La Nuova Sardegna

Il lavoro non è solo uno stipendio ma anche un “luogo” dove mettersi in gioco

Oggi mi trovo in questa pagina di giornale per darvi la mia visione del lavoro. Il lavoro è una strada che tutte le persone devono intraprendere a un certo punto della loro vita. Per me il lavoro è...

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Oggi mi trovo in questa pagina di giornale per darvi la mia visione del lavoro. Il lavoro è una strada che tutte le persone devono intraprendere a un certo punto della loro vita. Per me il lavoro è il “luogo” dentro il quale l’uomo si mette in gioco fisicamente e intellettualmente per ottenere come fine ultimo una gratificazione che solo superficialmente è rappresentata dallo stipendio. Lavorare infatti non vuol dire solo guadagnarsi da vivere. Anche se siamo finiti volutamente in una situazione professionale frustrante e dalla quale non riusciamo a uscire, dobbiamo cercare di ambientarci per vivere al meglio. L’uomo è portato per natura a competere e a migliorarsi. Nel lavoro ciò si traduce in una scalata da affrontare che non è mai semplice. Qualunque sia l’impiego, bisogna sempre trovare una ragione per svolgerlo in un modo che ci motivi per farlo al migliore dei modi. A questo punto il discorso si divide in due: nel caso in cui il lavoro che abbiamo finalmente trovato non ci piacesse, bisogna adattarsi alla nuova situazione e imparare come rendere di più per il bene comune dell’azienda per la quale si presta un servizio. In ogni caso si deve sempre cercare di imparare qualcosa per se stessi e migliorare interiormente. Se invece siamo riusciti a trovare il nostro lavoro dei sogni, dobbiamo cercare di passare ai gradini più alti del nostro nuovo mondo. Chi non vorrebbe diventare amministratore delegato invece di essere un semplice segretario? Per fare ciò, occorrono tempo, astuzia, convinzione e coraggio. Ma perché non anche competenza? Perché spesso questa passa in secondo piano rispetto alla scaltrezza. Talvolta è preferibile trovare soluzioni in fretta e poco originali e solide che intelligenti. Scrivo coraggio perché ci sono alcuni lavori per i quali si rischia persino la vita. Nel mio caso, io voglio essere un giornalista per far sapere alla gente comune quello che persone più potenti di loro fanno alle loro spalle. Ma non parlo di criminalità organizzata perché ritengo che sia un tema già ampiamente trattato per quanto vasto e complesso da affrontare soprattutto qui in Italia. Io voglio raccontare del marcio che sta dietro a società quotate in borsa come aziende petrolifere, sanitarie, alimentari e tante altre. Tutte società i cui maggiori esponenti si sono dimostrati talvolta poco affezionati ai loro clienti ma decisamente più attratti dai soldi dei loro acquirenti. Insomma il “soddisfatti o rimborsati” non è stato preso abbastanza seriamente da alcune aziende. Il problema di questa professione è che spesso la tanta agognata libertà di parola, fondamentale per scrivere al meglio, non è tanto accettata e molti sono i casi in cui giornalisti che si sono esposti in questo settore sono stati neutralizzati o addirittura annientati definitivamente. In generale credo che ognuno abbia il diritto e debba seguire i propri sogni nonostante tutti gli ostacoli che si possono incontrare nel far sì che si avverino per essere soddisfatto al cento per cento della propria vita in quanto è unica, non ci sono seconde possibilità.

(Andrea Ruzzeddu studia al liceo classico europeo Canopoleno)

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