La Nuova Sardegna

Quarantena da incubo: le violenze sulle donne in aumento

di Silvia Sanna
Quarantena da incubo: le violenze sulle donne in aumento

La convivenza forzata ha esasperato i conflitti tra le mura domestiche. Ma tante si ribellano e a 70 anni c’è chi trova il coraggio di andare via

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SASSARI. In quel guscio di sorrisi e gentilezza germogliano amicizie. Ci sono bambini che crescono insieme e ci sono donne che si raccontano, gettandosi balsamo a vicenda sulle ferite che ancora bruciano. Sono storie di dolore e di sopportazione, ma anche di coraggio e riscatto. Perché non è mai troppo tardi per sollevare la testa e riprendersi i propri spazi, dire basta ai soprusi e alle botte. In quelle case rifugio, appartamenti dagli indirizzi segreti, le donne ricominciano a volersi bene.

Ci sono altre donne, invece, che continuano a lottare nel loro purgatorio terreno. E in queste settimane di quarantena forzata, la convivenza già rigata dagli schiaffi può trasformarsi in un incubo. Chi lo ha vissuto racconta che basta pochissimo: un sussurro, un sospiro in più, una parola lasciata a metà sono in grado di scatenare la furia di un marito, fidanzato o compagno. Il coronavirus non provoca solo morti e malati, tra i suoi effetti collaterali c’è anche l’aumento dei maltrattamenti in famiglia. Verso donne che vorrebbero scappare lontano ma non hanno ancora trovato la forza per farlo.

E in questi giorni, mai come prima, si sentono in trappola. Chiuse nelle loro case, senza la possibilità di uscire per sfogarsi con un’amica, per fare una passeggiata. Ma non sono sole: a loro si rivolgono le operatrici dei centri antiviolenza, invitandole a chiamare e a chiedere aiuto. «Noi ci siamo, per voi, come prima». La buona notizia è che qualcuna ce l’ha fatta: ha fatto la valigia e si è chiusa alle spalle la porta di casa. E tante stanno seguendo il buon esempio.

Convivenza da incubo. Il telefono inizialmente squillava con meno frequenza, le richieste si sono dimezzate in coincidenza con l’avvio delle restrizioni. Solo nell’ultimo periodo sono diventate più frequenti. Perché la convivenza h24 quasi mai stempera le tensioni, al contrario rende ad accentuarle. Dice Patrizia Desole, presidente dei centri antiviolenza Prospettiva donna a Olbia e Oristano, una vita in campo contro la violenza di genere: «La situazione delle donne è stata complicata dalle restrizioni. Ma noi ci siamo, ancora più di prima proprio perché consapevoli delle grandi difficoltà. Continuiamo a seguire le donne che assistiamo con le videochiamate, i centri sono aperti. Non vogliamo che nessuna si senta sola. Tante ci chiedono aiuto anche per la complicata situazione economica: alcune avevano lasciato i compagni e sono rimaste senza reddito. E poi ci sono i casi critici, quelli di donne sotto lo stesso tetto con mariti e compagni violenti che erano intenzionati a lasciare. A loro diciamo di chiamare, di rivolgersi alle forze dell’ordine e al numero di emergenza 1522: un operatore indicherà il centro antiviolenza più vicino».

L’invito è stato raccolto: «Nelle ultime due settimane sono arrivate moltissime richieste e in collaborazione con le prefetture e con le forze dell’ordine sono stati disposti allontanamenti di compagni violenti. E le donne sono state liberate».

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Le richieste d’aiuto. Alcune chiamano per chiedere informazioni, sono guardinghe, hanno paura che la storia venga fuori, che possano perdere i figli. «Le più giovani sono più timorose soprattutto se ci sono di mezzo bambini piccoli – spiega Silvana Migoni, presidente dell’associazione Donne al traguardo che gestisce un centro antiviolenza a Cagliari e una casa protetta, più altri sportelli nel territorio – Quelle più avanti con l’età invece – soprattutto in situazioni come quella attuale di convivenza forzata – trovano il coraggio di mollare tutto. Succede alle coppie di separati in casa: normalmente ognuno fa la sua vita ma con la quarantena è impossibile. Un marito o compagno di indole violenta tenderà a prendersela con chi ha accanto, perché non ha altre valvole di sfogo».

Nelle ultime tre settimane la casa rifugio di Donne al traguardo ha ospitato temporaneamente una donna cinquantenne che è andata via di casa «prima che insieme alle forze dell’ordine e con tutte le autorizzazioni legate all’emergenza coronavirus venisse trasferita in un altro Comune a casa di parenti». Altre due donne, ancora più anziane – tra i 60 e 70 anni – sono uscite allo scoperto «dopo avere sopportato vessazioni per anni – racconta Silvana Migoni – e hanno denunciato i mariti: non sappiamo se l’avrebbero fatto comunque ma di sicuro la quarantena ha esasperato le situazioni più difficili inducendo alcune donne a dire basta. Una di loro, separata in casa, ha presentato un esposto e si è trasferita in un luogo sicuro. Meglio tardi che mai, considerato che tante donne rivelano l’incubo domestico vissuto solo dopo la morte dei mariti».

Non ha fatto così la 75enne di Olbia rimasta nel cuore delle operatrici di Prospettiva Donna: «Nella nostra casa rifugio – ricorda Patrizia Desole – ha festeggiato il suo compleanno e la sua liberazione: a quell’età ha capito che era ancora in tempo per salvarsi e concedersi uno scampolo di vita serena». È andata dai carabinieri e ha scoperchiato il pentolone delle violenze, poi è ripartita fiera verso la libertà riconquistata.
 

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