Coronavirus in Sardegna, Federalberghi: «Noi siamo pronti, ma servono certezze sui tempi»
Il presidente Manca: «Entro 15 giorni dobbiamo sapere quando si può ripartire. Negli hotel sarà garantito il distanziamento. Sì ad app e passaporto sanitario»
SASSARI. Organizzazione e certezza. Sono le due parole su cui si fonda la stagione turistica alle porte. Una stagione che, appare anche ovvio dirlo, parte in salita. Molto in salita. Ma per gli albergatori la Sardegna è ancora in tempo per salvare il salvabile. Ne è convinto Paolo Manca, presidente r di Federalberghi, che inizia la sua analisi partendo da quella data, il 1 luglio, su cui la Regione sta lavorando per la riapertura delle strutture ricettive nell’isola. «Diciamo subito che quella è un’ipotesi, e che il 1 luglio è l’ultima data utile – dice –. Noi auspichiamo che a quel punto tutto sia già in funzione. Anzi, laddove possibile vorremmo anticipare questo termine. Se si può operare con tranquillità si potrebbe partire già a giugno».
Quindi, gli alberghi sono pronti per la riapertura?
«Di fatto gli alberghi sono già aperti, non c’è alcun vincolo legale di essere chiusi. Gli hotel apriranno non appena ci sarà la possibilità di avere clienti. Noi siamo pronti, sono in fase di elaborazione da parte delle associazioni di categoria a livello nazionale dei protocolli per la gestione della prevenzione. Tutta una serie di accorgimenti che si basano sui documenti ufficiali, sulle indicazioni dell’Oms».
Qualche anticipazione?
«Innanzitutto, il rispetto del distanziamento sociale, che ovviamente comporterà nuove prassi nella gestione della propria vacanza. E poi i dispositivi di protezione individuale, soprattutto per i lavoratori. Ma gli alberghi non sono corsie di ospedale, i clienti devono essere messi nelle condizioni di potersi godere la vacanza. Per arrivare a questo traguardo c’è una costante interlocuzione con la Regione ne abbiamo anche una prevista con il tavolo tecnico scientifico. Da parte nostra c’è la totale disponibilità, ma faccio un invito a tutti: i protocolli vanno stilati dalla autorità sanitaria e possibilmente devono essere gli stessi in tutto il Paese. Noi dobbiamo prepararci a una gestione dinamica dell’epidemia».
Perché non è finita.
«Non possiamo pensare che il coronavirus sparirà di colpo. Noi dobbiamo gestire la situazione per garantire una performance adeguata. La Sardegna ha un livello di contagio decisamente inferiore alla Germania. Abbiamo la possibilità di controllare gli accessi, di verificare le criticità. Avremo un numero limitato di turisti, forse in contemporanea massimo 150mila presenze - e ci metterei la firma - contro le 350mila degli anni scorsi. Possiamo contare su 24mila chilometri quadrati di territorio, sulle strutture alberghiere più grandi d’Italia. Abbiamo i servizi e le capacità di organizzarci in maniera adeguata. La situazione è difficile ma è gestibile».
Cosa devono fare le istituzioni?
«Non si può ragionare secondo schemi usuali e occorre prendere misure eccezionali. Se necessaria va fatta la mappatura dei turisti con una app. Bene anche il passaporto sanitario, anche se non mi piace il nome: meglio rinunciare a una piccola parte della libertà personale per potere godere tranquillamente una vacanza e permettere a un pezzo della nostra economia di ripartire. Ma dobbiamo avere certezze sulla tempistica. Entro massimo due settimane dobbiamo conoscere nei dettagli le finestre temporali. Siamo convinti che la strutture si possano adeguare totalmente alle prescrizioni. Ma la priorità è decidere se e come aprire. È tutta una questione di organizzazione».
C’è anche l’ipotesi di saltare la stagione?
«Se non apriamo ci saranno 80mila buste paga in meno. Aprire la parte turistica della Sardegna significa tamponare il dramma che c’è dal punto di vista economico. Un dramma che rimane, perché le aziende perderanno uguale, tutto il nostro mondo sarà comunque in passivo, ma almeno potremo pagare gli stipendi. E non è cosa da poco».
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