«Non riuscivo più a respirare ho sentito la morte vicina»
di Luigi Soriga
Nicola, guardia giurata ed ex atleta di 45 anni, dimesso dopo 7 giorni di incubo «La notte piangevo come un bambino per paura di non rivedere più mio figlio»
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SASSARI. «Non mi vergogno a dirlo: la notte, piangevo come un bambino. Avevo dolori dappertutto, un tir sopra il petto che mi schiacciava e mi toglieva l’aria. Guardavo il crocifisso e lo imploravo: ti prego, fammi tornare a casa da mia moglie Ester e da mio figlio Diego. Ti prego. Ha solo 11 anni, e anche io ne ho 45. È presto per morire».
«Pensavo che il Covid fosse una pratica che riguardasse gli anziani e i malati. Ero stupido come tutti gli altri. Superficiale, ignorante. Vivere sulla tua pelle questo virus terribile, ti fa vedere le cose nella loro crudezza. Guardi la morte in faccia, e vi assicuro che fa paura. E ora quando vedo la gente con le mascherine colorate, mi vien da prenderli a schiaffi. Usate le Ffp2, porca miseria! Proteggetevi come si deve. Questa non è una moda, questo non è un gioco. Io non so nemmeno come me lo sono beccato. Sono una guardia giurata, usavo mascherina, guanti, gel disinfettante. Usavo le precauzioni. Ed evidentemente a volte non bastano. Sono un ex atleta di lotta libera, ora un po’ sovrappeso, ma questa estate facevo apnea e avevo due minuti di autonomia. Adesso che sono da due giorni a casa, se vado dal letto al bagno, ho già il fiatone. Perché i miei polmoni sono come vetrificati, e ci vorranno parecchi mesi per riprendersi».
«Mi chiamo Nicola Cabizzosu, e giorni fa sono finito sulla Nuova perché sono quello che è stato soccorso dentro l’ambulanza, con un medico tutto bardato sceso di corsa giù a spararmi una dose di cortisone e attaccarmi all’ossigeno. Perché in Malattie infettive non c’era posto, il professor Babudieri al telefono litigava con gli altri medici, diceva di non mandargli pazienti perché non c’erano letti. A me è venuto il panico. In quel momento non riuscivo più a respirare, come i pesci che boccheggiano. Mi sono messo a urlare, mi sentivo morire, ero terrorizzato. Mi ricordo ogni istante di quel giorno. Non finiva mai».
«Da una settimana avevo 39 di febbre. Il mio medico di famiglia mi aveva prescritto la tachipirina. Avevo dolori atroci, poi pian piano sono spariti anche i sapori. Domenica mi è mancata l’aria, avevo il cuore a mille, mi sono agitato. Mia moglie ha chiamato il 118 e mi hanno portato in pronto soccorso. Arrivo alle 22: tampone positivo e poi tac. Ricordo perfettamente una frase scritta nel referto: “aree a vetro smerigliato”. Quelle parole, riferite ai miei polmoni, suonavano terribili».
«Sono rimasto dieci ore in una stanzetta, sdraiato su un lettino. Avevo ancora 39 di febbre, tremavo. Mi sentivo solo. Nessuno che ti desse conforto, che ti allungasse una bevanda calda. Ti senti perso, avevo paura. Mi hanno dato delle gocce per calmarmi».
«L’indomani, alle 10, mi comunicano che agli Infettivi si era liberato finalmente un posto: mi portano in ambulanza. Resto cinque ore in attesa, poi ho la crisi respiratoria e mi ricoverano d’urgenza. Avevo i valori di saturazione critici, e i medici mi dicono che mi somministreranno il Remdesivir, il farmaco che ha salvato la vita a Berlusconi e Trump. E penso: cavolo, da un lato sono contento, mi stanno dando la medicina migliore. Ma dall’altro devo essere proprio messo male se spendono per un povero cristo come me 2mila euro al flacone».
«I medici non sono in grado di rassicurarmi. Sono straordinari, affettuosi, ma allo stesso tempo sinceri. Gli ho chiesto: tornerò a casa? Non lo possiamo sapere: è un virus subdolo, ognuno reagisce a suo modo, ancora non c’è statistica».
«Allora prego. Nella stanza siamo in due, un altro paziente di 46 anni. Ci diamo forza. I medici con noi hanno meno contatti possibile, ogni volta devono bardarsi e le operazioni sono lunghe. Se chiedi una bottiglia d’acqua devi telefonare, e ti arriva dopo due ore. Gli ausiliari quando entrano per le pulizie, sono protetti da capo a piedi, ma si vede che sono terrorizzati. Uno ha un bimbo piccolo, è angosciato dall’idea di contagiarlo. Perché hanno la percezione di cosa sia questa roba, di quanto possa essere tremenda».
«Pregavo il crocefisso, l’ho fatto come mai in vita mia. Il mio unico contatto col mondo, per quei sette giorni, è stato il telefonino. Videochiamate con mia moglie e mio figlio, dove cercavo di farmi forza e stare sereno. Non volevo si preoccupassero, anche se Ester sapeva che rischiavo grosso. Come chiudevo la chiamata, mi scendevano le lacrime».
«Poi il farmaco di Berlusconi ha fatto effetto. Non potete capire il sollievo di riempire nuovamente i polmoni. Dopo 7 giorni mi hanno rimandato a casa. A mia moglie e mio figlio solo ieri hanno fatto il tampone: ancora non sanno l’esito».
