Boccia attacca Solinas ma inciampa sulle messe
di Umberto Aime
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Il ministro Boccia e il governatore Solinas durante un incontro svoltosi a CagliariIl ministro: ordinanza illegittima. Ma la Regione non torna indietro
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CAGLIARI. Il dialogo è finito. Lo scontro fra il Governo e la Giunta sulla matassa di decreti e ordinanze, in gran parte ancora inestricabile, è ufficiale. Il ministro per gli affari regionali, Francesco Boccia, l’ha detto in diretta televisiva: «Ìl governatore della Sardegna dovrà fare un passo indietro, perché in più di un articolo la sua ordinanza non è coerente con il nostro decreto». Avrà anche ragione, ma subito dopo ha preso una cantonata, sostenendo: «Come si fa delegare ai sindaci la decisione di riaprire o meno le chiese? È assurdo». Qui però ha sbagliato di sicuro, perché proprio questo nell’ordinanza di Solinas non c’è scritto. Il governatore semmai ai sindaci, dall’11 maggio in poi, ha scaricato la riapertura o meno di saloni per i servizi alla persona, negozi d’abbigliamento, profumerie e gioiellerie. Mentre per quanto riguarda le messe, che sarebbe possibile ricelebrare da oggi nelle chiese, l’ultima parola l’ha lasciata invece ai vescovi. Che comunque gli hanno risposto con un gelido «vedremo», dopo aver saputo della trattativa in corso fra la Conferenza episcopale e il Governo per una riapertura delle chiese non prima del 20 maggio.
L’errore. Forse perché informato male, Boccia, nell’attaccare, ha scambiato il sacro col profano, i banchi delle parrocchie con la poltrona del barbiere. E infatti la Regione ha sfruttato il palese errore del ministro, per replicare seduta stante: «Nella nostra ordinanza, ai sindaci non è stato trasferito alcun potere di verificare se le funzioni religiose possano essere celebrate o meno». Al di là dell’evidente diversa lettura e interpretazione della fase 2, Boccia non ha mollato comunque la presa: «Ci sono altre difformità rispetto al decreto del Governo e quindi alcune scelte del governatore della Sardegna andranno riviste e rivalutate». Quali sarebbero le altre difformità? Il ministro non l’ha detto, ma è sembrato di capire che oggi, alla riapertura degli uffici, l’ordinanza numero 20 della Sardegna sarà passata al setaccio più volte, per sfociare in un primo avvertimento. L’altolà dovrebbe arrivare oggi, ma se poi la diffida dovesse rimanere inascoltata, potrebbe sfociare in un ricorso al Tribunale amministrativo. Perché Boccia ha concluso l’intervento televisivo con queste parole: «Gran parte delle Regioni si sono allineate, poche altre no (ricitando la Sardegna e aggiungendoci la Calabria contro cui ha già ricorso) e non possono esserci differenze da una parte all’altra del Paese». Con la Regione che di nuovo ha replicato: «Il testo della nuova ordinanza è armonico e coerente con le disposizioni nazionali, pur nelle differenziazioni adottate, tenendo conto delle specificità del nostro territorio e delle potestà connesse all’autonomia speciale». Chissà come andrà a finire, ma salvo colpi di scena dell’ultim’ora, sempre possibili, la fase 2 secondo Solinas oggi andrà in scena.
Le differenze. Nel mettere a confronto il Dpcm e l’ordinanza qualche altro punto di frizione pare comunque esserci. Ad esempio sugli spostamenti da un Comune all’altro per motivi di lavoro. Secondo il Governo non sarà più necessaria l’autocertificazione, ma in caso di controllo «basterà mostrare alle forze dell’ordine il tesserino o una dichiarazione dell’azienda». Mentre per la Regione l’autocertificazione è ancora necessaria anche in questo caso, ma come s’è capito da tempo «eventuali prescrizioni più restrittive a livello locale sono consentite, mentre sono inammissibili concessioni e deroghe», ha ribadito Palazzo Chigi. Un secondo punto di scontro potrebbe esserci sulla scelta della Regione di delegare ai sindaci l’apertura da oggi dei mercati rionali o in cui sono venduti prodotti a chilometro zero. Questa possibilità non è prevista dal Governo, ma che per la verità, a sua volta, fa un bel po’ di confusione sull’argomento e anche sulle bancarelle degli ambulanti. Oltre a questi due punti e alla possibilità da oggi di celebrare le messe nelle chiese sarde, che riguardano comunque la prima parte della fase 2, le differenze saltano agli occhi dall’11 maggio in poi. Perché, secondo la Regione, è proprio fra sette giorni che i sindaci potranno autorizzare la riapertura dei saloni gestiti da parrucchieri, barbieri, estetiste e tatuatori, ma anche di negozi d’abbigliamento, profumerie e gioiellerie seppure tenendo sempre sotto osservazione l’andamento dei contagi. Mentre di tutto questo non c’è scritto neanche un rigo nel decreto nazionale, in cui ogni decisione in tal senso è rinviata al 18 maggio. Perché, come ha detto Boccia, al di là dell’aver confuso chiese con negozi, «è solo a partire da quel giorno che valuteremo possibili deroghe regione per regione».
