La Nuova Sardegna

IL SEQUESTRO

di Enrico Carta
IL SEQUESTRO

ORISTANO. L’attimo fuggente passa attorno alle 22.15 di giovedì sera in via Lepanto. Passa e bisogna coglierlo al volo. Dalla penisola i Nocs, il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza della polizia,...

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ORISTANO. L’attimo fuggente passa attorno alle 22.15 di giovedì sera in via Lepanto. Passa e bisogna coglierlo al volo. Dalla penisola i Nocs, il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza della polizia, hanno già raggiunto la Sardegna per il blitz. Sono a qualche minuto da Oristano, quando si presenta l’occasione che suggerisce a polizia e carabinieri già presenti in forze, e alla procura che li coordina, che bisogna entrare in azione senza attendere l’arrivo delle squadre speciali. Walter Mancini, l’ex carabiniere 59enne che tiene sotto sequestro i vicini di casa dalla mattina in un appartamento di una palazzina, ha fatto la mossa sbagliata, quella che le forze dell’ordine aspettavano.

Dopo essere rimasto asserragliato per dodici ore nella casa al quarto piano in cui abitano Romano Tonello e la figlia, scavalca la ringhiera del balcone ed entra nell’appartamento a fianco a quello in cui si è asserragliato. È l’inizio della fine del sequestro iniziato attorno alle 10 del mattino di giovedì. I due ostaggi, approfittando di quell’attimo in cui vengono lasciati soli, riescono a far arrivare proprio nel balcone dei vicini una copia della chiave della porta della loro casa. Con quella in mano, ora il blitz può scattare. Arriva il via libera per entrare in azione e, con l’aiuto dei vigili del fuoco che forzano la porta che nella serratura aveva una chiave spezzata dall’interno e il blocco di sicurezza e dietro la quale era stata piazzata una barriera di mobili, il capitano dei carabinieri Francesco Giola e il sostituto commissario della polizia Roberto Sechi fanno irruzione nell’appartamento.

Walter Mancini non bada più a padre e figlia, urla, si chiude a chiave in un’altra stanza, ma soprattutto brandisce un coltello che non avrà paura di usare quando anche quella porta viene sfondata. I due ostaggi sono già salvi, ma ora inizia lo scontro per immobilizzare il loro sequestratore che intanto continua a gridare: «Il primo che entra lo ammazzo». E infatti sferra qualche coltellata. Una penetra, all’altezza del costato, dentro il giubbotto antiproiettile che indossa il capitano Giola, ma non riesce ad arrivare in fondo. Non è finita, il carabiniere e il poliziotto ci provano e Walter Mancini cambia bersaglio. Il coltello viene brandito ora contro il sostituto commissario Sechi, che evita qualche coltellata perché è a distanza di sicurezza. Proprio in quel momento il sequestratore non può più controllare entrambi ed è allora che viene bloccato a terra.

Non molla il coltello, anche se il suo braccio è immobilizzato. Entra un agente della Squadra volanti della polizia che indossa i guanti antitaglio e riesce a impugnare l’arma dalla parte della lama e finalmente a fare perno per strapparla di mano a Walter Mancini. Da questo momento la stanza è un ring di lotta. Il sequestratore e le forze dell’ordine sono avvinghiati e ci vuole ancora un paio di minuti prima che ceda. È ferito, giusto qualche taglio, procurato forse dai cocci di vetri e ceramiche rotte, cadute durante il corpo a corpo.

È finita. È durata circa dodici ore la giornata da film senza attori e personaggi inventati, senza frasi studiate da un copione e con coltelli veri. Rispetto a giovedì notte, tutto ora sembra chiaro nella ricostruzione come ha confermato anche il procuratore Ezio Domenico Basso che coordina l’inchiesta assieme alla collega Silvia Mascia. Dell’allarme dato da Romano Tonello attorno alle 15.30 al 113 si sapeva già. Ma padre e figlia erano già sotto scacco da ore. Romano Tonello si era infatti allontanato da casa per andare a fare una commissione e aveva raccomandato alla figlia, che ha qualche problema di disabilità, di non aprire la porta.

Quando ha sentito il trillo del campanello e la voce del vicino di casa che abita in uno dei piani inferiori, non ha sospettato. Spontaneamente ha aperto la porta e l’ha fatto entrare. Verso le 11, quando il padre è tornato a casa, ha capito che la figlia non era sola. Ancora un attimo e tutto è stato chiaro. Walter Mancini non li ha mai minacciati con i coltelli presi in cucina, ma li ha tenuti in ostaggio sino al momento del blitz. Li ha voluti con sé in tutta quella mezza giornata in cui continuamente fingeva di accettare una mediazione, salvo poi rifiutare in successione quella con la polizia, coi carabinieri, con il procuratore, con diversi coinquilini dello stesso palazzo.

Erano solo scuse per prendere tempo e cercare una via d’uscita da quella situazione nella quale da solo si era cacciato. Erano le richieste di chi per tutto quel tempo ha continuato a rincorrere i fantasmi della sua mente nella quale si sovrapponevano paure e minacce tutt’altro che incombenti. La mafia, i servizi segreti i Casamonica e altri, secondo Walter Mancini, stavano tramando per attentare alla sua vita.

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