«Ho voluto raccontare tutto questo perché sento troppe cazzate, e leggo tante fesserie. Con questo virus non si scherza, ti ritrovi in un attimo indifeso, senz’aria, senza sapere se l’indomani potrai sentire i tuoi cari. Sai che tuoi figlio ha bisogno di te. E allora piangi disperato, perché mai avresti pensato, un giorno, di vedere la morte così vicina».
«Pensavo che il Covid fosse una pratica che riguardasse gli anziani e i malati. Ero stupido come tutti gli altri. Superficiale, ignorante. Vivere sulla tua pelle questo virus terribile, ti fa vedere le cose nella loro crudezza. Guardi la morte in faccia, e vi assicuro che fa paura. E ora quando vedo la gente con le mascherine colorate, mi vien da prenderli a schiaffi. Usate le Ffp2, porca miseria! Proteggetevi come si deve. Questa non è una moda, questo non è un gioco. Io non so nemmeno come me lo sono beccato. Sono una guardia giurata, usavo mascherina, guanti, gel disinfettante. Usavo le precauzioni. Ed evidentemente a volte non bastano. Sono un ex atleta di lotta libera, ora un po’ sovrappeso, ma questa estate facevo apnea e avevo due minuti di autonomia. Adesso che sono da due giorni a casa, se vado dal letto al bagno, ho già il fiatone. Perché i miei polmoni sono come vetrificati, e ci vorranno parecchi mesi per riprendersi».
«Mi chiamo Nicola Cabizzosu, e giorni fa sono finito sulla Nuova perché sono quello che è stato soccorso dentro l’ambulanza, con un medico tutto bardato sceso di corsa giù a spararmi una dose di cortisone e attaccarmi all’ossigeno. Perché in Malattie infettive non c’era posto, il professor Babudieri al telefono litigava con gli altri medici, diceva di non mandargli pazienti perché non c’erano letti. A me è venuto il panico. In quel momento non riuscivo più a respirare, come i pesci che boccheggiano. Mi sono messo a urlare, mi sentivo morire, ero terrorizzato. Mi ricordo ogni istante di quel giorno. Non finiva mai».
«Da una settimana avevo 39 di febbre. Il mio medico di famiglia mi aveva prescritto la tachipirina. Avevo dolori atroci, poi pian piano sono spariti anche i sapori. Domenica mi è mancata l’aria, avevo il cuore a mille, mi sono agitato. Mia moglie ha chiamato il 118 e mi hanno portato in pronto soccorso. Arrivo alle 22: tampone positivo e poi tac. Ricordo perfettamente una frase scritta nel referto: “aree a vetro smerigliato”. Quelle parole, riferite ai miei polmoni, suonavano terribili».
«Sono rimasto dieci ore in una stanzetta, sdraiato su un lettino. Avevo ancora 39 di febbre, tremavo. Mi sentivo solo. Nessuno che ti desse conforto, che ti allungasse una bevanda calda. Ti senti perso, avevo paura. Mi hanno dato delle gocce per calmarmi».
«L’indomani, alle 10, mi comunicano che agli Infettivi si era liberato finalmente un posto: mi portano in ambulanza. Resto cinque ore in attesa, poi ho la crisi respiratoria e mi ricoverano d’urgenza. Avevo i valori di saturazione critici, e i medici mi dicono che mi somministreranno il Remdesivir, il farmaco che ha salvato la vita a Berlusconi e Trump. E penso: cavolo, da un lato sono contento, mi stanno dando la medicina migliore. Ma dall’altro devo essere proprio messo male se spendono per un povero cristo come me 2mila euro al flacone».
«I medici non sono in grado di rassicurarmi. Sono straordinari, affettuosi, ma allo stesso tempo sinceri. Gli ho chiesto: tornerò a casa? Non lo possiamo sapere: è un virus subdolo, ognuno reagisce a suo modo, ancora non c’è statistica».
«Allora prego. Nella stanza siamo in due, un altro paziente di 46 anni. Ci diamo forza. I medici con noi hanno meno contatti possibile, ogni volta devono bardarsi e le operazioni sono lunghe. Se chiedi una bottiglia d’acqua devi telefonare, e ti arriva dopo due ore. Gli ausiliari quando entrano per le pulizie, sono protetti da capo a piedi, ma si vede che sono terrorizzati. Uno ha un bimbo piccolo, è angosciato dall’idea di contagiarlo. Perché hanno la percezione di cosa sia questa roba, di quanto possa essere tremenda».
«Pregavo il crocefisso, l’ho fatto come mai in vita mia. Il mio unico contatto col mondo, per quei sette giorni, è stato il telefonino. Videochiamate con mia moglie e mio figlio, dove cercavo di farmi forza e stare sereno. Non volevo si preoccupassero, anche se Ester sapeva che rischiavo grosso. Come chiudevo la chiamata, mi scendevano le lacrime».
«Poi il farmaco di Berlusconi ha fatto effetto. Non potete capire il sollievo di riempire nuovamente i polmoni. Dopo 7 giorni mi hanno rimandato a casa. A mia moglie e mio figlio solo ieri hanno fatto il tampone: ancora non sanno l’esito».
«Ho voluto raccontare tutto questo perché sento troppe cazzate, e leggo tante fesserie. Con questo virus non si scherza, ti ritrovi in un attimo indifeso, senz’aria, senza sapere se l’indomani potrai sentire i tuoi cari. Sai che tuoi figlio ha bisogno di te. E allora piangi disperato, perché mai avresti pensato, un giorno, di vedere la morte così vicina».
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