Caccia ai positivi nascosti: screening per 14mila sardi
Umberto Aime
Al via per prima l’indagine epidemiologica della Regione, seguita dal ministero. Si parte dai 253 Comuni immuni, l’adesione ai test sarà su base volontaria
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CAGLIARI. Da zero a ben due indagini epidemiologiche su larga scala. L’Italia, e quindi la Sardegna, è fatta così: dal nulla ai doppioni o quasi. Perché gli screening per andare a caccia del Covid sommerso saranno due. Uno nazionale, con 5mila test nell’isola sui 150mila totali programmati dal ministero della salute, e l’altro regionale, ma dal numero ancora indefinito e che comunque dovrebbe essere intorno almeno 8-9mila unità. Le due indagini andranno avanti in parallelo, anche se a partire prima, a cavallo fra questa e la prossima settimana, dovrebbe essere quella pensata e organizzata dal Comitato tecnico scientifico al fianco della Regione. In ogni caso, andavano fatte e forse anche molto prima, come da tempo sollecita e pretende l’Organizzazione mondiale della sanità.
Obiettivo comune. Entrambe le indagini, che saranno a campione, dovranno scoprire quale è stata la reale diffusione del coronavirus fra la popolazione. Per avere «il polso della situazione», è scritto in una nota dell’Istituto superiore di sanità. Visto che le ultime stime ipotizzano: per ogni caso positivo accertato, sarebbero almeno sette se non addirittura dieci quelli rimasti sottotraccia. Una recente ricerca dell’ospedale San Raffaele di Milano s’è spinta ad azzardare anche alcuni numeri assoluti in Sardegna: da 6mila fino a 9mila casi in più rispetto agli oltre mille ufficiali. «È fondamentale – si legge in un altro passaggio della nota dell’Istituto superiore – conoscere, attraverso modelli statistici certi, quanto la catena di contagio abbia inciso in ciascuna regione», perché «dobbiamo essere per forza in possesso di questi dati prima della fase 2, quella della ripartenza».
Indagine regionale. I contorni della ricerca nei 377 Comuni sono ancora da definire. Uno schema di massima è stato deciso dal Comitato scientifico composto da Pietro Cappuccinelli, Francesco Cucca, Luca Pani e Stefano Vella. Sono stati loro a individuare un possibile campione rappresentativo, perché «non sarà possibile effettuare oltre un milione e 600mila mila test, cioè la copertura di tutti i sardi». Le caratteristiche scelte per definire i campioni sono, oltre a quelle scontate di residenza, età e genere, anche altre più specifiche proprio per «avere quella mappatura di cui oggi abbiamo bisogno», ha ribadito il governatore Christian Solinas. Di sicuro l’indagine partirà dai 253 Comuni tuttora bianchi e quindi da quelli che, in questi mesi, non hanno registrato neanche un caso positivo palese. «Prima di tutto vogliamo verificare – conferma l’assessore alla sanità Mario Nieddu – se in quei luoghi il valore zero, inteso come contagi, è reale oppure non lo è. Subito dopo e comunque nel giro di pochi giorni, ci sposteremo invece nelle aree in cui è stato più alto il numero di casi conclamati». Però non è stato ancora dichiarato il numero di test minimo da raggiungere, ma dovrebbe essere intorno agli 8-9mila. L’adesione all’indagine sarà su base volontaria, mentre i prelievi saranno sierologici (sangue) e solo in alcuni casi attraverso i tamponi, anche se rimane l’obiettivo di raggiungere l’auspicata quota di 2mila giornalieri. Per far fronte all’indagine, la Regione ha acquistato una nuova fornitura di reagenti e potenziato i laboratori di microbiologia: saranno una decina, all’inizio erano tre.
