Disastro della suinicoltura: «La Regione ora ci aiuti»
di Antonello Palmas
Erbì, Cia: «La peste è battuta, ora Solinas chieda all’Ue lo stop all’embargo»
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SASSARI. «Pensavamo di poter sfruttare la situazione internazionale del settore e raccogliere i frutti, invece è arrivato il Covid...»: Luciano Nieddu è un giovane allevatore di Berchidda che ci ha sempre creduto anche quando la battaglia finale alla peste suina era lontana dall’essere vinta ed è stato capace di creare un modello di azienda solido e moderno destinato a fare scuola in un’isola che deva ancora crescere. E ora che si attende solo la decisione di eliminare l’embargo sulle carni suine sarde, come chiede il presidente di Cia Sardegna, Francesco Erbì, in considerazione dei risultati ottenuti nell’isola nella lotta alla Psa, ecco il virus che attacca l’uomo e ne ferma le attività, ripercuotendosi anche sul settore suinicolo. Tanto che anche uno come Nieddu ha avuto uno choc dall’arrivo della pandemia: «Lo scorso anno da marzo a maggio avevo fatturato 30mila euro, quest’anno 6mila».
L’illusione. Nieddu spiega che l’esplosione della peste suina che ha costretto la Cina ad abbattere centinaia di milioni di animali ha creato un vuoto proprio in un momento in cui per esigenze demografiche la richiesta era salita». Fabrizio Viglietti, che conduce un’azienda nei pressi di Arzachena, spiega: «Si era creata una situazione ottimale, perché essendo più remunerativo esportare in Cina, c’era più spazio per i produttori sardi e dovendo accontentare la richiesta interna il mercato nello scorso Natale ha fatto schizzare i prezzi alle stelle, 10 euro al chilo per il maialetto macellato. Purtroppo è durato due mesi, poi è arrivato il Covid e si è bloccato di nuovo tutto. Venute meno sagre, matrimoni, ristorazione, il maialetto non lo vuole più nessuno. La Gdo li prende, ma a un prezzo che non copre nemmeno il costo del mangime. Quanto può durare un settore così?».
Domanda crollata. «Il problema che si è creato – dice Nieddu – è il seguente: si investe sulla scrofa per avere il maialetto da vendere, ma la pandemia ha bloccato il mercato completamente e questo fa accumulare gli animali invenduti in stalla. Ma ci sono spese fisse, che venda o no. C’è chi è costretto a farlo a prezzi stracciati: se il prezzo di produzione di un maialetti è di 40-45 euro e lo vendi a 20-25 euro non copri le spese. In due mesi anche il prezzo dei magroni è crollato, di 50 centesimi al chilo vivo, ora sono a 0,75 euro». E c’è chi gli animali li sta uccidendo pur li liberarsene per non dover pagare i costi, anche perché – dice Viglietti – «sorgono problemi di sovraffollamento e quindi sanitari, dato che è previsto un numero massimo per stalla».
Regione immobile. «Siamo arrivati al punto che molti animali li abbiamo regalati alla Caritas: una bella cosa, direte, ma ci sono anche le nostre necessità da tenere presenti». Per Viglietti la Regione è di fatto immobile nel contrastare la crisi del settore: «Non ci ascolta nonostante siamo allo stremo. Abbiamo incontrato la commissione regionale dell’agricoltura: all’inizio sembravano orientati verso un contributo a capo per coprire i costi, poi hanno cambiato idea parlando di una proposta di ritiro dei maialetti futuri a favore degli indigenti, ma a un prezzo dimezzato rispetto a quello di mercato: insomma sembra quasi una speculazione su di noi se pensiamo che una analoga operazione col pecorino è stata effettuata a un prezzo di mercato».
