«Il Covid ruba le ultime carezze: i pazienti muoiono soli»
di Luigi Soriga
Il racconto choc di un medico della Rianimazione al Policlinico di Sassari: «Un addio glaciale per i parenti e anche per noi»
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SASSARI. Un medico di rianimazione è abituato a calcare il sentiero che separa la vita e la morte. Ha imparato a prevederne deviazioni improvvise, ad assecondarne pendenze, a far di tutto per non deragliare. Ma anche a rassegnarsi ai precipizi. Il coronavirus adesso ha ridisegnato i confini, ha cambiato ogni cosa. «È come se ti muovessi dentro una strada sconosciuta, buia, e senza google maps che ti guida. Non hai idea della direzione che potrebbe prendere la vita del paziente. Alle volte ti senti impotente».
Daniele Ghirra, 41 anni, cagliaritano, specialista in Anestesia e Rianimazione, dal 26 marzo fa parte dello staff di Terapia Intensiva del Policlinico di Sassari, trasformato ormai in un centro Covid. Primo ricovero il 31 marzo, attualmente 35 pazienti, tre dei quali in gravi condizioni. Uno non ce l’ha fatta. Ed è in quel preciso momento che il coronavirus mostra tutta la sua cattiveria. Perché priva i morti della pietà, li lascia soli anche nell’ultimo respiro, li defrauda di un bacio sulla fronte. I medici non erano abituati a un addio così freddo, che gela il sangue nelle vene. «La procedura è disumana. Vengono staccati dai macchinari e avvolti nel loro lenzuolo. Non gli vengono levati nemmeno gli aghi, o i presìdi sanitari. Poi vengono cosparsi di candeggina e portati via. Non c’è modo di ricomporli, di renderli presentabili per l’ultima volta. Non c’è più la dignità di un addio, quel momento intimo che ti aiuta a elaborare il lutto. È terribile per i parenti, che non possono salutarli, ma è difficile da accettare anche per noi, che abbiamo provato a salvargli la vita».
Nella tuta dei medici e degli infermieri c’è scritto il proprio nome con l’evidenziatore. Si legge Daniele, c’è Chiara, Miriam, Vale. Una grafia imperfetta prova a imbrattare di sentimenti l’asettico anonimato di un reparto sterile. Una contaminazione di umanità dove tutto deve essere chirurgico e depurato, anche i rapporti, i contatti, le tenerezze e le parole. Dove gli uomini sono bardati di mascherine senza sorriso, e il calore lo si può ricevere a distanza. «Sembra una banalità, ma a me manca moltissimo l’uso dello stetoscopio. Non c’è più il contatto fisico, non c’è la rassicurazione per il paziente di sentire qualcuno che ti visita nel profondo e sente il suo cuore. C’è un distacco imposto, che raffredda tutto».
Il Policlinico si è riconvertito a tempo record: il blocco operatorio al primo piano ora è l’area di terapia intensiva. Il secondo piano è il blocco a bassa intensità, per i positivi asintomatici o con sintomi lievi, senza alcuna difficoltà respiratoria. E infine il terzo piano, il reparto sub intensivo, per pazienti non ventilati ma che potrebbero diventarlo, e che quindi vanno monitorati con attenzione. Percorsi unidirezionali per ogni area, senza possibilità che pazienti infetti, o sospetti, o sani possano incrociarsi. Il nucleo di verifica Covid dell’Ats ha dato l’ok, la struttura è norma.
I contatti tra medici e malati sono ridotti all’essenziale. Ci sono dei monitor che vegliano sulle funzioni vitali, e si entra nella stanza solo quando suonano gli allarmi. «Bisogna centellinare l’uso dei dispositivi di protezione, e ogni volta che ti avvicini a un paziente positivo poi dovresti igienizzarti e cambiarti. Siamo diventati degli urlatori, il volume è molto più alto, parlare a due metri è faticoso. C’è un abisso con il nostro modo di lavorare precedente». E una parte di questo baratro è scavato proprio dall’incertezza. «Navighiamo a vista. Ci sono una marea di pubblicazioni scientifiche, ma nessuna rappresenta un valido appiglio. E allora i medici di tutta Italia si supportano a vicenda nei gruppi social, dove ciascuno sottopone un quadro clinico incerto all’esperienza degli altri. È un modo di approcciarsi alle terapia al quale nessuno è abituato. Per chi come me opera nelle terapie intensive è normale affrontare situazioni critiche. Ma hai sempre delle coordinate che ti aiutano: hai a che fare con bronchiti croniche, e bene o male sai cosa ti aspetta. Puoi prevedere l’evoluzione, conosci il ventaglio dei farmaci efficaci. Col coronavirus invece ti muovi al buio. Hai pazienti che sino a un momento prima erano stabili e respiravano bene, e poi precipitano d’improvviso e devi intubarli». Nei reparti si respira paura, ma soprattutto insofferenza. Chi non ha fame d’aria non pensa di poter boccheggiare come un pesce morente. Si sente tutto sommato bene, prova solo fastidio per un isolamento da 41 bis, vorrebbe scappare, perché rischia di impazzire. «Non è semplice tranquillizzare queste persone da dietro una mascherina».