Indagine nazionale. Dalla sede governativa dell’Unità di crisi il commissario Domenico Arcuri ha fatto sapere: «I test saranno effettuati sullo 0,25 per cento degli italiani». Il che vuole: su una popolazione di 60 milioni e 317mila, saranno in 150mila – ovviamente fra i cittadini non ricoverati e neanche in quarantena sanitaria – a essere convocati per verificare se hanno contratto il virus senza accorgersene. Di questa quota, come conferma l’assessore Mario Nieddu, alla Sardegna spetteranno 5mila test. Per ora – stando alle notizie che rimbalzano da Roma – non è dato sapere come sarà composto il campione, anche se le caratteristiche dovrebbero essere residenza, genere e fascia d’età. Una quarta potrebbe essere: se i prescelti hanno lavorato o meno per aziende essenziali, quelle escluse dalla serrata del 23 marzo. Si sa invece come saranno convocati i cittadini: attraverso una telefonata, oppure l’invio, via mail o postale, della lettera d’adesione, che sarà sempre su base volontaria. A effettuare i test dovrebbero essere le Unità di crisi regionali e saranno esami attraverso il prelievo di sangue venoso, il kit unico è stato scelto in queste ore, non col meno attendibile pungidito.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Obiettivo comune. Entrambe le indagini, che saranno a campione, dovranno scoprire quale è stata la reale diffusione del coronavirus fra la popolazione. Per avere «il polso della situazione», è scritto in una nota dell’Istituto superiore di sanità. Visto che le ultime stime ipotizzano: per ogni caso positivo accertato, sarebbero almeno sette se non addirittura dieci quelli rimasti sottotraccia. Una recente ricerca dell’ospedale San Raffaele di Milano s’è spinta ad azzardare anche alcuni numeri assoluti in Sardegna: da 6mila fino a 9mila casi in più rispetto agli oltre mille ufficiali. «È fondamentale – si legge in un altro passaggio della nota dell’Istituto superiore – conoscere, attraverso modelli statistici certi, quanto la catena di contagio abbia inciso in ciascuna regione», perché «dobbiamo essere per forza in possesso di questi dati prima della fase 2, quella della ripartenza».
Indagine regionale. I contorni della ricerca nei 377 Comuni sono ancora da definire. Uno schema di massima è stato deciso dal Comitato scientifico composto da Pietro Cappuccinelli, Francesco Cucca, Luca Pani e Stefano Vella. Sono stati loro a individuare un possibile campione rappresentativo, perché «non sarà possibile effettuare oltre un milione e 600mila mila test, cioè la copertura di tutti i sardi». Le caratteristiche scelte per definire i campioni sono, oltre a quelle scontate di residenza, età e genere, anche altre più specifiche proprio per «avere quella mappatura di cui oggi abbiamo bisogno», ha ribadito il governatore Christian Solinas. Di sicuro l’indagine partirà dai 253 Comuni tuttora bianchi e quindi da quelli che, in questi mesi, non hanno registrato neanche un caso positivo palese. «Prima di tutto vogliamo verificare – conferma l’assessore alla sanità Mario Nieddu – se in quei luoghi il valore zero, inteso come contagi, è reale oppure non lo è. Subito dopo e comunque nel giro di pochi giorni, ci sposteremo invece nelle aree in cui è stato più alto il numero di casi conclamati». Però non è stato ancora dichiarato il numero di test minimo da raggiungere, ma dovrebbe essere intorno agli 8-9mila. L’adesione all’indagine sarà su base volontaria, mentre i prelievi saranno sierologici (sangue) e solo in alcuni casi attraverso i tamponi, anche se rimane l’obiettivo di raggiungere l’auspicata quota di 2mila giornalieri. Per far fronte all’indagine, la Regione ha acquistato una nuova fornitura di reagenti e potenziato i laboratori di microbiologia: saranno una decina, all’inizio erano tre.
Indagine nazionale. Dalla sede governativa dell’Unità di crisi il commissario Domenico Arcuri ha fatto sapere: «I test saranno effettuati sullo 0,25 per cento degli italiani». Il che vuole: su una popolazione di 60 milioni e 317mila, saranno in 150mila – ovviamente fra i cittadini non ricoverati e neanche in quarantena sanitaria – a essere convocati per verificare se hanno contratto il virus senza accorgersene. Di questa quota, come conferma l’assessore Mario Nieddu, alla Sardegna spetteranno 5mila test. Per ora – stando alle notizie che rimbalzano da Roma – non è dato sapere come sarà composto il campione, anche se le caratteristiche dovrebbero essere residenza, genere e fascia d’età. Una quarta potrebbe essere: se i prescelti hanno lavorato o meno per aziende essenziali, quelle escluse dalla serrata del 23 marzo. Si sa invece come saranno convocati i cittadini: attraverso una telefonata, oppure l’invio, via mail o postale, della lettera d’adesione, che sarà sempre su base volontaria. A effettuare i test dovrebbero essere le Unità di crisi regionali e saranno esami attraverso il prelievo di sangue venoso, il kit unico è stato scelto in queste ore, non col meno attendibile pungidito.
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