L’appello. Per Nieddu la salvezza dipende molto dalla ripresa del turismo e anche dall’eliminazione dell’embargo per la Psa: «Purtroppo i salumifici sardi, stante questa situazione, non ci comprano nulla per non avere il fastidio dei controlli». E proprio questo chiede la Cia Sardegna visto che nessun focolaio è stato scoperto negli allevamenti domestici da metà settembre 2018 e nessun caso di malattia in corso riscontrata nei cinghiali da aprile 2019: «Vinta la battaglia sanitaria – dice Erbì – ora è necessario portare a casa il risultato politico che il presidente della Regione Solinas, e il ministro della salute Speranza dovrebbero strappare dai tavoli della Commissione europea». Sottolinea che le carni suine e i prodotti trasformati si possono movimentare solo per il mercato locale, mentre i trasformatori continuano ad approvvigionare i propri centri di produzione dai mercati extraregionali, inserendo in questo modo ulteriori elementi di concorrenza e di indebolimento del comparto. Circa l’80% delle carni suine consumate o lavorate arriva da fuori Sardegna». Erbì si appella a Solinas e all’assessora dell’agricoltura Murgia: «Si rivolgano ai ministri Speranza e Bellanova e vadano a Bruxelles per chiedere con forza la rimozione delle barriere restrittive che separano il settore suinicolo regionale dallo sviluppo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
L’illusione. Nieddu spiega che l’esplosione della peste suina che ha costretto la Cina ad abbattere centinaia di milioni di animali ha creato un vuoto proprio in un momento in cui per esigenze demografiche la richiesta era salita». Fabrizio Viglietti, che conduce un’azienda nei pressi di Arzachena, spiega: «Si era creata una situazione ottimale, perché essendo più remunerativo esportare in Cina, c’era più spazio per i produttori sardi e dovendo accontentare la richiesta interna il mercato nello scorso Natale ha fatto schizzare i prezzi alle stelle, 10 euro al chilo per il maialetto macellato. Purtroppo è durato due mesi, poi è arrivato il Covid e si è bloccato di nuovo tutto. Venute meno sagre, matrimoni, ristorazione, il maialetto non lo vuole più nessuno. La Gdo li prende, ma a un prezzo che non copre nemmeno il costo del mangime. Quanto può durare un settore così?».
Domanda crollata. «Il problema che si è creato – dice Nieddu – è il seguente: si investe sulla scrofa per avere il maialetto da vendere, ma la pandemia ha bloccato il mercato completamente e questo fa accumulare gli animali invenduti in stalla. Ma ci sono spese fisse, che venda o no. C’è chi è costretto a farlo a prezzi stracciati: se il prezzo di produzione di un maialetti è di 40-45 euro e lo vendi a 20-25 euro non copri le spese. In due mesi anche il prezzo dei magroni è crollato, di 50 centesimi al chilo vivo, ora sono a 0,75 euro». E c’è chi gli animali li sta uccidendo pur li liberarsene per non dover pagare i costi, anche perché – dice Viglietti – «sorgono problemi di sovraffollamento e quindi sanitari, dato che è previsto un numero massimo per stalla».
Regione immobile. «Siamo arrivati al punto che molti animali li abbiamo regalati alla Caritas: una bella cosa, direte, ma ci sono anche le nostre necessità da tenere presenti». Per Viglietti la Regione è di fatto immobile nel contrastare la crisi del settore: «Non ci ascolta nonostante siamo allo stremo. Abbiamo incontrato la commissione regionale dell’agricoltura: all’inizio sembravano orientati verso un contributo a capo per coprire i costi, poi hanno cambiato idea parlando di una proposta di ritiro dei maialetti futuri a favore degli indigenti, ma a un prezzo dimezzato rispetto a quello di mercato: insomma sembra quasi una speculazione su di noi se pensiamo che una analoga operazione col pecorino è stata effettuata a un prezzo di mercato».
L’appello. Per Nieddu la salvezza dipende molto dalla ripresa del turismo e anche dall’eliminazione dell’embargo per la Psa: «Purtroppo i salumifici sardi, stante questa situazione, non ci comprano nulla per non avere il fastidio dei controlli». E proprio questo chiede la Cia Sardegna visto che nessun focolaio è stato scoperto negli allevamenti domestici da metà settembre 2018 e nessun caso di malattia in corso riscontrata nei cinghiali da aprile 2019: «Vinta la battaglia sanitaria – dice Erbì – ora è necessario portare a casa il risultato politico che il presidente della Regione Solinas, e il ministro della salute Speranza dovrebbero strappare dai tavoli della Commissione europea». Sottolinea che le carni suine e i prodotti trasformati si possono movimentare solo per il mercato locale, mentre i trasformatori continuano ad approvvigionare i propri centri di produzione dai mercati extraregionali, inserendo in questo modo ulteriori elementi di concorrenza e di indebolimento del comparto. Circa l’80% delle carni suine consumate o lavorate arriva da fuori Sardegna». Erbì si appella a Solinas e all’assessora dell’agricoltura Murgia: «Si rivolgano ai ministri Speranza e Bellanova e vadano a Bruxelles per chiedere con forza la rimozione delle barriere restrittive che separano il settore suinicolo regionale dallo sviluppo».
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