Coronavirus, la povertà fa più paura del contagio

Un'indagine condotta dall'Osservatorio sociale della criminalità in Sardegna

Dopo due settimane dall'emanazione del Dcpm dell'8 marzo che ha esteso a tutto il territorio nazionale le misure di contrasto e contenimento del virus Covid-19, come Osservatorio sociale della criminalità in Sardegna abbiamo avviato un'indagine on line (dal 25 marzo al 25 aprile), ottenendo il significativo numero di 2.500 risposte. In sintesi, le domande vertevano su tre aspetti: 1) i cambiamenti delle relazioni familiari, sociali e lavorative; 2) le preoccupazioni per il futuro; 3) il ruolo delle tecnologie digitali.

Preliminarmente chiariamo che, benché significative sotto il profilo quantitativo, per lo strumento di rilevazione utilizzato, le risposte non possono essere considerate un campione rappresentativo, per cui i risultati riguardano esclusivamente l’universo di persone che hanno compilato il questionario.

Chi ha risposto? Sul piano territoriale la provenienza è stata la seguente: la Sardegna per il 71%, le altre regioni per il 28% e l’1% da altri Paesi europei. In una prima restituzione dei risultati - scaricabile dal sito dell’OSCRIM - abbiamo tenuto distinte le risposte dell’Isola dalle altre regioni, mentre ci riserviamo di analizzare tutte le variabili nel Report finale. In questa anticipazione ci limitiamo ad evidenziare alcune differenze: ad esempio, nonostante esista in entrambi i casi una buona rappresentazione delle diverse fasce d’età, nelle altre regioni italiane prevalgono le fasce intermedie e più giovani; inoltre, se in generale, vi è un elevato livello di istruzione (il 64%), tra le risposte in Sardegna la presenza di laureati è inferiore, ma questo elemento appare dovuto a una più ampia rappresentatività sociale. Di contro, nei questionari compilati da chi risiede nelle altre regioni italiane vi è una maggiore presenza di insegnanti e ricercatori, nonché di studenti soprattutto universitari. Per ciò che riguarda l’aspetto delle relazionalità prima e durante la quarantena, evidenziamo che fino a questo momento a) la segregazione sociale incide solo marginalmente sulla qualità delle relazioni amicali, e ciò grazie alla disponibilità delle tecnologie digitali; b) la qualità delle relazioni tra i famigliari conviventi tende invece a peggiorare; c) i rapporti con i colleghi di lavoro risultano complessivamente stazionari; d) le relazionalità con i vicini sostanzialmente non appaiono mutate, nel senso che se prima della quarantena vi erano rapporti di vicinato, tali rimangono, ma non si tende a crearli ex-novo durante l’emergenza. Ciò appare in controtendenza rispetto a una certa narrazione mediatica che in queste settimane ha alimentato il rafforzarsi (se non la scoperta) di relazioni di vicinato come risultato della segregazione.

Per ciò che riguarda le preoccupazioni maggiori, rileviamo che la situazione economica e politica del Paese costituisce la principale fonte di ansia degli intervistati, ma anche la tenuta democratica è causa di incertezza. Viceversa, il proprio stato di salute non è certamente tra le prime preoccupazioni degli intervistati. Ciò va di pari passo con la fiducia che si ripone verso il sistema sanitario nazionale, seguita da quella verso la ricerca scientifica. Ma vi è fiducia anche verso i singoli cittadini e i loro comportamenti in relazione all’emergenza sanitaria. Questo dato probabilmente è da attribuire al fatto che sono state efficaci le pervasive campagne di comunicazione non solo istituzionali sulle norme comportamentali a cui attenersi, non a caso ai singoli si attribuiscono oneri ben maggiori nel contenimento del contagio di quanto non se ne attribuiscano a chi ci governa. Per ciò che riguarda il ruolo delle tecnologie digitali, risalta la centralità assunta in assenza di compresenza fisica, così come appare rilevante l’accettazione non problematica del controllo digitale sugli spostamenti, ma riteniamo che questo dato sia da leggere insieme al peso attribuito alla responsabilità dei singoli per contenere il contagio.


 

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