la storia
Il figlio prigioniero in una stanza buia salvato da un cellulare senza sim
ARZACHENA. Sono le 20.52 del 29 giugno 2019 quando una telefonata al 112 mette fine alla storia più incredibile e agghiacciante delle cronache galluresi dell’ultimo anno. È la stessa vittima a...
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ARZACHENA. Sono le 20.52 del 29 giugno 2019 quando una telefonata al 112 mette fine alla storia più incredibile e agghiacciante delle cronache galluresi dell’ultimo anno. È la stessa vittima a chiamare i carabinieri. I suoi genitori – 48 anni lui, 44 lei – l’avevano rinchiuso nella sua cameretta prima di andare a vedere il saggio di danza di una nipote, a Porto Rotondo. E lui, in vista di quell’ennesima segregazione, aveva recuperato un cellulare. Ma era senza sim. L’unico contatto col mondo esterno era un numero di emergenza. «Pronto? Vorrei parlare con mia zia. Io non riesco, non c’è rete nel cellulare. Puoi chiamarla tu, per favore?...», chiede al carabiniere che risponde al telefono. Vuole parlare con la zia, quella buona (sorella della madre). L’operatore intuisce la richiesta di aiuto e lo incalza con le domande. «Dove sono i tuoi genitori? gli chiede. Sono andati a Porto Rotondo e mi hanno chiuso in camera come fanno di solito», dice lui.
Scatta l’allarme. E nella casa degli orrori, nelle campagne di Arzachena, arrivano i militari. Lo trovano rinchiuso nella sua cameretta diventata una prigione, solo e al buio, con porte e finestre senza maniglie per impedirgli di uscire, col caldo afoso che toglie il respiro. Niente letto dove dormire, né giochi, né libri. Solo due panini raffermi e due bottigliette d’acqua per cena, un rotolo di carta igienica e un bidone dove fare i bisogni. Lui gli corre incontro felice per la fine di quell’incubo, gli dice che vuole andare via da quella casa, gli consegna tre diari choc dove racconta dei maltrattamenti e delle umiliazioni subite: delle docce fredde fatte per punizione, anche 12 al giorno e anche d’inverno, dei colpi dietro alle ginocchia inferti con un tubo che i genitori nascondevano dietro il cuscino di un divano, di quella pasta in bianco che era costretto a mangiare praticamente ogni giorno, saltando la colazione. Malnutrito e privato dei giochi, perfino della Bibbia che lui voleva leggere. Allontanato dal resto della famiglia e dagli amici, tanto da inventarsi un amico immaginario con cui giocare e di cui racconta nei suoi diari. Quando a casa rientrano i genitori, le manette scattano ai loro polsi. Ma non è ancora finita. Il 10 dicembre scorso, i carabinieri su disposizione del gip Caterina Interlandi, arrestano anche la zia “cattiva”, 41 anni, ritenuta dagli inquirenti l’istigatrice e la regista di quelle violenze. A incastrarla, messaggi e audio trovati nei cellulari sequestrati. Nelle mani degli inquirenti, anche 37 audio con voci alterate tali da sembrare sataniche con cui veniva minacciato di essere portato all’inferno, di morire di fame, di essere torturato e ucciso dai demoni. Punizioni folli. Ma anche denigrazioni continue. «Chiudilo – intimava alla madre – Vai nella tua prigionia, stai solo come un cane...», è una delle tante frasi che la zia rivolgeva al nipote, come emerso dall’esame dei cellulari. Una storia di violenza incredibile che la Procura di Tempio attraverso il procuratore Gregorio Capasso e i sostituti Luciano Tarditi e Laura Bassani, e i carabinieri di Olbia e Arzachena hanno ricostruito grazie a una minuziosa attività investigativa condotta secondo il Codice rosso e il protocollo attivato dalla stessa Procura a tutela delle vittime di violenza. (t.s.)
Scatta l’allarme. E nella casa degli orrori, nelle campagne di Arzachena, arrivano i militari. Lo trovano rinchiuso nella sua cameretta diventata una prigione, solo e al buio, con porte e finestre senza maniglie per impedirgli di uscire, col caldo afoso che toglie il respiro. Niente letto dove dormire, né giochi, né libri. Solo due panini raffermi e due bottigliette d’acqua per cena, un rotolo di carta igienica e un bidone dove fare i bisogni. Lui gli corre incontro felice per la fine di quell’incubo, gli dice che vuole andare via da quella casa, gli consegna tre diari choc dove racconta dei maltrattamenti e delle umiliazioni subite: delle docce fredde fatte per punizione, anche 12 al giorno e anche d’inverno, dei colpi dietro alle ginocchia inferti con un tubo che i genitori nascondevano dietro il cuscino di un divano, di quella pasta in bianco che era costretto a mangiare praticamente ogni giorno, saltando la colazione. Malnutrito e privato dei giochi, perfino della Bibbia che lui voleva leggere. Allontanato dal resto della famiglia e dagli amici, tanto da inventarsi un amico immaginario con cui giocare e di cui racconta nei suoi diari. Quando a casa rientrano i genitori, le manette scattano ai loro polsi. Ma non è ancora finita. Il 10 dicembre scorso, i carabinieri su disposizione del gip Caterina Interlandi, arrestano anche la zia “cattiva”, 41 anni, ritenuta dagli inquirenti l’istigatrice e la regista di quelle violenze. A incastrarla, messaggi e audio trovati nei cellulari sequestrati. Nelle mani degli inquirenti, anche 37 audio con voci alterate tali da sembrare sataniche con cui veniva minacciato di essere portato all’inferno, di morire di fame, di essere torturato e ucciso dai demoni. Punizioni folli. Ma anche denigrazioni continue. «Chiudilo – intimava alla madre – Vai nella tua prigionia, stai solo come un cane...», è una delle tante frasi che la zia rivolgeva al nipote, come emerso dall’esame dei cellulari. Una storia di violenza incredibile che la Procura di Tempio attraverso il procuratore Gregorio Capasso e i sostituti Luciano Tarditi e Laura Bassani, e i carabinieri di Olbia e Arzachena hanno ricostruito grazie a una minuziosa attività investigativa condotta secondo il Codice rosso e il protocollo attivato dalla stessa Procura a tutela delle vittime di violenza. (t.s.)
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