L’Italia in mascherina Fase due senza caos
Si allenta la stretta su parchi e litorali. Gli italiani escono e si ritrovano diversi niente abbracci e strette di mano, nuovo “dress code” e niente caffè al bar
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[FIRMA&LUOGO]di Matteo Guidelli
<MC>ROMA
[TESTO]Alle 7 del mattino il paese è già in moto ma non è più quello di prima. È un'Italia «senza» quella che inizia la Fase 2: senza i 29mila che il virus si è portato via, una città intera; senza gli abbracci e le strette di mano; senza il rito del caffè al bar perché quello da asporto è solo un surrogato: prima della pandemia, il rito, l'aveva sconfitto nel '39 solo l'autarchia imposta dalla Camera dei Fasci. Senza le visite agli amici, che la burocrazia è riuscita a derubricare ad affetti meno stabili di un cugino di sesto grado. Senza i turisti da Venezia a Firenze fino a Roma e Palermo e tutta quella bellezza lasciata lì sola, con nessuno a goderne, sembra quasi uno spreco. E senza più il silenzio che per 50 giorni è stato padrone delle città. Il lockdown aveva chiuso in casa 7,8 milioni di italiani, ne sono tornati a lavoro 4,4 milioni ma tra strade e viali, in stazioni e aeroporti, su bus e metro, non è stata invasione, non c'è stato il liberi tutti. Sono tornati in fabbriche e uffici, attività commerciali e servizi, almeno quelli che hanno potuto riaprire. Tutti con il nuovo «dress code» previsto dall'epoca del coronavirus: le mascherine. Professionali, chirurgiche, fai da te, colorate. Ognuno con la sua senza proteste e senza polemiche. Un segnale di maturità non scontato. I trasporti erano l'incubo e i trasporti hanno retto, almeno per ora. Nessun ingorgo sulle autostrade, anche se ai caselli di Milano e Roma il traffico è aumentato del 40% rispetto ai giorni precedenti; nessun blocco sulle strade di accesso alle grandi città, con qualche coda su quelle di rapido scorrimento, come a Torino o sulla Tangenziale di Roma. Sulla Ferrovia Cumana, che collega l'hinterland con Napoli, i video mostrano passeggeri ammassati e senza controlli, ma è l'unica vera eccezione. Nelle stazioni milanesi come a Roma Termini sembrava di essere a Ferragosto. Il deserto. Non c'è stato insomma il temuto esodo nord-sud: solo qualche migliaio di persone rientrare a casa, 4mila solo nella Calabria della governatrice ribelle Jole Santelli. Anche i bus e le metro hanno continuano a viaggiare quasi vuote come fosse un normale giorno di quarantena. Qualche fila alle stazioni dovuta agli ingressi contingentati, ma nulla di più. La differenza l'ha fatta la paura del contagio e chi ha potuto ha scelto di muoversi in auto, in bici, a piedi. E la differenza l'ha fatta un nuovo senso di responsabilità degli italiani, che non si sono accalcati, che hanno atteso il loro turno, che hanno rispettato quasi alla lettera le indicazioni. Le città svuotate di turisti hanno riaperto parchi, ville e lungomari. Sono tornate le coppie a passeggiare mano nella mano, sono tornati runner e ciclisti, soprattutto sono ricomparse le famiglie e i bambini, qualcuno addirittura azzardando un pallone. È l'altra Italia che riparte, quella della voglia di tornare a vivere, della curiosità di scoprire come è il nuovo mondo, della gioia di aver riconquistato parte delle libertà che l'emergenza ha cancellato. È l'Italia dei capannelli spontanei agli angoli delle strade, nelle piazze, lungo i marciapiedi. Uomini e donne che si (r)incontrano e si raccontano. Le periferie e le zone lontano dal centro sono le più vive, le immagini di ogni angolo d'Italia raccontano un popolo che si rimette in moto e si riprende quasi con timore quelli che erano i luoghi simbolo del paese, senza più turisti: i romani a fotografare la scalinata di Trinità dei Monti vuota come non mai, i milanesi a rimpossessarsi di piazza Duomo, anche solo per passeggiare, i fiorentini a farsi i selfie in piazza della Signoria svuotata dei cinesi. Il 4 maggio 2020 è anche un'altra cosa, però. È un ripartire a metà. Perché, oltre ai turisti, l'Italia è senza negozi e sport e cinema e musei e concerti e ristoranti: che sono i luoghi della cultura e della vita sociale. Ed è senza le università e le scuole: silenziose, chiuse, sbarrate, mute. Il futuro del Paese è ancora chiuso dentro casa, con migliaia di bambini e adolescenti esclusi dalla didattica on line. L'embrione dell'ennesima diseguaglianza sociale che rischia di incancrenirsi. Meglio pensarci in fretta, molto prima che arrivi settembre. Perché altrimenti l'Italia «senza» di oggi rischia di essere anche quella di domani.