A volte però accade che l’empatia tracimi dal recinto dei protocolli clinici, e anche l’impersonale centro covid si impregni di umanità. «Tra i ricoverati c’è un uomo. La moglie era in fase terminale, e purtroppo la situazione è precipitata proprio nel momento in cui il marito si trovava in isolamento. Per lui è stato un momento terribile. Si sentiva un leone in gabbia, voleva andare da lei, il dolore e la rabbia erano troppo forti». I medici si sono “spogliati”, e per quel che potevano, gli sono stati più vicino.
Daniele Ghirra, 41 anni, cagliaritano, specialista in Anestesia e Rianimazione, dal 26 marzo fa parte dello staff di Terapia Intensiva del Policlinico di Sassari, trasformato ormai in un centro Covid. Primo ricovero il 31 marzo, attualmente 35 pazienti, tre dei quali in gravi condizioni. Uno non ce l’ha fatta. Ed è in quel preciso momento che il coronavirus mostra tutta la sua cattiveria. Perché priva i morti della pietà, li lascia soli anche nell’ultimo respiro, li defrauda di un bacio sulla fronte. I medici non erano abituati a un addio così freddo, che gela il sangue nelle vene. «La procedura è disumana. Vengono staccati dai macchinari e avvolti nel loro lenzuolo. Non gli vengono levati nemmeno gli aghi, o i presìdi sanitari. Poi vengono cosparsi di candeggina e portati via. Non c’è modo di ricomporli, di renderli presentabili per l’ultima volta. Non c’è più la dignità di un addio, quel momento intimo che ti aiuta a elaborare il lutto. È terribile per i parenti, che non possono salutarli, ma è difficile da accettare anche per noi, che abbiamo provato a salvargli la vita».
Nella tuta dei medici e degli infermieri c’è scritto il proprio nome con l’evidenziatore. Si legge Daniele, c’è Chiara, Miriam, Vale. Una grafia imperfetta prova a imbrattare di sentimenti l’asettico anonimato di un reparto sterile. Una contaminazione di umanità dove tutto deve essere chirurgico e depurato, anche i rapporti, i contatti, le tenerezze e le parole. Dove gli uomini sono bardati di mascherine senza sorriso, e il calore lo si può ricevere a distanza. «Sembra una banalità, ma a me manca moltissimo l’uso dello stetoscopio. Non c’è più il contatto fisico, non c’è la rassicurazione per il paziente di sentire qualcuno che ti visita nel profondo e sente il suo cuore. C’è un distacco imposto, che raffredda tutto».
Il Policlinico si è riconvertito a tempo record: il blocco operatorio al primo piano ora è l’area di terapia intensiva. Il secondo piano è il blocco a bassa intensità, per i positivi asintomatici o con sintomi lievi, senza alcuna difficoltà respiratoria. E infine il terzo piano, il reparto sub intensivo, per pazienti non ventilati ma che potrebbero diventarlo, e che quindi vanno monitorati con attenzione. Percorsi unidirezionali per ogni area, senza possibilità che pazienti infetti, o sospetti, o sani possano incrociarsi. Il nucleo di verifica Covid dell’Ats ha dato l’ok, la struttura è norma.
I contatti tra medici e malati sono ridotti all’essenziale. Ci sono dei monitor che vegliano sulle funzioni vitali, e si entra nella stanza solo quando suonano gli allarmi. «Bisogna centellinare l’uso dei dispositivi di protezione, e ogni volta che ti avvicini a un paziente positivo poi dovresti igienizzarti e cambiarti. Siamo diventati degli urlatori, il volume è molto più alto, parlare a due metri è faticoso. C’è un abisso con il nostro modo di lavorare precedente». E una parte di questo baratro è scavato proprio dall’incertezza. «Navighiamo a vista. Ci sono una marea di pubblicazioni scientifiche, ma nessuna rappresenta un valido appiglio. E allora i medici di tutta Italia si supportano a vicenda nei gruppi social, dove ciascuno sottopone un quadro clinico incerto all’esperienza degli altri. È un modo di approcciarsi alle terapia al quale nessuno è abituato. Per chi come me opera nelle terapie intensive è normale affrontare situazioni critiche. Ma hai sempre delle coordinate che ti aiutano: hai a che fare con bronchiti croniche, e bene o male sai cosa ti aspetta. Puoi prevedere l’evoluzione, conosci il ventaglio dei farmaci efficaci. Col coronavirus invece ti muovi al buio. Hai pazienti che sino a un momento prima erano stabili e respiravano bene, e poi precipitano d’improvviso e devi intubarli». Nei reparti si respira paura, ma soprattutto insofferenza. Chi non ha fame d’aria non pensa di poter boccheggiare come un pesce morente. Si sente tutto sommato bene, prova solo fastidio per un isolamento da 41 bis, vorrebbe scappare, perché rischia di impazzire. «Non è semplice tranquillizzare queste persone da dietro una mascherina».
A volte però accade che l’empatia tracimi dal recinto dei protocolli clinici, e anche l’impersonale centro covid si impregni di umanità. «Tra i ricoverati c’è un uomo. La moglie era in fase terminale, e purtroppo la situazione è precipitata proprio nel momento in cui il marito si trovava in isolamento. Per lui è stato un momento terribile. Si sentiva un leone in gabbia, voleva andare da lei, il dolore e la rabbia erano troppo forti». I medici si sono “spogliati”, e per quel che potevano, gli sono stati più vicino.
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