L’indicazione della scuola: bimba chiusa in una stanza
di Gianni Bazzoni
Caso di positività in classe, gli alunni a casa e per una mamma inizia l’odissea
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SASSARI. Una mamma al tempo del Covid. Le paure, le incertezze, la solitudine e i silenzi che disorientano una intera famiglia quando improvvisamente si trova a fare i conti con l’obbligo di “isolare” la piccola di casa, 8 anni, perché entrata in contatto con un compagno di classe positivo al virus. E poi la ribellione all’indicazione di trattare la figlia quasi come una lebbrosa, da rinchiudere sola in una stanza in attesa di disposizioni.
È la storia che racconta M.P., madre di una bambina della scuola primaria di un piccolo comune del Meilogu. Tutto comincia il 23 ottobre quando la bimba esce da scuola alle 13,30 lasciando i compagni e saluta da dietro la mascherina: «Ciao maè, a mercoledì». Non va esattamente così. La scuola chiude fino al 28 ottobre perché sede di seggio elettorale. Ma il 24 la mamma di un’altra bambina comunica la positività di una delle alunne della classe al Covid-19. L’effetto sulle famiglie dei compagni è dirompente, non tanto per il fatto in sé (tutti solidarizzano) ma perché da quel momento comincia il calvario nella gestione della situazione da parte delle famiglie.
«Il sindaco del mio paese si è attivato subito comunicando l'isolamento dei bambini e chiudendo l'intera scuola – racconta la donna – rassicurandoci e mettendosi a disposizione delle famiglie. È l'unica autorità che troviamo presente in questa storia, e dobbiamo ringraziare soprattutto il suo buon senso».
Una difficoltà dopo l’altra e quella condizione di ansia che accompagna questi momenti. Cosa è meglio fare da subito? «Faccio appello al mio di buon senso – dice M.P. – chiudo la bambina in casa. Cerco risposte, più che altro cerco un interlocutore a cui porre le mie domande che sono semplici ma essenziali: quando farà il tampone? Posso andare al lavoro? La sorella deve essere isolata anche lei?».
Passano i giorni e non arriva nessun provvedimento, le responsabilità vengono rimbalzate tra scuola, Ats e Comune. L’unica cosa certa è che la famiglia non ha notizie precise, riferimenti zero. Nessuno sa più niente.
«Dopo cinque giorni la scuola chiama me e le altre famiglie – racconta ancora M.P. – avvisandomi che mia figlia deve stare in isolamento dentro una stanza senza contatti con i familiari (forse pensavano che fino al giorno prima fossimo tutti felici e contenti al parco dei divertimenti?). Inoltre mi viene comunicato che è stato mandato al Dipartimento di prevenzione l’elenco completo dei compagni di classe».
L’attesa continua e la giovane mamma si affida anche a Googgle, a quel motore di ricerca che tutto sa, o almeno questa è la speranza. «Digito “isolamento preventivo di un bambino in attesa di tampone”, e leggo quanto segue: ...bisognerebbe (il condizionale è d'obbligo) riservare al bambino una stanza dedicata, lasciarlo dormire da solo ed evitare la condivisione di qualsiasi oggetto e predisporre, inoltre, un bagno ad uso esclusivo del bambino... Chiudo il pc e penso che dalla ala est del mio enorme castello sia tutto, a voi la linea!».
Scatta il momento della ribellione. «Come potrei rinchiudere mia figlia in una stanza e spiegarle che io non sarò con lei in quella stanza e che dovrà stare senza mamma, senza abbracci senza tutto. E dovrei andare anche al lavoro?». Il fai date è tutto poggiato sul buon senso materno: «Decido di lasciare mia figlia dentro la sua casa e con la sua famiglia. Poi l’altro passo: non vado al lavoro. Parlo con la mia capa che mi dice queste parole: “Ti fermo in attesa del tampone della bimba. Forza, siamo una famiglia”. Il buon senso c’è, soprattutto il mio. Ma il vostro come istituzione che fine ha fatto? L’umanità che tanto insegniamo ai bambini dovrebbe essere alla base di ogni rapporto e più che mai nella scuola. É proprio quella umanità che ho visto mancare in questi lunghi giorni», dice M.P.
I bambini della classe al 31 ottobre sono ancora in isolamento poiché nessuno ha chiamato per dettare i tempi delle cose da fare e per dare aggiornamenti sui tamponi. «Personalmente sono sempre più avvilita per la situazione, e mi chiedo: si può lasciare una famiglia senza notizie in balia della lenta burocrazia, soprattutto quando ci sono di mezzo dei bambini che - Covid o no - sono pur sempre bambini con le loro fragilità e paure? Decido alla fine di rivolgermi a un laboratorio privato per il tampone».
