Bimbo segregato in Gallura, genitori e zia condannati: anche messaggi audio del "demonio" per terrorizzarlo
Tiziana Simula
Le motivazioni della condanna inflitta dal gip a Tempio: provavano piacere
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ARZACHENA. «Sono ancora qua, pensavi me ne fossi andato? Eh no, no, no. Io sono sempre con te finché tu proverai odio, rabbia, stizza, bugie, finché ci saranno tutte queste cose io ti darò il tormento... Passerò tutta la notte a darti il tormento... Fossi in te non dormirei tranquillo... Chissà, forse proprio stanotte ti trascinerò nelle tenebre, all’inferno ah, ah, ah...». La voce del “demonio”, le sue risate, risuonavano nella stanza buia. E con parole terribili, lo minacciava di trascinarlo all’inferno, di farlo morire di fame, di farlo torturare e uccidere dai demoni. È una delle punizioni folli inflitte al bambino 11enne maltrattato e tenuto segregato nella sua cameretta-prigione, ad Arzachena, dai genitori e dalla zia, tutti e tre condannati un mese fa a 8 anni di reclusione (con rito abbreviato), con l’accusa di maltrattamenti e sequestro di persona.
Nelle motivazioni della sentenza emessa dal gip Marco Contu, è racchiuso tutto l’orrore di una storia incredibile e raccapricciante con vittima un ragazzino, bersaglio di punizioni fisiche e psicologiche messe in atto dai tre imputati – così scrive il gip – «per il puro piacere di infliggere sofferenza». Genitori e zia avevano confessato, ammesso le loro colpe e confermato le vessazioni e le violenze a cui sottoponevano il piccolo, sostenendo di averlo fatto per educarlo, perché era vivace e difficile. Ma per il giudice «lo si voleva togliere di mezzo quale scomodo peso, quando si trattava di andare a passare la serata fuori casa, a cena, a divertirsi con parenti e amici». Per 6 anni, il ragazzino ha subito vessazioni: spesso chiuso a chiave nella sua camera quando i genitori uscivano, lasciato al buio, senza letto, senza giochi, con un barattolo per fare i bisogni. Per spaventarlo, gli facevano sentire audio con voci alterate, sataniche. «È arrivata l’ora della cena... e tu... mangerai la solita porcheria, ah, ah, ah... Tu sai perché. Perché sei un bambino pieno di odio e loro non ti danno da mangiare se tu odi... Tu mi appartieni. Finché tu odi, finché tu provi rabbia e stizza, appartieni a me. E all’inferno non si mangia, all’inferno si urla di dolore e sofferenza...».
Per il gip, a registrare quegli audio con voce artefatta era il padre. È a lui che il giudice attribuisce la responsabilità di quelle minacce inquietanti (37 gli audio sequestrati dagli inquirenti). Ed è un particolare che emerge per la prima volta in questa terribile vicenda. Padre che «sapeva tutto ma che taceva», si legge nelle motivazioni, perché temeva una separazione, temeva che la moglie lo mandasse via di casa e lui non potesse vedere più il bambino. «Non riuscivo a fare il passo in più per impedirle quello che era eccessivo...», aveva detto durante l’interrogatorio.
La zia è ritenuta la regista dei maltrattamenti e delle violenze fisiche e psicologiche inflitte al bambino dai genitori, in particolare dalla madre.
Dalle indagini – l’inchiesta è stata condotta dai pm Luciano Tarditi e Laura Bassani e coordinata dal procuratore Gregorio Capasso – è emerso come fosse lei a indicare a sua cognata come comportarsi col figlio e a istigarla a mettere in atto le più umilianti e terribili punizioni per “correggere” il comportamento del bambino. Interferiva continuamente nella loro vita, sostituendosi spesso ai genitori anche nei rapporti con la scuola. La madre eseguiva ogni sua indicazione. La zia aveva creato una chat fra loro e i discorsi riguardavano spesso le angherie a cui doveva essere sottoposto il bambino. «Eh! Vai, chiudilo. Vai nella tua prigionia, solo come un cane», ordinava alla madre. Parlavano delle docce fredde che gli facevano fare, anche 12 al giorno e anche d’inverno. «Se la poteva risparmiare, ma no, non c’è verso... A lui gli interessa stare solo. Sopra un pavimento freddo, chiuso... Pisciando dentro un secchio. Quello ti piace! Quello hai scelto!» come se fosse il piccolo ad aver scelto prigionia e stenti.
Momenti terribili, tutti lucidamente raccontati dall’11enne in tre diari choc che il 29 giugno di un anno fa, lui stesso aveva consegnato ai carabinieri che lo avevano portato via da quella casa e arrestato i suoi genitori (la zia era finita in manette mesi dopo). Era stato lui a chiedere aiuto chiamando il 112 con un cellulare senza sim. E quel gesto è stato la sua salvezza.