L’errore. Forse perché informato male, Boccia, nell’attaccare, ha scambiato il sacro col profano, i banchi delle parrocchie con la poltrona del barbiere. E infatti la Regione ha sfruttato il palese errore del ministro, per replicare seduta stante: «Nella nostra ordinanza, ai sindaci non è stato trasferito alcun potere di verificare se le funzioni religiose possano essere celebrate o meno». Al di là dell’evidente diversa lettura e interpretazione della fase 2, Boccia non ha mollato comunque la presa: «Ci sono altre difformità rispetto al decreto del Governo e quindi alcune scelte del governatore della Sardegna andranno riviste e rivalutate». Quali sarebbero le altre difformità? Il ministro non l’ha detto, ma è sembrato di capire che oggi, alla riapertura degli uffici, l’ordinanza numero 20 della Sardegna sarà passata al setaccio più volte, per sfociare in un primo avvertimento. L’altolà dovrebbe arrivare oggi, ma se poi la diffida dovesse rimanere inascoltata, potrebbe sfociare in un ricorso al Tribunale amministrativo. Perché Boccia ha concluso l’intervento televisivo con queste parole: «Gran parte delle Regioni si sono allineate, poche altre no (ricitando la Sardegna e aggiungendoci la Calabria contro cui ha già ricorso) e non possono esserci differenze da una parte all’altra del Paese». Con la Regione che di nuovo ha replicato: «Il testo della nuova ordinanza è armonico e coerente con le disposizioni nazionali, pur nelle differenziazioni adottate, tenendo conto delle specificità del nostro territorio e delle potestà connesse all’autonomia speciale». Chissà come andrà a finire, ma salvo colpi di scena dell’ultim’ora, sempre possibili, la fase 2 secondo Solinas oggi andrà in scena.
Le differenze. Nel mettere a confronto il Dpcm e l’ordinanza qualche altro punto di frizione pare comunque esserci. Ad esempio sugli spostamenti da un Comune all’altro per motivi di lavoro. Secondo il Governo non sarà più necessaria l’autocertificazione, ma in caso di controllo «basterà mostrare alle forze dell’ordine il tesserino o una dichiarazione dell’azienda». Mentre per la Regione l’autocertificazione è ancora necessaria anche in questo caso, ma come s’è capito da tempo «eventuali prescrizioni più restrittive a livello locale sono consentite, mentre sono inammissibili concessioni e deroghe», ha ribadito Palazzo Chigi. Un secondo punto di scontro potrebbe esserci sulla scelta della Regione di delegare ai sindaci l’apertura da oggi dei mercati rionali o in cui sono venduti prodotti a chilometro zero. Questa possibilità non è prevista dal Governo, ma che per la verità, a sua volta, fa un bel po’ di confusione sull’argomento e anche sulle bancarelle degli ambulanti. Oltre a questi due punti e alla possibilità da oggi di celebrare le messe nelle chiese sarde, che riguardano comunque la prima parte della fase 2, le differenze saltano agli occhi dall’11 maggio in poi. Perché, secondo la Regione, è proprio fra sette giorni che i sindaci potranno autorizzare la riapertura dei saloni gestiti da parrucchieri, barbieri, estetiste e tatuatori, ma anche di negozi d’abbigliamento, profumerie e gioiellerie seppure tenendo sempre sotto osservazione l’andamento dei contagi. Mentre di tutto questo non c’è scritto neanche un rigo nel decreto nazionale, in cui ogni decisione in tal senso è rinviata al 18 maggio. Perché, come ha detto Boccia, al di là dell’aver confuso chiese con negozi, «è solo a partire da quel giorno che valuteremo possibili deroghe regione per regione».
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