E siamo ai primi di novembre. Il Dipartimento di prevenzione fa arrivare una comunicazione chiara: mercoledì fine isolamento, con o senza tampone.
«In quel momento ho pensato: Fine isolamento sino al prossimo caso di Covid! E allora dico: abbiate forza bambini, siete tanti piccoli guerrieri sicuramente più responsabili di molti adulti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È la storia che racconta M.P., madre di una bambina della scuola primaria di un piccolo comune del Meilogu. Tutto comincia il 23 ottobre quando la bimba esce da scuola alle 13,30 lasciando i compagni e saluta da dietro la mascherina: «Ciao maè, a mercoledì». Non va esattamente così. La scuola chiude fino al 28 ottobre perché sede di seggio elettorale. Ma il 24 la mamma di un’altra bambina comunica la positività di una delle alunne della classe al Covid-19. L’effetto sulle famiglie dei compagni è dirompente, non tanto per il fatto in sé (tutti solidarizzano) ma perché da quel momento comincia il calvario nella gestione della situazione da parte delle famiglie.
«Il sindaco del mio paese si è attivato subito comunicando l'isolamento dei bambini e chiudendo l'intera scuola – racconta la donna – rassicurandoci e mettendosi a disposizione delle famiglie. È l'unica autorità che troviamo presente in questa storia, e dobbiamo ringraziare soprattutto il suo buon senso».
Una difficoltà dopo l’altra e quella condizione di ansia che accompagna questi momenti. Cosa è meglio fare da subito? «Faccio appello al mio di buon senso – dice M.P. – chiudo la bambina in casa. Cerco risposte, più che altro cerco un interlocutore a cui porre le mie domande che sono semplici ma essenziali: quando farà il tampone? Posso andare al lavoro? La sorella deve essere isolata anche lei?».
Passano i giorni e non arriva nessun provvedimento, le responsabilità vengono rimbalzate tra scuola, Ats e Comune. L’unica cosa certa è che la famiglia non ha notizie precise, riferimenti zero. Nessuno sa più niente.
«Dopo cinque giorni la scuola chiama me e le altre famiglie – racconta ancora M.P. – avvisandomi che mia figlia deve stare in isolamento dentro una stanza senza contatti con i familiari (forse pensavano che fino al giorno prima fossimo tutti felici e contenti al parco dei divertimenti?). Inoltre mi viene comunicato che è stato mandato al Dipartimento di prevenzione l’elenco completo dei compagni di classe».
L’attesa continua e la giovane mamma si affida anche a Googgle, a quel motore di ricerca che tutto sa, o almeno questa è la speranza. «Digito “isolamento preventivo di un bambino in attesa di tampone”, e leggo quanto segue: ...bisognerebbe (il condizionale è d'obbligo) riservare al bambino una stanza dedicata, lasciarlo dormire da solo ed evitare la condivisione di qualsiasi oggetto e predisporre, inoltre, un bagno ad uso esclusivo del bambino... Chiudo il pc e penso che dalla ala est del mio enorme castello sia tutto, a voi la linea!».
Scatta il momento della ribellione. «Come potrei rinchiudere mia figlia in una stanza e spiegarle che io non sarò con lei in quella stanza e che dovrà stare senza mamma, senza abbracci senza tutto. E dovrei andare anche al lavoro?». Il fai date è tutto poggiato sul buon senso materno: «Decido di lasciare mia figlia dentro la sua casa e con la sua famiglia. Poi l’altro passo: non vado al lavoro. Parlo con la mia capa che mi dice queste parole: “Ti fermo in attesa del tampone della bimba. Forza, siamo una famiglia”. Il buon senso c’è, soprattutto il mio. Ma il vostro come istituzione che fine ha fatto? L’umanità che tanto insegniamo ai bambini dovrebbe essere alla base di ogni rapporto e più che mai nella scuola. É proprio quella umanità che ho visto mancare in questi lunghi giorni», dice M.P.
I bambini della classe al 31 ottobre sono ancora in isolamento poiché nessuno ha chiamato per dettare i tempi delle cose da fare e per dare aggiornamenti sui tamponi. «Personalmente sono sempre più avvilita per la situazione, e mi chiedo: si può lasciare una famiglia senza notizie in balia della lenta burocrazia, soprattutto quando ci sono di mezzo dei bambini che - Covid o no - sono pur sempre bambini con le loro fragilità e paure? Decido alla fine di rivolgermi a un laboratorio privato per il tampone».
E siamo ai primi di novembre. Il Dipartimento di prevenzione fa arrivare una comunicazione chiara: mercoledì fine isolamento, con o senza tampone.
«In quel momento ho pensato: Fine isolamento sino al prossimo caso di Covid! E allora dico: abbiate forza bambini, siete tanti piccoli guerrieri sicuramente più responsabili di molti adulti».
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