La Nuova Sardegna

Il primo contagio a marzo tre mesi segnati dalla paura

Il primo contagio a marzo tre mesi segnati dalla paura

I focolai a Sassari, il picco all’inizio di aprile. Da Pasqua la curva in discesa

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SASSARI. Dalle risatine verso chi indossava la mascherina alle prese in giro nei confronti di chi diceva, con l’aria di chi la sa lunga, “vedrete che chiuderanno le scuole”. Impossibile, diceva la maggioranza dei sardi e degli italiani a fine febbraio, quando il Covid 19 sembrava lontano e incapace di farci del male. Un ottimismo misto a superficialità che è andato a sbattere contro una realtà durissima. Il coronavirus non era una “esclusiva” cinese, al contrario ha seminato morte molto di più altrove. È stato tutto velocissimo. Dalla spensieratezza di febbraio si è passati all’incubo di inizio marzo, quando la pandemia ha mostrato la sua forza devastante. Per la Sardegna sono due le date indimenticabili: il 3 marzo, giorno del primo contagio accertato, e il 15 marzo, giorno del primo decesso da coronavirus. Il destino ha voluto che le due date abbiano un unico sfortunato protagonista: Carlo Tivinio, morto all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. La prima cittima e anche la più giovane: aveva solo 42 anni, una moglie e un figlio piccolissimo da crescere. Da allora sino a metà maggio la Sardegna ha navigato a vista, come il resto del mondo: imprigionata in un lockdown forzato per grandi e bambini. Tutti o quasi a casa, tra smart working dilagante e attività ferme. Come le scuole, chiuse con decreto del governo a partire dal 5 marzo e mai riaperte: i saputelli presi in giro appena pochi giorni prima ci avevano visto giusto. Da allora a oggi lo tsumani si è portato via 132 persone e provocato 1367 contagi, di cui oltre due terzi nel Sassarese, il territorio di gran lunga più colpito anche per numero di vittime.

3 marzo. È il giorno del primo contagio, il Covid sbarca ufficialmente nell’isola sino a quel momento risparmiata dal virus che da un paio di settimane si sta diffondendo a macchia d’olio nel Nord Italia. In Lombardia in particolare, dove è scoppiato il focolaio a Codogno in provincia di Lodi e sta per esplodere l’altro terribile, a Bergamo. È il 18 marzo quando in tv scorrono le immagini delle bare portate via sui camion militari: nei cimiteri del Bergamasco non c’è più posto, le salme vengono cremate in altre province. La Sardegna assiste a quelle scene incrociando le dita: il numero dei contagi è ancora contenuto, circa 120, e le vittime sono appena una manciata. Ma è appena scoppiato il focolaio in ospedale a Sassari, nel reparto di Cardiologia, e inizia ad allungarsi il numero dei positivi nelle case di riposo. È chiaro a tutti che il picco deve ancora arrivare, ma è impossibile prevederne la portata e le conseguenze.

15 marzo. È domenica, sono le 11 del mattino quando l’Unità di crisi regionale della Protezione civile segnala le prime due vittime di coronavirus nell’isola: si tratta del 42 enne ricoverato a Cagliari e di un anziano di 81 anni paziente di Cardiologia a Sassari. Quel giorno inizia la vera conta dei morti, aggiornata nei bollettini quotidiani della Regione e dai sindaci dei Comuni colpiti. Con comunicazioni sui social sono spesso i primi cittadini a dare la notizia dei decessi.

14 marzo. È sabato e la Sardegna si sveglia blindata. Il governo ha dato l’ok alla richiesta presentata (e in prima battuta respinta) dal governatore Christian Solinas: chiudere i porti e gli aeroporti, sigillare l’isola per arginare i contagi. Si entra e si esce solo per validissimi motivi: lavoro, salute o rientro a casa. Il traffico passeggeri in pochi giorni si riduce del 95 per cento. La blindatura resterà in vigore sino al 18 maggio, quando ricominciano le riaperture graduali. La chiusura si rivelerà una scelta vincente nella lotta al virus.

28 marzo. È il giorno peggiore. Il bollettino segnala 80 positivi a Casa Serena, la casa di riposo comunale di Sassari: soprattutto pazienti ma anche operatori sanitari. Complessivamente il numero di contagiati in 24 ore arriva a 94: il dato più alto in assoluto. In totale le persone che combattono il Covid sono 530, di cui 336 nel Sassarese.

12 aprile. È la domenica di Pasqua e la Sardegna inizia a vedere la luce: per la prima volta dopo molto tempo, non ci sono nuove vittime. Nell’isola chiusa in casa nella giornata di festa più insolita di sempre, si comincia a sperare. I positivi sono 1128, le vittime totali 75. È iniziata la discesa, ma ancora non si hanno certezze.

14 maggio. È una data da segnare nel calendario: il bollettino segna per la prima volta doppio zero, niente vittime né contagi. La curva è in discesa e lo rimarrà. Ci saranno altri contagi e altre vittime nelle giornate successive, ma il virus ha ormai rallentato la corsa. È iniziata la fase 2, con le prime timide riaperture. I sardi escono dalla quarantena, l’isola ritorna alla vita. (silvia sanna)

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