Addio a Giulia Maria Crespi, la signora del Fai innamorata della Sardegna

La paladina dell’ambiente aveva 97 anni. Da 1958 aveva una tenuta a Palau

SASSARI. Non ha fatto in tempo a rivedere la sua isola amatissima, il suo dolce rifugio, la culla dei ricordi e della nostalgia. «Quando sento una voce sarda, io che non ho neppure una goccia di sangue sardo nelle vene, mi emoziono». Giulia Maria Crespi a febbraio – nell’ultima intervista rilasciata alla Nuova Sardegna – aveva rivelato di avere paura: «Sono vecchia, tanto vecchia – aveva detto – ho paura di non farcela a tornare nell’isola, come ogni anno in estate, per vivere due mesi meravigliosi». Il suo timore si è avverato: a 97 anni – li aveva compiuti il 6 giugno – Giulia Maria Crespi se n’è andata senza rivedere quello che considerava il luogo del suo destino. Cala di Trana, Palau, la sua seconda casa dal 1958, da quando di quella Sardegna così diversa si era innamorata a prima vista. L’imprenditrice, fondatrice del Fai – Fondo ambientale italiano – paladina dell’ambiente e della bellezza, appassionata di giornalismo (fu proprietaria del Corriere della Sera e azionista del gruppo Espresso), protagonista della storia del Novecento, se n’è andata con il suo carico di ricordi e con un enorme dolore: quello per la morte del figlio adorato Aldo Paravicini, scomparso a maggio, colpito da un malore in auto mentre rientrava dall’azienda agricola di famiglia nel Pavese. Una storia crudele che si era ripetuta a distanza di molto tempo: anche il padre di Aldo, il conte Marco Paravicini, era morto in un incidente stradale appena quattro anni dopo il matrimonio con Giulia Maria Crespi. E lei, donna forte che aveva sconfitto sei volte il cancro, dopo la morte del figlio potrebbe avere lasciato camminare l’orologio della vita senza più opporsi.



I giornali e l’ambiente. Giulia Maria Crespi era nata il 6 giugno del 1923 a Merate, provincia di Lecco. Unica figlia ed erede di una importante famiglia industriale lombarda. Sin da piccola respirò arte e cultura, una passione che si portò dietro e ne segnò l’esistenza per sempre. Si sposò due volte, prima con Marco Paravicini che la lasciò vedova con due gemelli – Aldo e Luca – e poi con l’architetto Guglielmo Mozzoni da cui non si separò sino alla morte. Con Guglielmo condivise l’amore per l’isola e per Cala di Trana. Giulia Maria Crespi non aveva neppure 40 anni quando rivoluzionò il Corriere della Sera: autoritaria e coraggiosa, si fece amare e odiare in uguale misura. Ma di tutti, amici e nemici, conquistò il rispetto. Fu lei a volere Piero Ottone alla guida al posto di Giovanni Spadolini e fu lei ad allontanare Indro Montanelli al termine di una interminabile stagione di litigi. Quando Giulia Maria Crespi lasciò il Corriere aveva già deciso che svolta dare alla sua vita. Era il 1974 e l’anno successivo fondò il Fai, donando al Fondo per l’ambiente 500 milioni di lire e il primo bene, il Monastero romano-longobardo di Torba (Varese). Il Fai fu la sua creatura e tale rimase sempre. Grazie a Giulia Maria Crespi tantissimi tesori d’Italia sono stati recuperati e valorizzati: tra queste la Batteria Talmone a Palau, dove da ieri sventola la bandiera a mezz’asta in segno di lutto.



L’amore per la Sardegna. Quello stesso amore la Crespi lo riversò sulla Sardegna. Quando parlava, anche pochissimi mesi fa, dell’importanza di tutelare la bellezza dell’isola, di difendere le coste dal cemento e salvaguardare «l’anima autentica di questa terra meravigliosa» nei suoi occhi brillavano la luce e la forza della zarina. Insieme però alla dolcezza di un sentimento vero verso l’isola e verso i sardi da cui si era fatta adottare. La Giulia Maria Crespi dalle tante conoscenze borghesi, in Sardegna amava girare nelle zone interne e ammirare le donne che ricamavano sulla tela di tende e cuscini antiche filastrocche. E amava coltivare il suo orto, produrre frutta bio, senza pesticidi, nel suo regno a Cala di Trana. Il luogo del destino, il luogo dei ricordi e dei profumi respirati per l’ultima volta nell’estate del 2019. E salutati con un sguardo nostalgico, quello di chi ha paura di non tornare più indietro.

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