terrore a oristano
di Enrico Carta
ORISTANO. Sette. Sono le ore disperate in cui la tragedia di un padre e di una figlia in mano al loro rapitore resta nascosta dietro le mura di un appartamento di via Lepanto, nel quartiere di Sant’Ef...
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ORISTANO. Sette. Sono le ore disperate in cui la tragedia di un padre e di una figlia in mano al loro rapitore resta nascosta dietro le mura di un appartamento di via Lepanto, nel quartiere di Sant’Efisio. Sette sono le ore disperate che trascorrono, prima che l’irruzione di polizia, carabinieri e vigili del fuoco metta fine, con il rapitore leggermente ferito, al sequestro di persona nato dietro i fantasmi di una mente che perde per un giorno il contatto con la razionalità. In strada nella piazzetta, di fronte a una serie di palazzine che si guardano l’un l’altra, qualche decina di persone attende col naso all’insù, dalle 15.30, che la situazione si sblocchi. Succederà attorno alle 22.15.
Sembra non passare mai il tempo di un pomeriggio di un giorno da cani, iniziato con una telefonata al 113. L’operatore risponde e dall’altra parte del filo c’è un signore che dice di essere ostaggio del suo vicino di casa. Racconta di trovarsi all’interno del suo appartamento, assieme alla figlia, e a quel Walter Mancini, ex carabiniere di 59 anni con un tentativo di suicidio alle spalle, che li ha appena rinchiusi nella loro abitazione al quarto piano. Lui vive due piani più in basso e, spinto da qualche demone misterioso, ha fatto quelle quattro rampe di scale prima di trovarsi di fronte alla porta dove ha già deciso di bussare. Al trillo del campanello, la donna, una persona disabile di 43 anni, apre e riconosce subito quel signore che conosce bene. «Mi fai entrare?», le chiede e non c’è alcun motivo perché la risposta non sia positiva. Come varca la soglia Walter Mancini però chiarisce tutto: blocca la donna e poi il padre di lei, un uomo sulla settantina che ovviamente si era affacciato nell’ingresso per vedere chi avesse bussato.
Pochi istanti dopo tutto è a loro già chiaro. Il sequestratore palesa le sue intenzioni e, sebbene non li minacci direttamente, li vuole con sé. Dice che è lì solo perché ha paura, ma non ha la minima intenzione di lasciarli andare. Li sorveglia, li controlla a vista. Farfuglia, mette insieme pensieri e paure incomprensibili come quando parla di mafia, di servizi segreti e di persone che lo vogliono far fuori. C’è qualcosa che non va nella sua mente e forse non da ieri, visto che in passato aveva provato a buttarsi dal balcone per togliersi la vita. Ma poco cambia per le forze di polizia che si precipitano in via Lepanto.