<MC>ROMA
[TESTO]Alle 7 del mattino il paese è già in moto ma non è più quello di prima. È un'Italia «senza» quella che inizia la Fase 2: senza i 29mila che il virus si è portato via, una città intera; senza gli abbracci e le strette di mano; senza il rito del caffè al bar perché quello da asporto è solo un surrogato: prima della pandemia, il rito, l'aveva sconfitto nel '39 solo l'autarchia imposta dalla Camera dei Fasci. Senza le visite agli amici, che la burocrazia è riuscita a derubricare ad affetti meno stabili di un cugino di sesto grado. Senza i turisti da Venezia a Firenze fino a Roma e Palermo e tutta quella bellezza lasciata lì sola, con nessuno a goderne, sembra quasi uno spreco. E senza più il silenzio che per 50 giorni è stato padrone delle città. Il lockdown aveva chiuso in casa 7,8 milioni di italiani, ne sono tornati a lavoro 4,4 milioni ma tra strade e viali, in stazioni e aeroporti, su bus e metro, non è stata invasione, non c'è stato il liberi tutti. Sono tornati in fabbriche e uffici, attività commerciali e servizi, almeno quelli che hanno potuto riaprire. Tutti con il nuovo «dress code» previsto dall'epoca del coronavirus: le mascherine. Professionali, chirurgiche, fai da te, colorate. Ognuno con la sua senza proteste e senza polemiche. Un segnale di maturità non scontato. I trasporti erano l'incubo e i trasporti hanno retto, almeno per ora. Nessun ingorgo sulle autostrade, anche se ai caselli di Milano e Roma il traffico è aumentato del 40% rispetto ai giorni precedenti; nessun blocco sulle strade di accesso alle grandi città, con qualche coda su quelle di rapido scorrimento, come a Torino o sulla Tangenziale di Roma. Sulla Ferrovia Cumana, che collega l'hinterland con Napoli, i video mostrano passeggeri ammassati e senza controlli, ma è l'unica vera eccezione. Nelle stazioni milanesi come a Roma Termini sembrava di essere a Ferragosto. Il deserto. Non c'è stato insomma il temuto esodo nord-sud: solo qualche migliaio di persone rientrare a casa, 4mila solo nella Calabria della governatrice ribelle Jole Santelli. Anche i bus e le metro hanno continuano a viaggiare quasi vuote come fosse un normale giorno di quarantena. Qualche fila alle stazioni dovuta agli ingressi contingentati, ma nulla di più. La differenza l'ha fatta la paura del contagio e chi ha potuto ha scelto di muoversi in auto, in bici, a piedi. E la differenza l'ha fatta un nuovo senso di responsabilità degli italiani, che non si sono accalcati, che hanno atteso il loro turno, che hanno rispettato quasi alla lettera le indicazioni. Le città svuotate di turisti hanno riaperto parchi, ville e lungomari. Sono tornate le coppie a passeggiare mano nella mano, sono tornati runner e ciclisti, soprattutto sono ricomparse le famiglie e i bambini, qualcuno addirittura azzardando un pallone. È l'altra Italia che riparte, quella della voglia di tornare a vivere, della curiosità di scoprire come è il nuovo mondo, della gioia di aver riconquistato parte delle libertà che l'emergenza ha cancellato. È l'Italia dei capannelli spontanei agli angoli delle strade, nelle piazze, lungo i marciapiedi. Uomini e donne che si (r)incontrano e si raccontano. Le periferie e le zone lontano dal centro sono le più vive, le immagini di ogni angolo d'Italia raccontano un popolo che si rimette in moto e si riprende quasi con timore quelli che erano i luoghi simbolo del paese, senza più turisti: i romani a fotografare la scalinata di Trinità dei Monti vuota come non mai, i milanesi a rimpossessarsi di piazza Duomo, anche solo per passeggiare, i fiorentini a farsi i selfie in piazza della Signoria svuotata dei cinesi. Il 4 maggio 2020 è anche un'altra cosa, però. È un ripartire a metà. Perché, oltre ai turisti, l'Italia è senza negozi e sport e cinema e musei e concerti e ristoranti: che sono i luoghi della cultura e della vita sociale. Ed è senza le università e le scuole: silenziose, chiuse, sbarrate, mute. Il futuro del Paese è ancora chiuso dentro casa, con migliaia di bambini e adolescenti esclusi dalla didattica on line. L'embrione dell'ennesima diseguaglianza sociale che rischia di incancrenirsi. Meglio pensarci in fretta, molto prima che arrivi settembre. Perché altrimenti l'Italia «senza» di oggi rischia di essere anche quella di domani.
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