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Geoparco, sperperi con i soldi delle bonifiche

Geoparco, sperperi con i soldi delle bonifiche

Chiusa l’inchiesta per malversazione e truffa: primi due indagati, messi i sigilli alla sede dell’Ifras

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CAGLIARI. I soldi, circa 350 milioni, dovevano servire a finanziare il recupero e la bonifica dei 380 mila ettari di siti minerari dismessi nel Geoparco del Sulcis. Ma in quindici anni le società cui la Regione aveva affidato l’appalto senza passare per una gara hanno fatto ben poco di quanto era stato richiesto. Anzi: sperperi a parte, mancherebbero persino i progetti degli interventi necessari per trasformare in siti turistici i luoghi dove si estraevano i metalli. Ora la Procura ha chiuso l’inchiesta nata da esposti e interrogazioni: il rappresentante legale dell’ex Ati Ifras Massimo Pireddu e la moglie Giulia Rundeddu, che amministra la società Sogem, sono indagati per malversazione e truffa aggravata ai danni della Regione. I nomi degli altri indagati si conosceranno al deposito dell’atto di chiusa indagine, che ieri è stato preceduto da un decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Maria Alessandra Tedde su richiesta dei pm Gaetano Porcu e Marco Cocco: all’Ifras è stato messo sotto sigilli parte dell’edificio della sede di viale Elmas, per un valore di 5 milioni e mezzo. Nel frattempo sui 502 lavoratori che dovevano essere impegnati nel progetto 354 sono tornati al lavoro tra Igea e altre società, 34 sono andati all’Argentiera e 147 accompagnati all’uscita con incentivi.

La vicenda si apre nel 2001, quando l’Ati formata da Ifras e dal pregiudicato pugliese Enrico Intini, coinvolto anche nello scandalo delle escort di Giampaolo Tarantini, acquisisce l’appalto delle bonifiche, circa 28 milioni l’anno di cui - secondo una relazione dell’assessorato regionale al Lavoro - il 35 per cento (circa 10 milioni) si volatilizza in spese generali e utili all’impresa senza che sui siti minerari si notino cambiamenti significativi. Malgrado i dubbi espressi da qualche consigliere regionale e dagli organi d’informazione la cosa va avanti finché la Procura interviene. Emergono - a giudizio del gip Tedde - gravi anomalie nella gestione, ma tutto ciò che è accaduto fino al 2016 risulta ormai prescritto. Agli atti dell’inchiesta rimangono i rapporti sospetti tra l’Ati e la Sogem in relazione all’uso di mezzi per il trasporto, ma soprattutto l’accusa di aver utilizzato per altre occupazioni una parte dei 502 lavoratori assunti per trasformare i siti minerari. La montagna di denaro incassata dalla Regione sarebbe stata spesa in modo improprio e truffaldino. I due indagati sono difesi da Guido Manca Bitti e Massimo Macciotta, Roberto Nati difende l’Ifras. (m.l)

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