«Non mi ha venduto la bici perché ho avuto il virus»
di Alessandro Pirina
Tornata nell’isola da Milano, Laura ha letto un annuncio per una mountain bike «Quando l’inserzionista ha saputo la mia storia non mi ha più voluta incontrare»
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SASSARI. È stata tra le prime a raccontare la sua battaglia vinta contro il Covid. Una battaglia in cui purtroppo ha perso il compagno Luciano, ucciso dalla peste del nuovo millennio. Sono passati poco più di tre mesi da quelle giornate d’inferno e Laura Cosseddu, 44enne sarda di Carbonia trapiantata a Milano, è potuta finalmente ritornare nella sua isola e riabbracciare i familiari. Un raggio di sole dopo mesi di cielo nero. Ma appena arrivata in Sardegna Laura si è scontrata col male di questo periodo. Diffidenza, paura verso chi ha avuto la sfortuna di imbattersi nel coronavirus. E non importa se non solo lo ha combattuto, ma lo ha anche sconfitto. Il “peccato originario” di essere rimasto contagiato è diventato indelebile. Laura Cosseddu voleva comprare una bicicletta, ha letto un annuncio, ma quando l’inserzionista ha scoperto - nel senso che lei glielo ha raccontato senza problemi - che aveva avuto il Covid ha interrotto la trattativa e non ha neppure voluto incontrarla.
La discriminazione. Laura ha raccontato la sua “storia di discriminazione” su Facebook. «Sono in Sardegna, voglio comprare una mountain bike di seconda mano, trovo un annuncio interessante e chiamo – scrive la donna di Carbonia –. Si parla della bici, ma anche del Covid, lui chiede della situazione a Milano e Lombardia. Serenamente gli racconto molto brevemente». Laura gli racconta della settimana di inferno nel reparto di malattie infettive del Niguarda di Milano, ma anche della sua vittoria contro quel terribile virus che le ha portato via il compagno. Ma queste parole mettono in allarme l’inserzionista che fa saltare l’affare. «Non mi vende la bici, non vuole incontrarmi – dice ancora la donna –. Gli spiego che con due tamponi negativi e un test sierologico positivo - ho sviluppato gli anticorpi - sono non solo guarita ma potenzialmente immune e potenziale donatrice di plasma. Niente, lui ha paura. Gli spiego che io sono molto più “sicura” delle persone che incontra per strada, al bar, al supermercato. È un avvocato, ma non ragiona, non sente, non vuole capire. Quanti così? Tristemente troppi – si chiede Laura amaramente –. Morale: comprerò un’altra bici, magari nuova».
La paura. La storia di Laura è una delle tante figlie della paura, della diffidenza, dell’ipocondria trasmesse dall’emergenza coronavirus. Timori che rischiano però di trasformarsi in atteggiamenti discriminatori. Lo abbiamo visto all’inizio con la caccia a chi arrivava dalle zone rosse o agli studenti fuori sede. E lo abbiamo visto in queste ultime settimane nelle discussioni sull’apertura o meno dell’isola ai turisti, con tanti sardi schierati per la chiusura delle “frontiere”. Con la paura del Covid c’è chi pensa a erigere muri immaginari intorno al Tirreno. E la bici negata a Laura è un esempio di queste storture create dal coronavirus.
La storia. La donna aveva avuto i primi sintomi del Covid la mattina del 24 febbraio, quando si era presentata al lavoro, un’agenzia di design a Milano. «Avevo un po’ di tosse e ho comunicato che avrei lavorato da casa – aveva raccontato alla Nuova –. A un certo punto al mio compagno è salita la febbre, sembrava fosse la classica influenza. Abbiamo chiamato il medico, lui ha prescritto un antibiotico ma non scendeva». Nel frattempo anche lei ha iniziato ad avere tosse, febbre, dolori alle ossa. Ma lui, il compagno, stava ancora male. Il 2 marzo Laura ha chiamato l’ambulanza, l’uomo, positivo al coronavirus, è stato ricoverato immediatamente e l’indomani anche lei. La donna è stata una settimana in malattie infettive e poi è arrivata la notizia della guarigione. Ma qualche giorno dopo Luciano, 59 anni, si è dovuto arrendere alla malattia. «Sei e sarai sempre al mio fianco, in ogni gesto, sorriso, lacrima – lo aveva salutato Laura su Facebook –. Ora non mi lascerai più, e non avrò paura di nulla con te al mio fianco. Ciao goru meu, vita mea. Ti amo».
La discriminazione. Laura ha raccontato la sua “storia di discriminazione” su Facebook. «Sono in Sardegna, voglio comprare una mountain bike di seconda mano, trovo un annuncio interessante e chiamo – scrive la donna di Carbonia –. Si parla della bici, ma anche del Covid, lui chiede della situazione a Milano e Lombardia. Serenamente gli racconto molto brevemente». Laura gli racconta della settimana di inferno nel reparto di malattie infettive del Niguarda di Milano, ma anche della sua vittoria contro quel terribile virus che le ha portato via il compagno. Ma queste parole mettono in allarme l’inserzionista che fa saltare l’affare. «Non mi vende la bici, non vuole incontrarmi – dice ancora la donna –. Gli spiego che con due tamponi negativi e un test sierologico positivo - ho sviluppato gli anticorpi - sono non solo guarita ma potenzialmente immune e potenziale donatrice di plasma. Niente, lui ha paura. Gli spiego che io sono molto più “sicura” delle persone che incontra per strada, al bar, al supermercato. È un avvocato, ma non ragiona, non sente, non vuole capire. Quanti così? Tristemente troppi – si chiede Laura amaramente –. Morale: comprerò un’altra bici, magari nuova».
La paura. La storia di Laura è una delle tante figlie della paura, della diffidenza, dell’ipocondria trasmesse dall’emergenza coronavirus. Timori che rischiano però di trasformarsi in atteggiamenti discriminatori. Lo abbiamo visto all’inizio con la caccia a chi arrivava dalle zone rosse o agli studenti fuori sede. E lo abbiamo visto in queste ultime settimane nelle discussioni sull’apertura o meno dell’isola ai turisti, con tanti sardi schierati per la chiusura delle “frontiere”. Con la paura del Covid c’è chi pensa a erigere muri immaginari intorno al Tirreno. E la bici negata a Laura è un esempio di queste storture create dal coronavirus.
La storia. La donna aveva avuto i primi sintomi del Covid la mattina del 24 febbraio, quando si era presentata al lavoro, un’agenzia di design a Milano. «Avevo un po’ di tosse e ho comunicato che avrei lavorato da casa – aveva raccontato alla Nuova –. A un certo punto al mio compagno è salita la febbre, sembrava fosse la classica influenza. Abbiamo chiamato il medico, lui ha prescritto un antibiotico ma non scendeva». Nel frattempo anche lei ha iniziato ad avere tosse, febbre, dolori alle ossa. Ma lui, il compagno, stava ancora male. Il 2 marzo Laura ha chiamato l’ambulanza, l’uomo, positivo al coronavirus, è stato ricoverato immediatamente e l’indomani anche lei. La donna è stata una settimana in malattie infettive e poi è arrivata la notizia della guarigione. Ma qualche giorno dopo Luciano, 59 anni, si è dovuto arrendere alla malattia. «Sei e sarai sempre al mio fianco, in ogni gesto, sorriso, lacrima – lo aveva salutato Laura su Facebook –. Ora non mi lascerai più, e non avrò paura di nulla con te al mio fianco. Ciao goru meu, vita mea. Ti amo».
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