La Nuova Sardegna

Non c'è festa senza il lavoro

DANIELA SCANO
Non c'è festa senza il lavoro

L'Italia sta soffrendo e la Sardegna patisce la precarietà più di altre regioni

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È surreale questa festa del lavoro dove il grande assente è proprio lui: il lavoro. Il protagonista del Primo Maggio è scomparso dai radar, vittima del coronavirus che ne ha cambiato la fisionomia, la mobilità, la forma. Nei casi più gravi il lavoro è un malato in terapia intensiva, nella migliore delle prognosi è un soggetto positivo in autoisolamento. Per questo, quella di oggi non può essere una giornata di festa, ma deve essere un momento di riflessione. Nessuno ha motivo di festeggiare. Neppure chi ha un lavoro sicuro e che fino all’anno scorso (e quanto sembra lontano!) il Primo Maggio si concedeva una giornata di meritato riposo.

Un privilegio con il contraltare dell’amarezza di chi il lavoro non lo trova, di chi lo ha perso, di chi deve accontentarsi della precarietà. A prescindere dalle situazioni dei singoli, questa giornata accomuna tutti indistintamente nella preoccupazione per il Grande Malato. Il lavoro, dopo la salute, è la prima preoccupazione.

Non c’è mai stato un momento uguale a quello che il mondo sta vivendo, che l’Italia sta soffrendo. La Sardegna patisce più di altre regioni. Tra i comparti produttivi finiti in terapia intensiva, nell’isola il turismo è quello che sta peggio. Migliaia di imprese e un esercito di stagionali vivono con il fiato sospeso e una consapevolezza: quando lo staccheranno dal respiratore, la convalescenza del turismo sarà lunga e il suo decorso imprevedibile. Tutto si è fermato a marzo, nel ricordo di un tempo che non tornerà più come prima. La sospirata riapertura non sarà una ripartenza ma l’avvio della lunga e faticosa riabilitazione di un comparto dove lavorano ristoratori, baristi, camerieri, operatori delle pulizie, gestori di discoteche, gente del mondo dello spettacolo, organizzatori di festival e di eventi. Anche la Sardegna delle mille sagre andrà sicuramente in stand by fino all’anno prossimo e con lei con tutto il suo indotto di produttori. Quello del turismo è un esercito di lavoratori che vanno ad affrontare l’estate del Grande Gelo con le scarpe di cartone.

Accanto a loro marciano con difficoltà i liberi professionisti, il popolo delle partite Iva, i commercianti, gli artigiani, gli operatori della cura della persona.

Dicono gli esperti, la salute prima di tutto. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che non può esserci salute senza la certezza di poter mettere qualcosa in tavola, senza sapere come pagare l’affitto della tua impresa chiusa da mesi, senza avere più nessuna certezza per il futuro. Non può esserci festa in un momento in cui lo “stipendio fisso” è diventato la (sempre più aleatoria) prerogativa di pochi, gli ammortizzatori sociali vengono considerati quasi un privilegio da chi non ha ancora avuto niente (e sono in tanti), e il lavoro che c’è si è inabissato nelle abitazioni dove lo smart working è diventato la normalità.

Per tutte queste ragioni quella di oggi non è una festa, ma una giornata di inquietudini e di paura per tanti che non riescono a immaginare il domani.

Questi sentimenti però non possono trasformarsi in rassegnazione. Perché se è vero che il Lavoro è il grande contagiato dal coronavirus, è altrettanto vero che non c’è bisogno dei medici per salvarlo. Ci vogliono interventi pubblici e sostegno dei redditi volatilizzati, occorre un progetto che con il massimo rispetto per la tutela della salute consenta al Lavoro di entrare nella fase due. Per farlo non bastano le ricette salvifiche e le promesse irrealizzabili, ma senso di responsabilità e rispetto delle regole. Meno tavoli e task force e più concretezza, maggiore attenzione anche a chi non chiede per vergogna e per dignità. Gente abituata a lavorare senza chiedere sussidi e ad accontentarsi del poco che ha. Lavoratori della “fascia di mezzo”: troppo giovani per andare in pensione e troppo avanti negli anni per ricominciare tutto da capo.

Tutti oggi bloccati dal Covid e non chiedono altro che lavoro. E questo serve: lavoro vero subito, riaprire i cantieri e tutti i luoghi produttivi dove si può operare in sicurezza, non lasciare indietro nessuno. Solo così sarà una ripartenza e non una falsa partenza. Perché ciò sia possibile occorre un immenso sforzo collettivo alimentato, in Sardegna, dall’amore per questa grande isola e per la sua gente che ha superato tanti ostacoli e ce la farà anche questa volta. Rimboccandosi le maniche e lavorando, come ha sempre fatto, ma questa volta con guanti e mascherine, distanziamento sociale, tutto ciò che è necessario fare per bloccare la diffusione del virus e favorire il ritorno sulla scena del lavoro. Il buon lavoro che tutti meritano. E il Primo Maggio tornerà ad essere un giorno di festa.


 

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