Il grido d’aiuto dei disabili: «Siamo soli e dimenticati»
di Claudio Zoccheddu
I centri diurni sono chiusi e le associazioni faticano a garantire l’assistenza. Manunta, La Sorgente: «Manca la libertà, a loro basterebbe una passeggiata»
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SASSARI. Per alcuni sono gli ultimi, persone abituate a sopportare a distanza una società che vive e ragiona su altri ritmi e su altre preoccupazioni. Sono pochi quelli che si voltano a controllare che tutti tengano il passo, in un modo o nell’altro. E la paura nata dall’arrivo di un nemico subdolo e sconosciuto come il Coronavirus ha aumentato le distanze e ha trasformato certe persone in sagome invisibili di cui non si parla, salvo rare eccezioni. Chi soffre la disabilità, sia essa fisica o mentale, ma anche chi è ultimo per motivi anagrafici, è spesso costretto ad affrontare in solitudine le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria. Non ci sono scappatoie, non ci sono piani B, non ci sono prospettive. Il rischio che per loro la “Fase 2” sia solo l’ennesimo miraggio è più che concreto.
Il racconto. «La cosa che manca di più è la libertà – spiega Gavino Manunta, coordinatore dell’associazione La Sorgente di Sassari –. Prima del Coronavirus la nostra sede era aperta e le persone potevano socializzare, avere un contatto diretto, fare musica, disegnare. Era un momento in cui staccavano dalla loro quotidianità». La serrata, poi, ha complicato le cose, drammaticamente: «Proviamo a mantenere i contatti e a tenerli occupati con telefonate, messaggi e anche con Facebook. Li incoraggiamo ad andare avanti e a volte la cosa è reciproca perché con i volontari si erano creati rapporti di amicizia, che poi è l’unica cosa vera che possiamo donare», aggiunge Manunta.
Le difficoltà. I problemi non sono solo logistici: «Per certe cose è possibile organizzarsi, come per gli spostamenti in caso di visite o terapie. Per altre è più complicato, perché il rischio più grande è che i problemi siano di natura psicologica. Parliamo di persone che non mettono il naso fuori di casa da mesi e vivere l’emergenza con il fardello della disabilità è davvero pesante – prosegue il coordinatore dell’associazione La Sorgente –. Fanno grande fatica ed è complicato alleggerire queste situazioni. Sono preoccupato anche per chi li accudisce, anche loro costretti a non staccare mai la spina». Una soluzione ci sarebbe ma, per il momento, è vietatissima a prescindere: «Basterebbe poco, anche una passeggiata in auto verso il mare sarebbe una distrazione che non causerebbe problemi sanitari e potrebbe allontanare la solitudine, anche se solo per un’oretta».
Il silenzio. I volontari della associazione La Sorgente non sono fermi e hanno iniziato a collaborare con la Caritas, soprattutto per la distribuzione degli aiuti alimentari, a volte alle stesse persone che partecipavano alle attività nella sede di via Bottego: «La solidarietà è importante e ci sono tante persone che collaborano ma a volte non basta perché in alcuni casi, anche per vergogna, molti non chiedono aiuto. Poi ci sono le storie più complicate, come quella di un anziano che assistiamo e che da qualche tempo non può più essere seguito dalla badante che si occupava di lui. Quando siamo stati a trovarlo ci siamo resi conto che non aveva nemmeno da mangiare. Per lui uscire di casa e venire in sede era importantissimo e anche solo scambiare qualche battuta con noi gli riempiva la giornata. Poi, quando tutto si è fermato, è scivolato nella lista degli ultimi, di chi vive in ombra. Sono situazioni pesantissime che rischiano di restare fuori dalla l priorità perché non tutti alzano la voce. Alcuni, i più deboli, aspettano in silenzio il turno – conclude Manunta prima di mettere a fuoco quello che potrebbe essere il problema più grande –. Riaprire determinati centri, come il nostro, sarà complicato. Temo che finiremo nuovamente in fondo alla lista». La socialità, al momento, non è prevista. Neanche quando potrebbe essere l’unica cura efficace e possibile. Il problema però non si pone perché l’argomento non è in cima all’ordine del giorno dell’agenda politica e, purtroppo, non è la prima volta.
Il racconto. «La cosa che manca di più è la libertà – spiega Gavino Manunta, coordinatore dell’associazione La Sorgente di Sassari –. Prima del Coronavirus la nostra sede era aperta e le persone potevano socializzare, avere un contatto diretto, fare musica, disegnare. Era un momento in cui staccavano dalla loro quotidianità». La serrata, poi, ha complicato le cose, drammaticamente: «Proviamo a mantenere i contatti e a tenerli occupati con telefonate, messaggi e anche con Facebook. Li incoraggiamo ad andare avanti e a volte la cosa è reciproca perché con i volontari si erano creati rapporti di amicizia, che poi è l’unica cosa vera che possiamo donare», aggiunge Manunta.
Le difficoltà. I problemi non sono solo logistici: «Per certe cose è possibile organizzarsi, come per gli spostamenti in caso di visite o terapie. Per altre è più complicato, perché il rischio più grande è che i problemi siano di natura psicologica. Parliamo di persone che non mettono il naso fuori di casa da mesi e vivere l’emergenza con il fardello della disabilità è davvero pesante – prosegue il coordinatore dell’associazione La Sorgente –. Fanno grande fatica ed è complicato alleggerire queste situazioni. Sono preoccupato anche per chi li accudisce, anche loro costretti a non staccare mai la spina». Una soluzione ci sarebbe ma, per il momento, è vietatissima a prescindere: «Basterebbe poco, anche una passeggiata in auto verso il mare sarebbe una distrazione che non causerebbe problemi sanitari e potrebbe allontanare la solitudine, anche se solo per un’oretta».
Il silenzio. I volontari della associazione La Sorgente non sono fermi e hanno iniziato a collaborare con la Caritas, soprattutto per la distribuzione degli aiuti alimentari, a volte alle stesse persone che partecipavano alle attività nella sede di via Bottego: «La solidarietà è importante e ci sono tante persone che collaborano ma a volte non basta perché in alcuni casi, anche per vergogna, molti non chiedono aiuto. Poi ci sono le storie più complicate, come quella di un anziano che assistiamo e che da qualche tempo non può più essere seguito dalla badante che si occupava di lui. Quando siamo stati a trovarlo ci siamo resi conto che non aveva nemmeno da mangiare. Per lui uscire di casa e venire in sede era importantissimo e anche solo scambiare qualche battuta con noi gli riempiva la giornata. Poi, quando tutto si è fermato, è scivolato nella lista degli ultimi, di chi vive in ombra. Sono situazioni pesantissime che rischiano di restare fuori dalla l priorità perché non tutti alzano la voce. Alcuni, i più deboli, aspettano in silenzio il turno – conclude Manunta prima di mettere a fuoco quello che potrebbe essere il problema più grande –. Riaprire determinati centri, come il nostro, sarà complicato. Temo che finiremo nuovamente in fondo alla lista». La socialità, al momento, non è prevista. Neanche quando potrebbe essere l’unica cura efficace e possibile. Il problema però non si pone perché l’argomento non è in cima all’ordine del giorno dell’agenda politica e, purtroppo, non è la prima volta.
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