Un terreno al setaccio a caccia dei resti di Masala

Da due giorni i carabinieri scavano in una proprietà della famiglia Pinna

NULE. Trentasette ettari di terreno da scandagliare. Praticamente come cercare un ago nel pagliaio ma stavolta, evidentemente, c’è una convinzione in più. Un nuovo impulso che ha spinto la Procura di Nuoro a disporre che venissero riprese le ricerche del corpo di Stefano Masala, il trentenne di Nule scomparso nel nulla il 7 maggio del 2015. Ossia il giorno prima dell’omicidio del giovane di Orune Gianluca Monni.

Due delitti strettamente collegati e per i quali ci sono state già altrettante condanne: quella definitiva di Paolo Enrico Pinna (all’epoca minorenne) a vent’anni di carcere e quella del cugino Alberto Cubeddu all’ergastolo (verdetto confermato di recente in appello).

L’area che da due giorni viene setacciata dai carabinieri del Ros di Roma, dai colleghi della compagnia di Bono, del reparto operativo di Nuoro e dai Cacciatori di Sardegna si trova nelle campagne della località “Ortisca”, in un terreno di proprietà della famiglia Pinna. Martedì sera quel via vai di mezzi non è passato inosservato in paese e non c’è voluto molto per capire che qualcosa si stava smuovendo. Poi la conferma: si cerca nuovamente Stefano Masala. E da due giorni nelle campagne di Nule si scava.

Che cosa abbia indotto gli inquirenti a ispezionare ancora una volta un’area che già cinque anni fa i cani molecolari avevano esaminato in maniera accurata, al momento resta un mistero. Ma c’è da dire che le indagini su questo caso irrisolto – perché si parla di un giovane mai tornato a casa e alla cui famiglia non è stata data l’opportunità di seppellirne il corpo – probabilmente non si sono mai fermate. A differenza delle ricerche del 2015 con i cani e i sommozzatori questa volta si sta andando in profondità con l’utilizzo di un grosso escavatore e poi di georadar e metal detector.

Gli specialisti dell’Arma stanno lavorando senza sosta, ieri erano in forze a “Ortisca” fino al pomeriggio in un terreno molto impervio che in alcuni tratti è caratterizzato dalla presenza di una fittissima vegetazione. La decisione di procedere con questi nuovi mezzi può esser stata dettata dalla convinzione che Stefano Masala sia stato sotterrato dai suoi assassini in quella campagna. Ma se per caso il suo corpo fosse stato avvolto ad esempio con un telo di plastica i cani non potrebbero fiutarlo.

La famiglia Masala in questi anni non ha mai smesso di cercare e aspettare Stefano. «Ma i nostri appelli sono finiti» ha puntualizzato il padre Marco, contattato al telefono. Si riferisce chiaramente ai due imputati condannati, ai quali, tutte le volte che ha potuto, ha chiesto e anche urlato di dire dove si trovava il corpo di suo figlio. Di liberarsi di questo peso, di consentire a una famiglia di avere finalmente pace. Ma non hanno ottenuto risposta.

Ieri Marco Masala non ha voluto dire una parola di più su Pinna e Cubeddu, nessun appello, nessuna richiesta. Ma un desiderio lo ha espresso: «Se potessi, raggiungerei quei carabinieri e scaverei con le mie mani...». E invece li sta osservando da distanza, come è giusto che sia.

Non si fanno illusioni – lui e gli altri figli Alessandra, Giuseppe e Valentina – sanno molto bene che sarà un lavoro complesso: «Quell’area è vasta e impervia ma io so che il nostro Stefano è lì».

Le ricerche con molta probabilità andranno avanti tutta la settimana, fortunatamente il tempo in questi giorni non si è messo di traverso. La pioggia complicherebbe le operazioni e potrebbe anche richiederne l’interruzione. Finché sarà possibile dunque si scaverà, in una zona circoscritta dove si è deciso di insistere. E l’impressione è che se le ricerche sono ripartite dopo diverso tempo, se si stanno concentrando in una porzione di terreno che già in passato era stata perlustrata e se si stanno impiegando uomini e mezzi specializzati, allora qualcosa di concreto e convincente deve per forza essere finito nelle mani della magistratura.

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