Asili chiusi, i genitori: temiamo che non riaprano
di Kety Sanna
È il rischio che corrono molte strutture private schiacciate dalle spese Le famiglie: chi lavora non saprebbe dove mandare i figli il prossimo settembre
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NUORO. Gli asili nido sono chiusi da settimane, come tutte le scuole di ogni ordine e grado, e la probabilità è che questa misura venga estesa ancora a lungo. Il decreto Cura Italia ha previsto vari scenari per affrontare l’emergenza coronavirus sia nella fase di lockdown sia nelle successive, ma non ha tenuto conto della realtà educativa privata, lasciando gli asili nido ad affrontare una situazione di criticità e incertezza sugli eventuali tempi di riapertura e sugli aiuti. Molte strutture rischiano di rimanere chiuse per sempre, andando a creare un enorme disagi ai bambini e alle loro famiglie. I piccoli dai 0 ai 3 anni, infatti, sono stati dimenticati dai vari provvedimenti attuati dal Governo, che con le misure messe in atto per contrastare l’emergenza sanitaria, ha chiuso immediatamente le strutture senza pensare che queste avrebbero comunque continuato a pagare affitti e spese a loro carico. Anche senza poter contare più sul contributo delle famiglie che, in questa fase, nonostante tutto, hanno cercato di andare incontro alle attività facendo delle donazioni, in vista della loro riapertura. Che, però, non è detto ci sarà.
«Noi siamo due dipendenti pubblici – dice Francesca Chessa, mamma nuorese – e se negli ultimi tempi abbiamo lavorato in smart working a breve ci toccherà riprendere ad uscire di casa. Con chi lasceremo nostro figlio di 2 anni? Ha già risentito di questo distacco improvviso dai suoi coetanei per essere catapultato in una realtà che non gli apparteneva. Ha perso due mesi di formazione, importanti per la sua crescita. Non è possibile che i nostri bambini vengano dimenticati e nessuno riesca ad organizzare la ripresa dei nostri asili garantendo loro di offrire il servizio in sicurezza».
Claudia Gambioli mamma di Ludovica di 2 anni e mezzo, pensa anche alla bimba che porta in grembo. Per lei il problema è doppio: aveva programmato di gestire senza problemi la crescita delle sue figlie, facendo affidamento sull’aiuto delle educatrici del nido. «Ludovica è cresciuta con loro. In questo periodo di quarantena forzata le è mancato tanto il rapporto con gli altri bambini. Non capisco – aggiunge la donna – perché alcune attività sono state riaperte senza alcun problema e per gli asili nido tutto sia complicato e impossibile. Occorre tutelare i dipendenti delle strutture e anche noi famiglie». C’è poi Valeria Tupponi, insegnante e mamma di tre gemelli di 2 anni. In questi mesi non ha mai smesso di lavorare. «Mio marito lavora in ospedale e gestire tre bambini in casa, dopo che si erano abituati a stare al nido, non è stato facile. Con la speranza che le strutture riaprano, dovremo fare un nuovo inserimento. Per loro è come che ci sia stato blackout delle relazioni. Sfido chiunque a riuscire a fare le stesse attività che i nostri bambini fanno al nido con le educatrici. Eppure c’è chi ha avuto il coraggio di dimenticarsi di loro, di far finta che non esistano». Non tutte le famiglie in città hanno la fortuna di avere nonni o parenti pronti a dare una mano.
«Il coronavirus ha momentaneamente cambiato la nostra vita e reso diversa la quotidianità – dice Giuseppe Dessena, ex assessore regionale alla Pubblica istruzione, papà di due bambini –. Tutto questo non fa bene a nessuno: né ai nostri piccoli, privati degli stimoli dei loro coetanei e delle maestre, né a questi lavoratori messi ai margini di un sistema che non li considera. Stiamo parlando si attività imprenditoriali che rischiano di morire». Alla voce di tate mamme e papà che non si sentono tutelati dalle istituzioni, si aggiunge il grido dei bambini che hanno perso importanti riferimenti educativi e affettivi. «Abbiamo interrotto un percorso – continua Monica Manzoni, mamma di un bimbo di 2 anni e mezzo – che sarà difficilissimo riprendere dal punto di vista psicologico. Siamo propensi anche a una ripresa lenta e contingentata purché il servizio riparta. Chi lo dice, poi, che affidare i nostri figli a una baby sitter sia più sicuro».
