«Senza medici di base in Sardegna e nel resto d'Italia la sanità crollerebbe»
di Roberto Petretto
La categoria chiede un riconoscimento e maggiori risorse
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SASSARI. Hanno continuato ad essere l’interfaccia più accessibile per i cittadini che chiedevano aiuto alla sanità pubblica nel periodo della pandemia. Molti di loro sono stati contagiati, alcuni sono addirittura morti: i medici di medicina generale si sentono però tenuti ai margini, non vedono il loro ruolo riconosciuto né dal punto di vista professionale, né da quello economico.
Il Decreto rilancio del Governo incrementa con 10 milioni il fondo regionale di incentivazione per i medici di medicina generale che si avvarranno della collaborazione di infermieri. Ma le aspettative della categoria sono ben diverse. In Sardegna i medici di base sono 1.200 e chiedono che venga riconosciuto il ruolo che hanno avuto nell’emergenza, ma soprattutto quello quotidiano, al di fuori della situazione contingente legata alla pandemia. Sono stati anche loro in prima linea: «Dei 150 morti che abbiamo avuto tra i colleghi, quasi 50 per erano medici di medicina generale - ricorda Giovanni Barroccu, segretario della Fimmg Gallura ed ex segretario regionale del sindacato dei medici di medicina generale -. Invece non siamo nemmeno equiparati a qualsiasi altro lavoratore che può avere infortunio sul lavoro. Ci dicono che siamo liberi professionisti, ma abbiamo ruolo parasubordinato: è un vecchio dilemma che andrebbe risolto quanto prima, almeno per la tutela» .
Il ruolo dei medici “di famiglia” è fondamentale nel sistema della sanità italiana: chi ha un problema di salute come prima opzione ha quella di rivolgersi a loro. «Avevamo arretrati fermi, ora sono stati sbloccati dopo 10 anni di vacanza contrattuale. Il costo per lo Stato, per paziente, passa da 40 a 42,5 euro lordi all’anno. Ci paghiamo tutto di tasca, senza ferie e malattia. Ci vorrebbe almeno un ristoro economico e una rivalutazione del nostro ruolo professionale».
Qualcosa, a livello nazionale, sembra muoversi: «Stavolta nel Governo abbiamo avuto sponda per la ridefinizione del ruolo, con l’obiettivo di abbattere le liste d’attesa e gli accessi impropri ospedalieri. Il ministro Speranza è stato un ottimo interlocutore. Ha portato avanti la nostra richiesta di essere dotati di strumentazioni di primo grado come elettrocardiografi, ecocardiografi, spirometri, piccoli laboratori di analisi. In finanziaria sono previsti 235 milioni, sperando che vada a buon fine».
Ma oltre all’aspetto economico e, soprattutto, su scala regionale, cosa chiedono i medici? «Un confronto tra le parti politiche, tra le istituzioni, con l’Ats e e la Regione, franco e corretto. Non siamo l’ultima ruota del carro. Se dovesse mancare la medicina generale il sistema sanitario regionale crollerebbe in una settimana. Siamo di base perché sosteniamo peso maggiore. In questi quattro mesi di epidemia non sono state fornite prestazioni per un milione e 800mila casi e il medici di base hanno sopperito a una mancanza strutturale della sanità pubblica. Chiediamo che ci venga riconosciuto un ruolo che non è ancillare».
Ora all’orizzonte si profilano gli infermieri di famiglia: «Ben vengano - dice Barroccu -, ma chi li deve indirizzare? L’infermiere di famiglia deve agire in integrazione con medico di famiglia. Se intendono sostituirci perché costiamo troppo, sarebbe una scelta politica che rispetto, fa forse torneremmo al Medioevo o agli anni '40. In integrazione ben vengano, in contrapposizione non ci stiamo».
@Petretto. @RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Decreto rilancio del Governo incrementa con 10 milioni il fondo regionale di incentivazione per i medici di medicina generale che si avvarranno della collaborazione di infermieri. Ma le aspettative della categoria sono ben diverse. In Sardegna i medici di base sono 1.200 e chiedono che venga riconosciuto il ruolo che hanno avuto nell’emergenza, ma soprattutto quello quotidiano, al di fuori della situazione contingente legata alla pandemia. Sono stati anche loro in prima linea: «Dei 150 morti che abbiamo avuto tra i colleghi, quasi 50 per erano medici di medicina generale - ricorda Giovanni Barroccu, segretario della Fimmg Gallura ed ex segretario regionale del sindacato dei medici di medicina generale -. Invece non siamo nemmeno equiparati a qualsiasi altro lavoratore che può avere infortunio sul lavoro. Ci dicono che siamo liberi professionisti, ma abbiamo ruolo parasubordinato: è un vecchio dilemma che andrebbe risolto quanto prima, almeno per la tutela» .
Il ruolo dei medici “di famiglia” è fondamentale nel sistema della sanità italiana: chi ha un problema di salute come prima opzione ha quella di rivolgersi a loro. «Avevamo arretrati fermi, ora sono stati sbloccati dopo 10 anni di vacanza contrattuale. Il costo per lo Stato, per paziente, passa da 40 a 42,5 euro lordi all’anno. Ci paghiamo tutto di tasca, senza ferie e malattia. Ci vorrebbe almeno un ristoro economico e una rivalutazione del nostro ruolo professionale».
Qualcosa, a livello nazionale, sembra muoversi: «Stavolta nel Governo abbiamo avuto sponda per la ridefinizione del ruolo, con l’obiettivo di abbattere le liste d’attesa e gli accessi impropri ospedalieri. Il ministro Speranza è stato un ottimo interlocutore. Ha portato avanti la nostra richiesta di essere dotati di strumentazioni di primo grado come elettrocardiografi, ecocardiografi, spirometri, piccoli laboratori di analisi. In finanziaria sono previsti 235 milioni, sperando che vada a buon fine».
Ma oltre all’aspetto economico e, soprattutto, su scala regionale, cosa chiedono i medici? «Un confronto tra le parti politiche, tra le istituzioni, con l’Ats e e la Regione, franco e corretto. Non siamo l’ultima ruota del carro. Se dovesse mancare la medicina generale il sistema sanitario regionale crollerebbe in una settimana. Siamo di base perché sosteniamo peso maggiore. In questi quattro mesi di epidemia non sono state fornite prestazioni per un milione e 800mila casi e il medici di base hanno sopperito a una mancanza strutturale della sanità pubblica. Chiediamo che ci venga riconosciuto un ruolo che non è ancillare».
Ora all’orizzonte si profilano gli infermieri di famiglia: «Ben vengano - dice Barroccu -, ma chi li deve indirizzare? L’infermiere di famiglia deve agire in integrazione con medico di famiglia. Se intendono sostituirci perché costiamo troppo, sarebbe una scelta politica che rispetto, fa forse torneremmo al Medioevo o agli anni '40. In integrazione ben vengano, in contrapposizione non ci stiamo».
@Petretto. @RIPRODUZIONE RISERVATA
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