Massimo Temussi: «Ospedali sardi da liberare, utilizziamo gli hotel»
Il neo commissario Ares parla per la prima volta dopo la nomina. «Prioritario ridurre la pressione sulle strutture e accelerare sui tamponi»
SASSARI. «Quella del Covid è una emergenza che sta mettendo in ginocchio il mondo, non solo la Sardegna. Per questo per ogni problema è necessario trovare una soluzione e non aggiungere altri problemi. Posso dire che ce la stiamo mettendo tutta, non ci sono orari e turni. Sto visitando ospedali, anche di notte. E quello che più mi ha impressionato è lo sguardo stanco ma sempre fiero dei medici, di tutti gli operatori sanitari in trincea. Hanno tanta voglia di fare per chi ne ha bisogno. E noi abbiamo l’obbligo di aiutarli il più possibile». Massimo Temussi, sassarese, laurea in Economia e commercio, ex direttore dell’Aspal, è stato appena nominato commissario straordinario dell’Ares (l’Azienda regionale della salute), la nomina è stata fatta dalla giunta regionale e per ora ha scadenza 31 dicembre. È alla guida della più grossa azienda gestionale creata in Sardegna, nata dopo il commissariamento dell’Ats (16500 dipendenti) che va a fine corsa. Temussi parla per la prima volta dopo la nomina e spiega che «le aziende sanitarie verranno sgravate dal peso della burocrazia e potranno fare “sanità pura”. È l’inizio di una grande riforma».
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La sfida della riforma. Più di quattromila chilometri in cinque giorni, avanti e indietro per la Sardegna, per ora solo a sbrogliare situazioni complicate e a sbattere la faccia contro le emergenze. Tanto che viene da chiedere: perché accettare un incarico così difficile in un momento che è a dir poco drammatico? «Sono uno che non si tira indietro, lavoro con umiltà. Il mio impegno è dare corpo alla riforma, per realizzare il progetto di una sanità moderna». La Sardegna però è ferma al palo, per questo, dice Temussi, «si deve partire dalle infrastrutture: gli ospedali sardi per il 75% oggi non sono accreditabili secondo quanto stabilito dai parametri nazionali. Sono vecchi e superati: dovrebbero durare mediamente 40 anni, invece da noi fanno registrare una gara di resistenza che tocca i 75 anni. Inadeguati, non consentono agli operatori sanitari di lavorare come dovrebbero e vorrebbero. Io li posso solo ringraziare perché hanno fatto sforzi pazzeschi, veri miracoli». È necessario costruire nuovi ospedali, «perché per una organizzazione efficiente servono per forza le strutture. C’è un piano regionale che li prevede, ma ora c’è l’emergenza Covid che assorbe ogni energia. Sono totalmente concentrato nell’analisi delle esigenze dei territori: posti letto, terapie intensive, pronto soccorso».
L’emergenza. Sanità e politiche sociali, Massimo Temussi coniuga le due cose e le mette al centro della propria attività. «C’è grande sofferenza, la prevenzione non sta funzionando. Stiamo subissando gli ospedali di richieste impossibili. E non saremo in questa condizione se non avessimo cannibalizzato gli investimenti sulla prevenzione. Servivano Usca più forti e organizzate, e anche una maggiore collaborazione da parte dei medici di famiglia. Oggi è doveroso lavorare a monte e non a valle». Il problema dei posti letto è in cima alle priorità: «C’è e ce lo terremo per un po’, purtroppo – sottolinea Massimo Temussi – dobbiamo riprogrammare in fretta, usando la testa. Lavorare insieme per ridisegnare la prevenzione in campo sanitario, anche riconfigurando i reparti. E lo abbiamo già fatto».
Alleggerire gli ospedali. «Cerchiamo il confronto con le strutture private, in particolare il Mater Olbia e il Policlinico di Sassari, ma dobbiamo utilizzare nel modo migliore gli “hotel della salute”, è la prima cosa che ho fatto quando sono stato nominato. È la strada per alleggerire la pressione e liberare gli spazi ospedalieri attualmente occupati da persone che non hanno bisogno da stare lì e possono essere seguiti correttamente in altri ambienti». Prevenzione vuol dire tamponi in tempi ragionevoli. «Abbiamo appena definito l’accordo con l’Esercito per allestire quattro centri hot-spot per i tamponi e il tracciamento nel territorio. Saranno ubicati nelle quattro province storiche più uno mobile per le case di riposo e le Rsa dove non è possibile spostare i pazienti. Entro oggi verranno individuate le location, saranno a ridosso degli ospedali».
Sos organici. Il personale insufficiente è l’altro elemento che salta agli occhi. «Stiamo provvedendo ad assumere 36 unità per supportare le Usca e i medici del territorio, lavoreranno per potenziare il tracciamento e collaboreranno con le strutture dell’Esercito. Bisognerà pianificare ogni giorno, valutando l’andamento dell’emergenza e intervenendo con azioni forti per non arrivare a momenti ancora più critici». Le immagini però sono quelle delle ambulanze in fila in attesa, i pazienti che non trovano assistenza adeguata. «Le riforme vere partono dal paziente e hanno al centro la persona. Le file le stiamo eliminando con un grande sforzo. Quelle ambulanze ferme per ore producono effetti devastanti anche sotto il profilo psicologico. Il nostro sistema sanitario sta reagendo per trovare soluzioni in tempo reale».
Il caso Sassari. Il capoluogo del Nord Sardegna è tra le realtà che soffrono maggiormente, una sola via per il pronto soccorso, condizioni drammatiche ogni giorno. «Ipotizziamo soluzioni tra lunedì e martedì. Le strutture sono obsolete. In una settimana abbiamo fatto diversi incontri, con la prefetta e con i sindacati. C’è sintonia, unità di intenti. Le richieste formulate sono oggettivamente corrette, sono stati molto onesti, tenendo conto della grave emergenza». Il sindacato è la leva fondamentale per fare arrivare il messaggio ai dipendenti. «Stiamo facendo il massimo per aiutarli. La riforma sanitaria può rivoluzionare l’assetto della Sardegna, peccato sia capitata in piena emergenza Covid. È una condizione che preoccupa tutti. Io ci penso ogni momento e dico che ognuno di noi ce la deve mettere tutta. Serve fare squadra, non c’è uno meno importante degli altri. Se posso dare un segnale di speranza, dico che soffrendo ce la faremo. Ho medici e infermieri, uomini e donne con le occhiaie, sfiniti. Ma con una determinazione che mi impressiona– conclude Temussi – e mi riempie di orgoglio. C’è gente veramente in gamba, garanzia per tutti. E noi dobbiamo stare con loro».
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