La Nuova Sardegna

Mesina, 2 mesi in fuga: la caccia continua

di Mauro Lissia
Mesina, 2 mesi in fuga: la caccia continua

La scelta della latitanza dopo la sentenza definitiva. Marchetti, ex magistrato Dda: la sua parabola è comunque alla fine

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CAGLIARI. Sparito da due mesi, lo scorso 2 di luglio, alla notizia o poco prima della notizia che la Corte di Cassazione gli aveva respinto l’ultimo disperato ricorso contro la condanna a trent’anni per traffico di droga e altri reati. Da quel giorno di Graziano Mesina non si sa più nulla: l’hanno dato all’estero, persino in Tunisia. Ma la realtà è che le ricerche condotte dalle forze dell’ordine finora non hanno prodotto risultati: scomparso, ancora latitante come negli anni ruggenti del banditismo sardo, quando Mesina era una figura mitologica, una star del crimine. Oggi ci si chiede dove può essere finito un quasi ottantenne con problemi di salute. Difficile immaginarlo alla macchia, più facile pensare a un rifugio preparato nel tempo, nella certezza che per lui le porte del carcere si sarebbero riaperte presto.

Mario Marchetti, prima commissario di polizia e poi per una vita magistrato impegnato con la Dda in indagini delicate sui sequestri di persona e sulla criminalità urbana, ha lasciato la toga da tempo ma non ha mai smesso di osservare col binocolo dell’esperienza un mondo in cui, volente o no, ha dovuto immergersi a lungo: «Mesina? Starà fuori fino a quando gli resterà qualche soldo, poi lo arresteranno. A occhio e croce entro un anno riprenderà posto nella sua cella di Badu e Carros». Marchetti non vede in Mesina un alto profilo criminale, un uomo temibile: «E’ un personaggio medio, ne ha combinato di tutti i colori, dai sequestri alla droga. Ma adesso ha quasi ottant’anni. Certo, accende l’interesse dei media ma lo considero un latitante come altri. Casi di fuga dopo la condanna definitiva sono abbastanza frequenti. Qui se n’è parlato su giornali e tv perché si tratta di Mesina. Ma chi opera sul campo sa bene che un Mesina in giro non rappresenta un pericolo reale». Eppure appena sette-otto anni fa, come dice una sentenza definitiva, Grazianeddu era a capo di un’organizzazione di trafficanti, smezzava denaro e stupefacenti trattando con spacciatori di rango internazionale: «Mesina trafficante? - chiede Marchetti, sorridendo - i trafficanti sono altri, lui non era che uno spacciatore di provincia, coordinava a tavolino. I reati li ha commessi, su questo non ci sono dubbi. Ma parliamo di una figura media, non certo del boss che qualcuno ha voluto descrivere». L’età, per Marchetti, gli impedirebbe oggi di riprendere la via del crimine: «Stare in latitanza costa un sacco di soldi, bisogna pagare perché chiunque ti vede è pronto a venderti. Lui sta spendendo quanto gli rimane, ma poi?». Il problema è dove cercarlo: «Per me è in Sardegna - è la risposta dell’ex magistrato - ospite di qualcuno, nascosto in un paese qualsiasi che ha frequentato. Si sta godendo uno scampolo supplementare di libertà, nient’altro». L’omaggio involontario di un apparato giudiziario che ha mostrato pecche evidenti quando l’ordine di esecuzione della pena è rimasto inevaso per la fuga del condannato: «Certo non si può dire che tutto abbia funzionato a puntino - ammette Marchetti - che l’arresto di Mesina fosse prossimo si sapeva e bisognava stare in guardia. Ma ripeto, sono cose che capitano. Se però a trarne vantaggio è uno come Mesina se ne parla di più». E forse la ricerca del fuggiasco diventa più intensa: «Io non credo - taglia corto Marchetti - perché fare ricerche costa». Resta il fatto che Mesina è stato un elemento cardine nella triste epopea dei sequestri di persona, quello era un settore in cui l’orgolese aveva il rango di autorità: «Sì, in quel mondo occupava una posizione - riconosce Marchetti - ma per fare sequestri non serve grande intelligenza». Un ultimo interrogativo riguarda le voci sul possibile suicidio. Marchetti è categorico: «Ma figuriamoci, Mesina suicida... lui aveva ed ha un obbiettivo, non tornare in carcere. E’ comprensibile, chi ha piacere di finire la propria vita in una cella? Per questo si è preparato la fuga ed è sparito. Ma la sua parabola è arrivata comunque alla fine. Quand’era libero, dopo la grazia, il suo nome e la sua visibilità hanno fatto comodo a molta gente, il mito appannato di Mesina faceva richiamo, ci si potevano fare anche soldi. Ma è una storia finita, adesso la sua latitanza disperata mette solo malinconia».

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