò la vita».

Lei è Enrica Pancrazi, livornese (ma in Sardegna dal 1969), oggi stimato chirurgo plastico, sempre dalla parte dei più deboli e delle persone in difficoltà. Lavora in ospedale a Sassari ma gira il mondo per fare volontariato e curare chi soffre. Nel 1982 l’anno dei Mondiali, non aveva ancora 18 anni, si stava preparando alla maturità quando ebbe un brutto incidente: finì sotto un autobus con la moto.

«Ero incastrata, si sprigionarono le fiamme che seguivano il rivolo della miscela e mi avvolsero le gambe. Ricordo la gente intorno: arrivò un ragazzo che non esitò a infilarsi sotto per spegnere il fuoco con il giubbotto. Mi salvò la vita, è così».

Il ragazzo è Dario Chessa, operaio della Sapio l’azienda che fornisce ossigeno e gas medicali agli ospedali ma anche alle strutture private e alle farmacie, ai pazienti in terapia a casa. La Nuova ha raccontato la storia qualche giorno fa e tra i ricordi del lavoratore c’era anche quello dell’assunzione arrivata per caso tanti anni fa.

«Io l’ho saputo di recente – racconta Enrica Pancrazi – mio padre non diceva niente delle questioni di lavoro. Dario venne a casa nostra con suo padre per tinteggiare le pareti. Era trascorso qualche tempo dall’incidente, io ero riuscita a diplomarmi con il massimo dei voti nonostante il ricovero in rianimazione e i tre mesi in ospedale. E studiavo Medicina. Lo riconobbi subito, mi erano rimasti impressi i lineamenti e raccontai a mio padre che era stato lui a salvarmi la vita il giorno dell’incidente».

Enrica Pancrazi ha continuato a studiare, laurea in medicina con lode, specializzazione in chirurgia plastica alla Sapienza a Roma. Tra i suoi maestri il professor Gian Vittorio Campus, sindaco di Sassari, e soprattutto il professor Teich Alasia, un pioniere. Ungherese trapiantato a Torino, medico in guerra, partigiano. «Un mito per me – racconta la dottoressa Pancrazi – è grazie a lui se ho deciso di diventare medico e chirurgo plastico. Ho visto con che passione curava i malati durante il mio periodo di ricovero. Ho capito che era la mia strada, fino a quel momento non ci avevo pensato». In questi giorni dell’emergenza Coronavirus, anche Enrica Pancrazi è in trincea, il virus che si è infilato nelle strutture sanitarie ha cambiato il modo di lavorare. Tutto è più complesso ma forza e passione restano identiche. «Il nostro è il lavoro più bello del mondo, salvi vite umane. Cerchi di rendere normale l’esistenza di malformati, traumatizzati e ustionati. Devi ricostruire e aiutare chi ha subito amputazioni».

Quell’incidente ha cambiato la sua vita, e forse anche quella di altre persone. «É così, quando Dario di recente mi ha incontrato e mi ha raccontato che lavorava in Sapio grazie a mio padre mi si è stretto il cuore. Ho capito che aveva voluto dare una opportunità a quel ragazzo, e lo aveva fatto nel modo pià semplice possibile. Senza dire niente a nessuno. Non aveva sbagliato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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