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«Niente tampone al rientro dalla Croazia: isolata in casa»

«Niente tampone al rientro dalla Croazia: isolata in casa»

L’odissea di una donna del Sassarese che chiede inutilmente di sottoporsi al test «Da sabato notte sono in quarantena forzata e sorvegliata dai vigili urbani» 

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SASSARI. Da sabato notte si sposta dalla cucina al salotto, dal letto al divano. Poi di nuovo in cucina e ancora in salotto. Non può ricevere visite e a parte i genitori che le hanno lasciato la spesa vicino al cancello, l’unica anima viva che scorge dalla finestra è il vigile urbano. L’uomo in divisa le ricorda puntualmente che non può muovere un passo fuori casa e le chiede se ha bisogno di qualcosa. E lei, come un disco rotto, ripete: «Ho bisogno di fare il tampone, solo quello mi serve». Perché Manuela, anche se sta bene, anzi benissimo, è in quarantena forzata da quando è rientrata dalla Croazia e si è autodenunciata con una chiamata all’Unità di crisi del Nord Sardegna. La donna, 45 anni, da brava cittadina ha informato le autorità del viaggio in un Paese ad alto rischio per la diffusione del Covid. E in quel momento è iniziata la reclusione nella sua casa in un paese dell’hinterland sassarese: secondo le autorità non potrà mettere il naso fuori prima di sabato prossimo, dopo 2 settimane di isolamento.

Zero controlli. Manuela parla al telefono, da quattro giorni l’unico mezzo a disposizione per comunicare col mondo. «Mai mi sarei aspettata di ritrovarmi in questa situazione che definire surreale è dir poco. Sono arrivata a casa sabato notte. Domenica mattina non ho perso tempo: ho chiamato il numero dell’Unità di crisi e ho comunicato di essere stata nei giorni precedenti in Croazia, cioè in un Paese ad alto rischio per la diffusione del Covid-19. Ho fatto presente di non essere stata sottoposta a tampone né all’aeroporto di Venezia né in quello di Alghero: ho chiesto di poterlo fare subito dal momento che mi spetta. Questo prevede l’ordinanza del Governo per chi rientra dai 4 Paesi inseriti nelle zone rosse: Spagna, Malta, Grecia e appunto Croazia. Invece, non solo mi hanno negato il tampone ma mi hanno imposto di stare a casa in isolamento almeno per due settimane. Lei non si deve muovere, mi hanno detto, ci faremo sentire noi al più presto». La telefonata invece non è arrivata, in compenso Manuela ha ricevuto una mail da parte delle autorità sanitarie «in cui mi ribadiscono di non entrare in contatto con nessuno. E io non lo faccio, perché non so se sono positiva o meno e nel dubbio non posso rischiare di contagiare qualcuno. Per questo chiedo di fare il tampone: è un mio diritto, o almeno così credevo».

Il viaggio. Manuela è rientrata dalla Croazia sabato notte. Non era lì in vacanza ma per sottoporsi ad alcune cure mediche. «Ho lasciato Zagabria nel pomeriggio e sono arrivata a Venezia in auto. All’aeroporto, io e gli altri compagni di viaggio, eravamo convinti che ci avrebbero fatto il tampone prima dell’imbarco verso la Sardegna. Anche perché, quando ho fatto il biglietto di rientro, mi è stato richiesto di scaricare la App “Sardegna sicura”. Detto fatto: nel modulo di registrazione on line ho indicato i miei dati e il luogo di provenienza, la Croazia appunto. Ero tranquilla, pensavo che proprio perché rientravo da una zona rossa sarei stata sottoposta a controlli sanitari accurati. Invece, zero assoluto». Dopo due ore di attesa nella sala dell’aeroporto, è iniziato l’imbarco: controllo della temperatura e via, a bordo sull’aereo pieno diretto per Alghero. «Avevamo tutti la mascherina e io ero ancora fiduciosa: il tampone me lo faranno ad Alghero». Invece no: al Riviera del Corallo controlli molto light con misurazione della temperatura a campione «più o meno uno su 4» e liberi tutti. «Ero sempre più perplessa oltre che molto stanca. Sono arrivata a casa tardissimo pensando che tutto si sarebbe risolto la mattina dopo».

Reclusa. Dalla mattina dopo, domenica, Manuela invece è reclusa. Ha chiamato i genitori che le hanno riempito il frigo, non può andare a lavorare: «Opero come libera professionista per una agenzia assicurativa, se non lavoro non vengo pagata». Ma il dispiacere più grande è che non potrà abbracciare la figlia: «Arriva sabato da Londra, resterà solo una settimana. Se la situazione non si sblocca la potrò vedere a distanza». Dal cancello, come il vigile urbano. Ma non è esattamente lo stesso. (silvia sanna)

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