La Nuova Sardegna

Mario Segni: «Voto No con convinzione, con il Sì vincono i partiti»

di Alessandro Pirina
Mario Segni: «Voto No con convinzione, con il Sì vincono i partiti»

Lo storico leader referendario: la Sardegna deve avere più voce e non meno

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SASSARI. La valanga di sì che sommerse i suoi referendum segnò il passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. O, come ama dire lui, dal governo dei partiti a quello dei cittadini. Ma questa volta per Mario Segni non c’è in ballo alcuna rivoluzione istituzionale. Anzi, a suo avviso, la vittoria del Sì sarebbe l’ultimo tassello di una restaurazione iniziata con il Porcellum. Ecco perché lo storico leader referendario non ha alcun dubbio a schierarsi contro il taglio dei parlamentari.

Segni, il 20 settembre voterà Sì o No?

«Voterò No con assoluta convinzione. È un referendum istituzionalmente inutile, perché non cambia niente. Non c’è una sola ragione per pensare che un Parlamento con meno persone possa funzionare meglio. Oggi il Parlamento funziona malissimo ma i motivi sono altri: cause politiche, liste bloccate, regolamenti elettorali. Ma di tutto questo il referendum non se ne occupa. Tocca una cosa che non c’entra nulla con il funzionamento del Parlamento. E soprattutto penalizza la Sardegna, che invece di deputati dovrebbe averne un numero maggiore per avere più voce a Roma. Ma c’è anche un altro motivo, ancora più importante, che mi fa votare No».

Qual è?

«Questo referendum è l’ultimo atto di una strategia politica che non vuole cambiare le istituzioni ma le vuole distruggere. Non è stato proposto per fare andare meglio le cose, ma solo per avere un piccolo risparmio. È dunque l’ultimo atto di una strategia del Movimento 5 stelle e di un largo schieramento populista che lo circonda che ha già fatto danni enormi ed è distruttivo per le istituzioni del nostro Paese».

Diversi parlamentari sardi - dal Pd a Forza Italia, anche un paio del M5s - che avevano votato sì in aula sono ora schierati per il No.

«L’anno scorso, in pochi giorni, il Pd fece un capovolgimento strategico su tutto. Aveva giurato che mai avrebbe fatto l’accordo con i 5 stelle, che ci sarebbero state elezioni in caso di crisi. Invece ha fatto l’opposto. Per fare nascere il governo Conte aveva posto come condizioni irrinunciabili la prescrizione, il no al taglio dei parlamentari senza una riforma generale, il Mes. Il Pd è un partito che sta perdendo la sua anima. Non sta rovesciando una strategia ma sta rinunciando ad averne una pur di rimanere al governo. Quando si rinuncia è comprensibile che ci sia chi si ribella. Capisco dunque benissimo che qualcuno del gruppo parlamentare oggi sia su posizioni diverse».

C’è chi dice che bisogna votare Sì perché è un modo per iniziare a cambiare le istituzioni. Come fece lei nei primi anni Novanta.

«Sono cose ben diverse. Noi presentammo un blocco di tre referendum. Uno per passare dal proporzionale al maggioritario, un secondo dalle preferenze al collegio uninominale - nel testo non lo avevamo scritto ma la nostra intenzione era arrivare anche a scegliere i candidati attraverso primarie -, un terzo per l’elezione diretta del sindaco. C’era dunque una strategia complessiva. Non era un referendum fatto per cambiare solo un pezzo ma tutto il sistema politico. Passare dal proporzionale al maggioritario voleva dire passare da un tipo di Repubblica a un altro. Fino a quel momento in Italia si votava per il governo dei partiti. Grazie a quei referendum si passò al governo scelto dai cittadini. In quei 15 anni di Mattarellum gli italiani hanno scelto direttamente il presidente del Consiglio e ci sono state 4 elezioni con alternanza perfetta. Poi è arrivato il Porcellum a dare il primo colpo a questo sistema».

Anche i 5 stelle parlano di governo dei cittadini.

«Sì, ma con effetto contrario. I 5 stelle stanno tornando alla partitocrazia più sfacciata con slogan opposti. La loro linea politica ci porta alla partitocrazia più esasperata e alla inefficienza più totale. Il Sì sarebbe una vittoria di questa strategia».

I favorevoli al taglio dei parlamentari sostengono che toccherà alla nuova legge elettorale garantire rappresentanza e governabilità

«Ma non mi facciano ridere. Penso al povero Zingaretti: mai Sì al referendum senza legge elettorale, mai Sì senza l’approvazione almeno in un ramo del Parlamento, mai Sì senza almeno un passaggio in commissione. Invece, alla fine ha detto Sì senza condizioni. Dunque, tutti i discorsi sulla legge elettorale sono baggianate».

A favore del No sono schierati diversi suoi compagni di viaggio ai tempi del Sì, da Prodi a Bonino, a Parisi. E ora molti sondaggisti sostengono che il No sia in rimonta.

«Me lo auguro perché sarebbe una grande mazzata alla strategia più populista e deleteria di questo periodo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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