Ai tre imputati – difesi dagli avvocati Angelo Merlini (zia), Marzio Altana (padre) e Alberto Sechi (madre) – il gip ha inflitto pene uguali ritenendoli responsabili in egual misura di quelle violenze, e negandogli le attenuanti generiche nonostante fossero incensurati e avessero confessato. «Non è grazie al ravvedimento degli imputati che tali condotte hanno avuto termine – scrive il gip – ma solo grazie all’agire del piccolo, il quale, intravista una possibilità di porre fine alle proprie sofferenze è riuscito a contattare le forze dell’ordine che, intervenute, sono riuscite a liberarlo da una prigionia che aveva quasi acquisito i caratteri della tortura».
Nelle motivazioni della sentenza emessa dal gip Marco Contu, è racchiuso tutto l’orrore di una storia incredibile e raccapricciante con vittima un ragazzino, bersaglio di punizioni fisiche e psicologiche messe in atto dai tre imputati – così scrive il gip – «per il puro piacere di infliggere sofferenza». Genitori e zia avevano confessato, ammesso le loro colpe e confermato le vessazioni e le violenze a cui sottoponevano il piccolo, sostenendo di averlo fatto per educarlo, perché era vivace e difficile. Ma per il giudice «lo si voleva togliere di mezzo quale scomodo peso, quando si trattava di andare a passare la serata fuori casa, a cena, a divertirsi con parenti e amici». Per 6 anni, il ragazzino ha subito vessazioni: spesso chiuso a chiave nella sua camera quando i genitori uscivano, lasciato al buio, senza letto, senza giochi, con un barattolo per fare i bisogni. Per spaventarlo, gli facevano sentire audio con voci alterate, sataniche. «È arrivata l’ora della cena... e tu... mangerai la solita porcheria, ah, ah, ah... Tu sai perché. Perché sei un bambino pieno di odio e loro non ti danno da mangiare se tu odi... Tu mi appartieni. Finché tu odi, finché tu provi rabbia e stizza, appartieni a me. E all’inferno non si mangia, all’inferno si urla di dolore e sofferenza...».
Per il gip, a registrare quegli audio con voce artefatta era il padre. È a lui che il giudice attribuisce la responsabilità di quelle minacce inquietanti (37 gli audio sequestrati dagli inquirenti). Ed è un particolare che emerge per la prima volta in questa terribile vicenda. Padre che «sapeva tutto ma che taceva», si legge nelle motivazioni, perché temeva una separazione, temeva che la moglie lo mandasse via di casa e lui non potesse vedere più il bambino. «Non riuscivo a fare il passo in più per impedirle quello che era eccessivo...», aveva detto durante l’interrogatorio.
La zia è ritenuta la regista dei maltrattamenti e delle violenze fisiche e psicologiche inflitte al bambino dai genitori, in particolare dalla madre.
Dalle indagini – l’inchiesta è stata condotta dai pm Luciano Tarditi e Laura Bassani e coordinata dal procuratore Gregorio Capasso – è emerso come fosse lei a indicare a sua cognata come comportarsi col figlio e a istigarla a mettere in atto le più umilianti e terribili punizioni per “correggere” il comportamento del bambino. Interferiva continuamente nella loro vita, sostituendosi spesso ai genitori anche nei rapporti con la scuola. La madre eseguiva ogni sua indicazione. La zia aveva creato una chat fra loro e i discorsi riguardavano spesso le angherie a cui doveva essere sottoposto il bambino. «Eh! Vai, chiudilo. Vai nella tua prigionia, solo come un cane», ordinava alla madre. Parlavano delle docce fredde che gli facevano fare, anche 12 al giorno e anche d’inverno. «Se la poteva risparmiare, ma no, non c’è verso... A lui gli interessa stare solo. Sopra un pavimento freddo, chiuso... Pisciando dentro un secchio. Quello ti piace! Quello hai scelto!» come se fosse il piccolo ad aver scelto prigionia e stenti.
Momenti terribili, tutti lucidamente raccontati dall’11enne in tre diari choc che il 29 giugno di un anno fa, lui stesso aveva consegnato ai carabinieri che lo avevano portato via da quella casa e arrestato i suoi genitori (la zia era finita in manette mesi dopo). Era stato lui a chiedere aiuto chiamando il 112 con un cellulare senza sim. E quel gesto è stato la sua salvezza.
Ai tre imputati – difesi dagli avvocati Angelo Merlini (zia), Marzio Altana (padre) e Alberto Sechi (madre) – il gip ha inflitto pene uguali ritenendoli responsabili in egual misura di quelle violenze, e negandogli le attenuanti generiche nonostante fossero incensurati e avessero confessato. «Non è grazie al ravvedimento degli imputati che tali condotte hanno avuto termine – scrive il gip – ma solo grazie all’agire del piccolo, il quale, intravista una possibilità di porre fine alle proprie sofferenze è riuscito a contattare le forze dell’ordine che, intervenute, sono riuscite a liberarlo da una prigionia che aveva quasi acquisito i caratteri della tortura».
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