La linea dura di Conte con i leader
Il presidente del Consiglio lavora per ottenere un piano da almeno 1000 miliardi
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[FIRMA&LUOGO]di Serenella Mattera
<MC>ROMA
[TESTO]Siamo solo al primo round: bisogna aprire un varco al tavolo dell'Eurogruppo, per poi giocare la partita vera, con i leader europei. La linea italiana è dunque tenere l'asticella alta. «Eurobond sì, Mes no»: Giuseppe Conte non si muove da qui. Parte da qui anche il ministro Roberto Gualtieri, collegato in videoconferenza con i ministri dell'Economia di tutta Europa. Non vuol dire pensare che il Mes possa sparire dal tavolo ma battersi perché del fondo salva stati spariscano il più possibile le condizionalità e poter così spiegare all'opinione pubblica italiana - e al M5s - che del Mes resta di fatto solo il nome, spogliato dalla minaccia della troika. E poi soprattutto battersi per aprire un varco agli Eurobond, magari attraverso la creazione del fondo proposto dalla Francia per l'emissione comune di titoli. Non conta tanto il nome, viene spiegato, quanto la sostanza: l'obiettivo è ottenere che l'annunciato pacchetto da 500 miliardi lieviti, che alla fine della trattativa l'European recovery plan caldeggiato da Conte valga almeno il doppio. Non solo la riunione dell'Eurogruppo si fa complicata. Ma anche il Consiglio europeo che dovrà discutere delle proposte elaborate dai ministri economici non dovrebbe riunirsi prima di metà della prossima settimana. Per allora Conte spera possa irrobustirsi il fronte, saldato con Francia, Spagna e un'altra decina di Paesi, che spinge perché l'Europa doti gli Stati di un'adeguata leva fiscale per rispondere a una crisi che si annuncia epocale. Conte ha assicurato che in questa partita si muove in asse con Gualtieri: nessuna diversità di accenti. La consapevolezza è che prima si attiveranno leve come quella della Bei e il fondo Sure ma la richiesta è una leva fiscale di grossa entità, subito accessibile e che abbia un orizzonte almeno di 20 anni per il rientro dei prestiti. Inoltre anche il ministro si è sempre detto convinto che il Mes sia uno strumento largamente insufficiente, oltre che inaccettabile alle condizioni attuali. Insomma, nessuna firma a un documento che contenga il Mes con condizionalità e senza aperture a Eurobond. Nel governo intanto si fronteggiano la linea del Pd che, in asse con i progressisti europei, si batte per potenziare la risposta europea a partire dal bilancio Ue, e la posizione dei Cinque stelle, assolutamente ostile al Mes. Luigi Di Maio dice che «non conta il nome» con cui li si chiamerà, ma servono gli Eurobond. Incalza da destra la Lega, con Claudio Borghi che scrive al fondo salva stati per dire che il governo non è legittimato a usare linee di credito perché non autorizzato dal Parlamento. La partita europea è fondamentale per la definizione delle misure del governo: si attende di capire come si concluderà per varare il decreto di aprile, che fino all'estate dovrebbe prolungare cassa integrazione, bonus per gli autonomi fino a 800 euro e introdurre il reddito di emergenza. Dai fondi europei dipenderà quale sforamento di deficit il governo dovrà chiedere al Parlamento.
<MC>ROMA
[TESTO]Siamo solo al primo round: bisogna aprire un varco al tavolo dell'Eurogruppo, per poi giocare la partita vera, con i leader europei. La linea italiana è dunque tenere l'asticella alta. «Eurobond sì, Mes no»: Giuseppe Conte non si muove da qui. Parte da qui anche il ministro Roberto Gualtieri, collegato in videoconferenza con i ministri dell'Economia di tutta Europa. Non vuol dire pensare che il Mes possa sparire dal tavolo ma battersi perché del fondo salva stati spariscano il più possibile le condizionalità e poter così spiegare all'opinione pubblica italiana - e al M5s - che del Mes resta di fatto solo il nome, spogliato dalla minaccia della troika. E poi soprattutto battersi per aprire un varco agli Eurobond, magari attraverso la creazione del fondo proposto dalla Francia per l'emissione comune di titoli. Non conta tanto il nome, viene spiegato, quanto la sostanza: l'obiettivo è ottenere che l'annunciato pacchetto da 500 miliardi lieviti, che alla fine della trattativa l'European recovery plan caldeggiato da Conte valga almeno il doppio. Non solo la riunione dell'Eurogruppo si fa complicata. Ma anche il Consiglio europeo che dovrà discutere delle proposte elaborate dai ministri economici non dovrebbe riunirsi prima di metà della prossima settimana. Per allora Conte spera possa irrobustirsi il fronte, saldato con Francia, Spagna e un'altra decina di Paesi, che spinge perché l'Europa doti gli Stati di un'adeguata leva fiscale per rispondere a una crisi che si annuncia epocale. Conte ha assicurato che in questa partita si muove in asse con Gualtieri: nessuna diversità di accenti. La consapevolezza è che prima si attiveranno leve come quella della Bei e il fondo Sure ma la richiesta è una leva fiscale di grossa entità, subito accessibile e che abbia un orizzonte almeno di 20 anni per il rientro dei prestiti. Inoltre anche il ministro si è sempre detto convinto che il Mes sia uno strumento largamente insufficiente, oltre che inaccettabile alle condizioni attuali. Insomma, nessuna firma a un documento che contenga il Mes con condizionalità e senza aperture a Eurobond. Nel governo intanto si fronteggiano la linea del Pd che, in asse con i progressisti europei, si batte per potenziare la risposta europea a partire dal bilancio Ue, e la posizione dei Cinque stelle, assolutamente ostile al Mes. Luigi Di Maio dice che «non conta il nome» con cui li si chiamerà, ma servono gli Eurobond. Incalza da destra la Lega, con Claudio Borghi che scrive al fondo salva stati per dire che il governo non è legittimato a usare linee di credito perché non autorizzato dal Parlamento. La partita europea è fondamentale per la definizione delle misure del governo: si attende di capire come si concluderà per varare il decreto di aprile, che fino all'estate dovrebbe prolungare cassa integrazione, bonus per gli autonomi fino a 800 euro e introdurre il reddito di emergenza. Dai fondi europei dipenderà quale sforamento di deficit il governo dovrà chiedere al Parlamento.
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