Rwm, produzione a picco Al via la cassa integrazione
di Silvia Sanna
Domusnovas, l’azienda in crisi dopo lo stop all’export degli armamenti
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SASSARI. Il verdetto è atteso per la fine del 2020: entro il 31 dicembre si saprà se potrà riprendere l’attività principale della Rwm di Domusnovas, cioè l’esportazione di bombe d’aereo verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Oppure se lo stop, stabilito dal Governo il 29 luglio 2019, sarà confermato in maniera definitiva. La seconda è l’ipotesi più probabile ma nulla – in assenza di un concreto progetto di riconversione – può essere dato per scontato. Anche perché nel frattempo, l’attività della fabbrica – complice anche l’emergenza Covid – si è ridotta all’osso e la direzione ha assunto decisioni drastiche. Dopo la prima dieta imposta agli organici nell’ottobre del 2019 – con l’impiego a rotazione della metà dei dipendenti – dal 1 agosto circa 90 lavoratori andranno in cassa integrazione mentre ad altri 80 non sarà rinnovato il contratto a tempo determinato. Di fatto, il numero di dipendenti dell’azienda tedesca – con sedi a Domusnovas e a Ghedi, in provincia di Brescia, in un anno è stato più che dimezzato. Attraverso l’amministratore delegato Fabio Sgarzi la Rwm comunica che alla fine di questo mese l’attività in fabbrica si fermerà perché termineranno tutte le produzioni e in agenda non c’è alcuna commessa da parte del governo italiano «nonostante l’impegno del ministero della Difesa che un anno fa definì la Rwm un asset strategico per il Paese». Tutto fermo, insomma. A parte i lavori per l’ampliamento: «Quelli – dice Sgarzi – andranno avanti perché non vogliamo abbandonare Domusnovas e anzi vogliamo tenerci pronti per quando partirà la ripresa». Ma prima di allora, l’azienda chiede il sostegno della Regione e del Governo per evitare che tante persone perdano il lavoro. Un ricatto, secondo chi condanna da sempre l’attività della fabbrica di bombe e chiede un serio progetto di riconversione accettabile anche dal punto di vista etico. Ma su questo punto l’azienda è sempre stata chiara: il nostro business è questo e vogliamo continuare a portarlo avanti in Sardegna.
La crisi. Il periodo nero è iniziato alla fine di luglio, con la decisione assunta dal precedente governo targato Movimento 5 stelle – Lega: il Parlamento ha dato l’ok allo stop dell’export di armi – bombe e componenti – verso i Paesi del Medio Oriente teatro di conflitti. Da mesi la Rwm era al centro del dibattito e la sua mission oggetto di fortissime contestazioni. La situazione era esplosa quando alcuni componenti spediti dallo stabilimento del Sulcis erano stati recuperati anche nei luoghi di massacri di civili, tra cui bambini. Il blocco di 18 mesi non rinnovabili è stato una mazzata per la fabbrica, dal momento che le forniture all’Arabia Saudita e agli Emirati rappresentano il core business dell’azienda tedesca grazie a un contratto da 415 milioni firmato nel 2016. Proprio dopo quell’accordo l’azienda aveva deciso di potenziare l’attività presentando un progetto di ampliamento con il raddoppio dello stabilimento e un notevole numero di assunzioni: il progetto illustrato da Sgarzi prevedeva l’impiego, solo a Domusnovas, di 500 lavoratori. Un gruppo di associazioni ha presentato ricorso mettendo in discussione la legittimità dell’ampliamento, la vicenda a distanza di mesi pende davanti al Tar.
Dipendenti a casa. L’azienda rivendica l’enorme sforzo fatto, in collaborazione con i sindacati, da quando il Governo ha imposto il blocco delle esportazioni: «È stato rivisto il programma di produzione, anticipando tutte le lavorazioni possibili, e collocando una parte dei lavoratori in altri settori o nello stabilimento di Ghedi. Ma la situazione è precipitata: attualmente l'87% dell’attuale portafoglio ordini di Rwm Italia non è producibile, in quanto relativo ai contratti sospesi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Del restante 13% di ordini eseguibili, nessuno proviene dallo Stato italiano. Tra 10 giorni l’attività si esaurirà. Per questo dal 1 agosto inizierà la cassa integrazione per 90 lavoratori e verrà fatta richiesta di attivazione della Cig straordinaria per estenderne la durata, così da evitare la procedura di mobilità». Noi non ci arrendiamo, dice l’azienda, ma lo Stato e la Regione devono fare la loro parte. Altrimenti, buoni propositi a parte, la serrata potrebbe diventare definitiva.
La crisi. Il periodo nero è iniziato alla fine di luglio, con la decisione assunta dal precedente governo targato Movimento 5 stelle – Lega: il Parlamento ha dato l’ok allo stop dell’export di armi – bombe e componenti – verso i Paesi del Medio Oriente teatro di conflitti. Da mesi la Rwm era al centro del dibattito e la sua mission oggetto di fortissime contestazioni. La situazione era esplosa quando alcuni componenti spediti dallo stabilimento del Sulcis erano stati recuperati anche nei luoghi di massacri di civili, tra cui bambini. Il blocco di 18 mesi non rinnovabili è stato una mazzata per la fabbrica, dal momento che le forniture all’Arabia Saudita e agli Emirati rappresentano il core business dell’azienda tedesca grazie a un contratto da 415 milioni firmato nel 2016. Proprio dopo quell’accordo l’azienda aveva deciso di potenziare l’attività presentando un progetto di ampliamento con il raddoppio dello stabilimento e un notevole numero di assunzioni: il progetto illustrato da Sgarzi prevedeva l’impiego, solo a Domusnovas, di 500 lavoratori. Un gruppo di associazioni ha presentato ricorso mettendo in discussione la legittimità dell’ampliamento, la vicenda a distanza di mesi pende davanti al Tar.
Dipendenti a casa. L’azienda rivendica l’enorme sforzo fatto, in collaborazione con i sindacati, da quando il Governo ha imposto il blocco delle esportazioni: «È stato rivisto il programma di produzione, anticipando tutte le lavorazioni possibili, e collocando una parte dei lavoratori in altri settori o nello stabilimento di Ghedi. Ma la situazione è precipitata: attualmente l'87% dell’attuale portafoglio ordini di Rwm Italia non è producibile, in quanto relativo ai contratti sospesi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Del restante 13% di ordini eseguibili, nessuno proviene dallo Stato italiano. Tra 10 giorni l’attività si esaurirà. Per questo dal 1 agosto inizierà la cassa integrazione per 90 lavoratori e verrà fatta richiesta di attivazione della Cig straordinaria per estenderne la durata, così da evitare la procedura di mobilità». Noi non ci arrendiamo, dice l’azienda, ma lo Stato e la Regione devono fare la loro parte. Altrimenti, buoni propositi a parte, la serrata potrebbe diventare definitiva.
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