Intanto anche gli asili nido nuoresi hanno aderito a un comitato spontaneo di 90 scuole, unite per portare avanti la loro battaglia. Hanno chiesto l’apertura di un tavolo in Regione per discutere del problema che in molti fanno finta di non vedere. «Si sta calpestando il valore dell’educazione e del nostro servizio per la collettività – dicono Antonella Cucca, Fabrizio Paderi e Luana Mulas –. Abbiamo consapevolezza di quanto sta capitando, ma dopo mesi di chiusura ci servono aiuti per affrontare le spese. A breve la cassa integrazione cesserà e non possiamo permetterci di pagare gli stipendi. Noi non siamo animatori ma educatori. Non possiamo riconvertirci come qualcuno vorrebbe. In questo momento abbiamo solo bisogno di capire se avremo ancora un futuro».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Noi siamo due dipendenti pubblici – dice Francesca Chessa, mamma nuorese – e se negli ultimi tempi abbiamo lavorato in smart working a breve ci toccherà riprendere ad uscire di casa. Con chi lasceremo nostro figlio di 2 anni? Ha già risentito di questo distacco improvviso dai suoi coetanei per essere catapultato in una realtà che non gli apparteneva. Ha perso due mesi di formazione, importanti per la sua crescita. Non è possibile che i nostri bambini vengano dimenticati e nessuno riesca ad organizzare la ripresa dei nostri asili garantendo loro di offrire il servizio in sicurezza».
Claudia Gambioli mamma di Ludovica di 2 anni e mezzo, pensa anche alla bimba che porta in grembo. Per lei il problema è doppio: aveva programmato di gestire senza problemi la crescita delle sue figlie, facendo affidamento sull’aiuto delle educatrici del nido. «Ludovica è cresciuta con loro. In questo periodo di quarantena forzata le è mancato tanto il rapporto con gli altri bambini. Non capisco – aggiunge la donna – perché alcune attività sono state riaperte senza alcun problema e per gli asili nido tutto sia complicato e impossibile. Occorre tutelare i dipendenti delle strutture e anche noi famiglie». C’è poi Valeria Tupponi, insegnante e mamma di tre gemelli di 2 anni. In questi mesi non ha mai smesso di lavorare. «Mio marito lavora in ospedale e gestire tre bambini in casa, dopo che si erano abituati a stare al nido, non è stato facile. Con la speranza che le strutture riaprano, dovremo fare un nuovo inserimento. Per loro è come che ci sia stato blackout delle relazioni. Sfido chiunque a riuscire a fare le stesse attività che i nostri bambini fanno al nido con le educatrici. Eppure c’è chi ha avuto il coraggio di dimenticarsi di loro, di far finta che non esistano». Non tutte le famiglie in città hanno la fortuna di avere nonni o parenti pronti a dare una mano.
«Il coronavirus ha momentaneamente cambiato la nostra vita e reso diversa la quotidianità – dice Giuseppe Dessena, ex assessore regionale alla Pubblica istruzione, papà di due bambini –. Tutto questo non fa bene a nessuno: né ai nostri piccoli, privati degli stimoli dei loro coetanei e delle maestre, né a questi lavoratori messi ai margini di un sistema che non li considera. Stiamo parlando si attività imprenditoriali che rischiano di morire». Alla voce di tate mamme e papà che non si sentono tutelati dalle istituzioni, si aggiunge il grido dei bambini che hanno perso importanti riferimenti educativi e affettivi. «Abbiamo interrotto un percorso – continua Monica Manzoni, mamma di un bimbo di 2 anni e mezzo – che sarà difficilissimo riprendere dal punto di vista psicologico. Siamo propensi anche a una ripresa lenta e contingentata purché il servizio riparta. Chi lo dice, poi, che affidare i nostri figli a una baby sitter sia più sicuro».
Intanto anche gli asili nido nuoresi hanno aderito a un comitato spontaneo di 90 scuole, unite per portare avanti la loro battaglia. Hanno chiesto l’apertura di un tavolo in Regione per discutere del problema che in molti fanno finta di non vedere. «Si sta calpestando il valore dell’educazione e del nostro servizio per la collettività – dicono Antonella Cucca, Fabrizio Paderi e Luana Mulas –. Abbiamo consapevolezza di quanto sta capitando, ma dopo mesi di chiusura ci servono aiuti per affrontare le spese. A breve la cassa integrazione cesserà e non possiamo permetterci di pagare gli stipendi. Noi non siamo animatori ma educatori. Non possiamo riconvertirci come qualcuno vorrebbe. In questo momento abbiamo solo bisogno di capire se avremo ancora un futuro».
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