Depressione nell’isola aumentano i casi a rischio
di Claudio Zoccheddu
Sono 122mila i pazienti con sintomi, 50mila sono gravi ma si curano in pochi
3 MINUTI DI LETTURA
SASSARI. Per mettere in chiaro le cose basterebbe un aspetto: è la patologia che ha il maggior impatto sulla quotidianità, in termini di costi sociali e di qualità della vita. Eppure, la maggior parte dei malati non sa di esserlo. E se lo sospetta, spesso viene minimizza fino a creare uno “stigma”, ovvero la paura di essere classificati come depressi. Delle migliaia di persone che soffrono di depressione nell’isola, solo una su tre sta affrontando un percorso di cura. La depressione è un disturbo che, secondo l’Oms, è la “principale causa di disabilità” e colpisce 320 milioni di persone in tutto il mondo. Anche la Sardegna partecipa al conto con circa 122mila persone che ne manifestano i sintomi, di cui 50mila che invece soffrono di “depressione maggiore”, una fase più avanzata della malattia che provoca profonda tristezza, calo della spinta vitale, perdita di interesse verso le normali attività, pensieri negativi e pessimistici. Purtroppo è un disturbo molto diffuso e la sua incidenza è in aumento per colpa dell’emergenza sanitaria e delle conseguenze che provoca nella vita. Il distanziamento, il lockdown, la paura del contagio e le complicazioni nell’elaborazione dei lutti sono vettori potentissimi che stanno moltiplicando i casi di depressione in tutte le fasce della popolazione, compresi i giovanissimi. Per combatterla, servirebbero investimenti sulla sanità, professionisti formati e l’intenzione di agire in maniera preventiva. Tutte cose che per il momento non compaiono nell’agenda politica nazionale e regionale. Gli effetti, oltre al diffondersi della malattia, sono anche nell’impennate dei costi delle cure, calcolati in 9500 euro a paziente. Un salasso.
La sensibilizzazione. Si chiama “Uscire dall’ombra della depressione” ed è un appuntamento organizzato dalla Fondazione Onda e patrocinato dalla Regione, dalla Società Italiana di psichiatria, dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, da Cittadinanzattiva e da Progetto Itaca, con il contributo di Janssen Italia, l’azienda farmaceutica di Johnson&Johnson. L’obiettivo della Fondazione Onda è “promuovere azioni a livello territoriale per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate attraverso il coinvolgimento di Istituzioni e rappresentanti locali a livello medico, assistenziale e sociale”. Ieri, tra gli interventi che hanno animato la tavola rotonda virtuale, c’è stato quello del professor Bernardo Carpiniello, docente di Psichiatria all’Università di Cagliari: «Nonostante sia una patologia che causa un’elevata mortalità – ha spiegato Carpiniello – e che diminuisce di dieci anni l’attesa di vita, solo il 34% dei 122mila sardi con sintomi accede a cure minimamente adeguate. Confidiamo nella ricerca farmaceutica, soprattutto per i pazienti “resistenti” ad ogni forma di cura». Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, propone quella che definisce una “stima conservativa”: «La tempesta perfetta creata dall’aumento della disoccupazione, e quindi della povertà, porterà a più di 150mila nuovi casi di depressione in pochi mesi. Vivremo una pandemia emozionale». Liliana Lorettu, docente di Psichiatria dell’Università di Sassari, ha sollevato un altro problema: «L’altissimo tasso di suicidi in Sardegna di cui spesso sono vittime gli uomini, che non sono più vulnerabili ma chiedono aiuto con meno frequenza. Per le donne, invece, un problema è l’alcol, una “medicina” che peggiora il percorso». L’aiuto, poi, è complicato anche da offrire: «Lavoriamo sotto organico e in Sardegna sono tanti quelli che non accedono alle cure. Si rischia di non garantire nemmeno un sostegno minimo», conclude. Graziella Boi, direttore del Dipartimento di Salute mentale del Sud Sardegna dell’Ats, allarga l’orizzonte: «La famiglia non è mai secondaria al paziente. È come se fosse un co-paziente perché la depressione comporta una riorganizzazione dei nuclei familiari». Un male a cui non sfuggono nemmeno i bambini. Alessandro Zuddas, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università di Cagliari, parla dell’incapacità di piacere per i più piccoli: «L’anedonia è un segnale che non può essere ignorato. Il 4 per cento dei bambini e il 15 per cento degli adolescenti ne soffre ma il numero dei medici disponibili è ridicolo».
La sensibilizzazione. Si chiama “Uscire dall’ombra della depressione” ed è un appuntamento organizzato dalla Fondazione Onda e patrocinato dalla Regione, dalla Società Italiana di psichiatria, dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, da Cittadinanzattiva e da Progetto Itaca, con il contributo di Janssen Italia, l’azienda farmaceutica di Johnson&Johnson. L’obiettivo della Fondazione Onda è “promuovere azioni a livello territoriale per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate attraverso il coinvolgimento di Istituzioni e rappresentanti locali a livello medico, assistenziale e sociale”. Ieri, tra gli interventi che hanno animato la tavola rotonda virtuale, c’è stato quello del professor Bernardo Carpiniello, docente di Psichiatria all’Università di Cagliari: «Nonostante sia una patologia che causa un’elevata mortalità – ha spiegato Carpiniello – e che diminuisce di dieci anni l’attesa di vita, solo il 34% dei 122mila sardi con sintomi accede a cure minimamente adeguate. Confidiamo nella ricerca farmaceutica, soprattutto per i pazienti “resistenti” ad ogni forma di cura». Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, propone quella che definisce una “stima conservativa”: «La tempesta perfetta creata dall’aumento della disoccupazione, e quindi della povertà, porterà a più di 150mila nuovi casi di depressione in pochi mesi. Vivremo una pandemia emozionale». Liliana Lorettu, docente di Psichiatria dell’Università di Sassari, ha sollevato un altro problema: «L’altissimo tasso di suicidi in Sardegna di cui spesso sono vittime gli uomini, che non sono più vulnerabili ma chiedono aiuto con meno frequenza. Per le donne, invece, un problema è l’alcol, una “medicina” che peggiora il percorso». L’aiuto, poi, è complicato anche da offrire: «Lavoriamo sotto organico e in Sardegna sono tanti quelli che non accedono alle cure. Si rischia di non garantire nemmeno un sostegno minimo», conclude. Graziella Boi, direttore del Dipartimento di Salute mentale del Sud Sardegna dell’Ats, allarga l’orizzonte: «La famiglia non è mai secondaria al paziente. È come se fosse un co-paziente perché la depressione comporta una riorganizzazione dei nuclei familiari». Un male a cui non sfuggono nemmeno i bambini. Alessandro Zuddas, docente di Neuropsichiatria infantile all’Università di Cagliari, parla dell’incapacità di piacere per i più piccoli: «L’anedonia è un segnale che non può essere ignorato. Il 4 per cento dei bambini e il 15 per cento degli adolescenti ne soffre ma il numero dei medici disponibili è ridicolo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