Inizia subito una delicata trattativa che però si protrae per ore senza esito. Walter Mancini non ne vuol sentire di parlare con la polizia e chiede che invece vengano lì i carabinieri. Vuole il comandante, vuol parlare solo con lui e, mentre si attende, gli agenti appurano che non ha con sé armi e questo rende la situazione meno tesa per chi sa che, se le parole non basteranno, arriverà il momento di fare un blitz. C’è comunque paura perché la casa è al quarto piano e perché in cucina ci sono coltelli di grosse dimensioni. Non si sa fino a che punto la già difficile tenuta mentale del sequestratore possa reggere. Si continua a negoziare, ma anche l’arrivo dei carabinieri non serve. Ci si prova con i vicini di casa: «Walter, esci. Ti offro un caffè, sono solo. Ci beviamo un caffè assieme, fidati». Ma Walter non si fida e continua a girare per la casa. Di tanto in tanto si affaccia alla finestra oppure spia la situazione per strada attraverso la tendina della verandina con le vetrate. Verso le 21.45 spegne ogni luce, ma dopo mezz’ora le riaccende. Non sa che la fine è vicina. Dalla strada si sente uno scoppio a cui ne seguono altri più forti a ripetizione. Polizia, carabinieri e vigili del fuoco sono entrati in casa usando una flashbang. La granata stordente l’ha messo per un attimo al tappeto, ma reagisce. Devono saltargli addosso per immobilizzarlo. Alle 23 viene portato giù e caricato sull’ambulanza del 118. Ha una ferita alla testa. Perde un po’ di sangue, niente di grave. In casa intanto padre e figlia finalmente respirano. Le sette ore disperate sono finite.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Sembra non passare mai il tempo di un pomeriggio di un giorno da cani, iniziato con una telefonata al 113. L’operatore risponde e dall’altra parte del filo c’è un signore che dice di essere ostaggio del suo vicino di casa. Racconta di trovarsi all’interno del suo appartamento, assieme alla figlia, e a quel Walter Mancini, ex carabiniere di 59 anni con un tentativo di suicidio alle spalle, che li ha appena rinchiusi nella loro abitazione al quarto piano. Lui vive due piani più in basso e, spinto da qualche demone misterioso, ha fatto quelle quattro rampe di scale prima di trovarsi di fronte alla porta dove ha già deciso di bussare. Al trillo del campanello, la donna, una persona disabile di 43 anni, apre e riconosce subito quel signore che conosce bene. «Mi fai entrare?», le chiede e non c’è alcun motivo perché la risposta non sia positiva. Come varca la soglia Walter Mancini però chiarisce tutto: blocca la donna e poi il padre di lei, un uomo sulla settantina che ovviamente si era affacciato nell’ingresso per vedere chi avesse bussato.
Pochi istanti dopo tutto è a loro già chiaro. Il sequestratore palesa le sue intenzioni e, sebbene non li minacci direttamente, li vuole con sé. Dice che è lì solo perché ha paura, ma non ha la minima intenzione di lasciarli andare. Li sorveglia, li controlla a vista. Farfuglia, mette insieme pensieri e paure incomprensibili come quando parla di mafia, di servizi segreti e di persone che lo vogliono far fuori. C’è qualcosa che non va nella sua mente e forse non da ieri, visto che in passato aveva provato a buttarsi dal balcone per togliersi la vita. Ma poco cambia per le forze di polizia che si precipitano in via Lepanto.
Inizia subito una delicata trattativa che però si protrae per ore senza esito. Walter Mancini non ne vuol sentire di parlare con la polizia e chiede che invece vengano lì i carabinieri. Vuole il comandante, vuol parlare solo con lui e, mentre si attende, gli agenti appurano che non ha con sé armi e questo rende la situazione meno tesa per chi sa che, se le parole non basteranno, arriverà il momento di fare un blitz. C’è comunque paura perché la casa è al quarto piano e perché in cucina ci sono coltelli di grosse dimensioni. Non si sa fino a che punto la già difficile tenuta mentale del sequestratore possa reggere. Si continua a negoziare, ma anche l’arrivo dei carabinieri non serve. Ci si prova con i vicini di casa: «Walter, esci. Ti offro un caffè, sono solo. Ci beviamo un caffè assieme, fidati». Ma Walter non si fida e continua a girare per la casa. Di tanto in tanto si affaccia alla finestra oppure spia la situazione per strada attraverso la tendina della verandina con le vetrate. Verso le 21.45 spegne ogni luce, ma dopo mezz’ora le riaccende. Non sa che la fine è vicina. Dalla strada si sente uno scoppio a cui ne seguono altri più forti a ripetizione. Polizia, carabinieri e vigili del fuoco sono entrati in casa usando una flashbang. La granata stordente l’ha messo per un attimo al tappeto, ma reagisce. Devono saltargli addosso per immobilizzarlo. Alle 23 viene portato giù e caricato sull’ambulanza del 118. Ha una ferita alla testa. Perde un po’ di sangue, niente di grave. In casa intanto padre e figlia finalmente respirano. Le sette ore disperate sono finite.
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