Doppi turni e pochi alunni: la scuola nel dopo Covid

Sì all’ipotesi di riaprire istituti nei piccoli Comuni «ma serviranno più docenti»

SASSARI. Un ritorno al passato obbligato, tra scuole che potrebbero riaprire nei piccoli Comuni e doppi turni mattina e sera con le classi divise in gruppi. Non solo: l’altra ipotesi che si fa strada è che la settimana di lezioni si divida tra la scuola e il pc a casa, con il proseguimento della didattica a distanza per gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori. Il calendario non concede sconti e da qui alla fine di agosto la Regione dovrà avere un piano dettagliato per consentire la ripartenza delle lezioni a settembre sulla base delle nuove regole imposte dall’emergenza coronavirus: su tutte, la distanza tra gli studenti che non potranno più stare gomito a gomito come accaduto sinora. Dunque stop alle classi pollaio da 25 a 30 alunni, a dettare legge sui numeri saranno gli spazi a disposizione.

Riaprire le scuole. La situazione delle scuole sarde impone scelte immediate e in alcuni casi impensabili sino a poco tempo fa. Il governatore Christian Solinas ha anticipato due giorni fa alla Nuova l’intenzione di rivedere il piano di dimensionamento scolastico «per la riapertura di plessi chiusi in nome dei contenuti numeri di allievi soprattutto nelle zone interne». La revisione del piano è indispensabile per garantire la formazione di classi con meno di 18 alunni: proprio la legge dei numeri sinora è stata una scure implacabile che ha determinato la chiusura di scuole e plessi e portato ad accorpamenti molto contestati. Ora la necessità impone di tornare indietro, con la possibilità per una certa quota di ragazzi di frequentare la scuola nel proprio paese senza dover percorrere chilometri e chilometri in autobus a bordo dei quali, disagio a parte, difficilmente le distanze sarebbero mantenute. E per ogni scuola che riapre c’è un piccolo Comune che sorride, perché significa ridare vitalità – con gli studenti e gli insegnanti – a centri avviati verso il declino.

I sindaci. Ben venga, allora, dice il presidente dell’Anci Emiliano Deiana. Che però non può non rilevare una evidente contraddizione: «Prima di riaprire scuole la Regione pensi a non chiudere quelle esistenti». Deiana si riferisce all’annunciata chiusura delle materne di Bortigiadas, paese di cui è sindaco, e di Nughedu San Nicolò: «Una doccia fredda considerato che l’assessore regionale all’istruzione Andrea Biancareddu aveva annunciato zero chiusure e contro la quale ci batteremo perché è impensabile trasformare in pendolari bambini di 3 anni». Non solo: Deiana rivela che proprio a Bortigiadas nell’ambito del progetto Iscol@ la Regione ha finanziato la costruzione di una scuola del nuovo millennio, per bimbi da zero a 6 anni. «Una scuola territorio di riferimento per l’intero circondario, interamente in legno come l’istituto denominato “la balena” costruito a Guastalla, Reggio Emilia, dopo il terremoto del 2012. Ecco, è molto strano che si decida di chiudere una scuola in un paese che si appresta a ospitarne una più grande e più moderna». A parte questo, aggiunge Deiana, la riapertura delle scuole può essere solo una bella notizia a patto che il percorso sia condiviso con le istituzioni locali e con il mondo della scuola e che nessuno studente venga penalizzato».

I sindacati. I dubbi dei sindacati sono tanti, anche perché la didattica a distanza in Sardegna ha lasciato insoddisfatti 7 genitori su 10. A dirlo è una indagine condotta dalla Uil Nord Sardegna e dalla Uil scuola Sassari e Gallura. «Le perplessità sulla capacità del sistema scolastico italiano e regionale in particolare, di offrire una didattica a distanza efficace in questo momento di emergenza sanitaria, sono stati confermati dai dati, nonostante gli sforzi immani del personale», dice Giuseppe Maccioccu, segretario confederale Uil Nord Sardegna. E su settembre c’è un grande punto interrogativo. Le certezze sono due: la prima è che mancheranno all’appello circa 2500 studenti, la seconda è che il numero di alunni per classe dovrà essere ridotto per garantire le distanze di sicurezza. E siccome le aule sono poche, prende corpo l’ipotesi dei doppi turni e della divisione in gruppi ma anche la didattica a distanza per uno o due giorni a settimana. Viene fuori un aspetto non secondario: servirebbero molti docenti in più, perché gli attuali non possono garantire la presenza dalla mattina alla sera. «Almeno un terzo in più – dicono Alessandro Cherchi e Federico Fadda della Uil scuola Sassari e Gallura – Serviranno docenti e serviranno spazi. In tre mesi si può pensare ad adeguare alcune delle strutture esistenti, ma nessuno può pensare di avere tutte le strutture in grado di mantenere le distanze tra gli alunni. Occorre un’integrazione tra le varie istituzioni, è necessario dialogare». Ma le premesse non sono buone, visto che l’ufficio scolastico regionale ha chiuso due scuole dell’infanzia a Bortigiadas e Nughedu invece di pensare ad aprire scuole chiuse dal dimensionamento scellerato e cronico di questi anni che in 15 anni ha portato le istituzioni scolastiche in Sardegna da 425 a 278». Solo nel Nord Sardegna, dicono i sindacalisti – «il decremento demografico ha comportato nel corso di un quindicennio la chiusura delle sezioni staccate della Scuola secondaria di 1° grado prima di Mara e Padria (1997-98) e poi di Cossoine (2011-2012); nel 2015-2016 sono stati soppressi i plessi della Primaria di Cossoine e di Mara-Padria. Ancora prima erano stati tagliati plessi e pluriclassi a Chilivani, Erula, Giave, Tergu, Santa Maria Coghinas, Codrongianos». A settembre in qualcuno di questi paesi potrebbe suonare di nuovo la campanella.

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