Tra mascherine e distanze il Covid stravolge l’esame di maturità
Niente scritti, solo un’ora di colloquio orale: il racconto degli studenti
SASSARI. Jeans, camicia bianca e mascherina, Andrea arriva a scuola da solo. Non si fa scortare nemmeno dall’unico accompagnatore ammesso dalle rigide regole ministeriali. «I miei genitori sono al lavoro, e mica ai miei amici potevo chiedere di venire alle 8.30 – racconta –. Forse avrei voluto un’altra persona al mio fianco, ma lei è comunque qui, nel mio cuore». Andrea, studente di Costruzione, ambiente e territorio - per chi non è più giovanissimo sarebbe l’ex Geometri - del Polo tecnico statale Devilla-Dessì-Lamarmora-Giovanni XXIII è il primo della sua commissione. La sorte ha voluto che l’esame di maturità in epoca Covid iniziasse con lui. Andrea è spigliato, ma un po’ di ansia c’è, è inevitabile. È sempre e comunque l’esame di maturità. I commissari, tutti con indosso la mascherina e ognuno a distanza di due metri dall’altro, lo accolgono in una aula al piano terra dell’istituto di via Monte Grappa. Per lui un banco schermato dal plexiglass. E via con il colloquio in cinque fasi: l’elaborato, il testo d’italiano, l’analisi interdisciplinare, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro, le domande su cittadinanza e Costituzione. Un’ora dopo è fuori. Felice, soddisfatto e senza mascherina. «Me lo aspettavo più complicato. Ero agitato, ma poi quando ho capito che era come una interrogazione normale mi sono sciolto. Forse avrei preferito fare gli scritti, ma alla fine ho risposto a tutto».
Poco dopo da un’altra aula esce Antonio, studente dell’Aeronautico. Lui ha voluto il padre come spettatore. «È andata bene – risponde timidamente –. Pensavo sarebbe stato più difficile. Tutto sommato meglio solo l’orale, magari con lo scritto avrei avuto qualche difficoltà in più». Nel frattempo, in ogni aula le collaboratrici scolastiche, armate di guanti e mascherine, procedono alla sanificazione della postazione dello studente. Perché 10 minuti dopo - massimo un quarto d’ora - tocca agli altri compagni in attesa. Daniele è pronto a entrare nell’aula con la madre. È emozionato, la professoressa se ne accorge. «Se sei teso guardami negli occhi e vedrai che andrà tutto bene: sono ormai cinque anni che ti conosco». Paola invece aspetta il suo turno da sola. Si siede in un angolo e dà un ultimo sguardo agli appunti. Fino a quando non arriva la chiamata del presidente della commissione.
A qualche via di distanza le stesse scene si ripetono al liceo classico Azuni. Anche qui frecce sul pavimento per indicare il percorso da seguire, sapone igienizzante lungo i corridoi e inevitabile emozione tra i maturandi. Nelle aule dello storico liceo sassarese la prima è entrare è Giulia. Con lei vuole l’amica Elizabeth, il cui esame è in calendario sabato. Parte dall’elaborato di latino, e poi via con le altre prove. Un’ora dopo è fuori dall’aula. Via la mascherina, subito indossa la fascia rossa di “miss diplomata” che le hanno regalato gli amici. «L’esame me lo aspettavo più difficile, anche perché in queste situazioni l’ansia può giocare brutti scherzi». Neanche lei ha sentito la mancanza del tema d’italiano e della prova di latino e greco. «Forse la maturità normale sarebbe un esame più completo, ma non fare gli scritti è meglio, perché rischiano solo di abbassarti il voto finale». Dopo Giulia, che ha già scelto di iscriversi in Medicina, è il turno di Maria Luisa, che invece rimanda a settembre qualsiasi decisione sul suo futuro. Prima di presentarsi davanti alla commissione la paura c’è eccome e non lo nasconde. «Stanotte non ho dormito». Ma al termine dell’esame si dice soddisfatta della prova. «All’inizio mi sono fatta prendere dal panico – racconta mentre stringe tra le mani i mazzi di fiori che le hanno fatto trovare all’uscita gli amici –. Mi sono impappinata, non riuscivo a dire la parola proletariato. Alla fine è andata bene. Sono partita dall’elaborato sulle armi degli eroi, mettendo a confronto le Argonautiche e l’Eneide. Speravo finisse il prima possibile».
Un’ora ed era finito. Certo, il classico esame è tutta un’altra storia. La maturità è uno di quei momenti che restano indelebili nella mente, che gli studenti si portano dietro anche quando dei tempi della scuola più che nitidi ricordi hanno ormai solo qualche flashback. La maturità è un pezzo di vita che va dalla “notte prima degli esami” cantata da Venditti fino all’affissione dei quadri. E nel mezzo il tema d’italiano, la seconda prova, l’attesa per l’orale, il sostegno ai compagni dal cognome che inizia con la lettera sorteggiata per ultima. No, quest’anno non è stato nulla di tutto questo. Il coronavirus l’ha ridotto a un’ora di colloquio, senza scritti, quasi senza pubblico, senza tutta quella atmosfera che nessuna riforma ministeriale è mai riuscita a svilire. Ma in fondo neanche il Covid ci è riuscito. Resta pur sempre la maturità.
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