Lavoratori stagionali in Sardegna, in arrivo 14 milioni di euro
Confartigianato lancia l’allarme: «Troppe categorie dimenticate». Confcommercio: «Il problema è il codice Ateco»
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SASSARI. In una regione vocata al turismo è inevitabile che le restrizioni per la pandemia abbiano danneggiato non solo gli imprenditori ma anche l’esercito di lavoratori stagionali che gli consente di vivere. L’Aspal ha così bandito una avviso pubblico per questa categoria e più in generale per i lavoratori con contratto a termine, che porterà all’erogazione di indennizzi economici per sostenere la categoria con una serie di interventi straordinari. L’assessora regionale del lavoro, Alessandra Zedda, annuncia che a questo scopo sono destinati 14 milioni di euro – a valere sul Por Fse 2014-2020 – a favore di dipendenti stagionali, anche all’estero, lavoratori con contratto a chiamata, occasionale o a progetto e operatori addetti al lavoro domestico e di cura. «Queste categorie – spiega – sono già caratterizzate da fenomeni di instabilità e incertezza occupazionale e spesso non godono di alcun ammortizzatore sociale». Gli stagionali del turismo da maggio ad agosto riceveranno 1000 euro per ciascun mese; per i contratti a termine degli altri settori (anche all’estero) da maggio a luglio, previsti 600 euro per ciascun mese (in entrami i casi per maggio solo qualora non sia stato percepito alcun indennizzo da misure statali). Le domande potranno essere presentate a partire dal 11 novembre 2020 attraverso il portale sardegnalavoro.it. La procedura è a esaurimento e non ha quindi scadenza.
I dimenticati. «In Sardegna troppe imprese non riceveranno sostegno dallo Stato: è necessario un Decreto bis». A lanciare l’allarme è Antonio Matzutzi, presidente di Confartigianato Sardegna, che chiede «contributi adeguati, concreti e veloci». L’associazione artigiana ricorda che sono fuori dal sostegno «categorie come i bus operator e i fotografi, solo per fare degli esempi, ma anche tutti quei mestieri artigiani che ruotano intorno alla produzione e ai servizi per la ristorazione e somministrazione, dalle pizzerie a taglio alle gastronomie, passando per rosticcerie e piadinerie, non ammesse ai contributi nonostante i vistosi e prolungati cali di fatturato, e quelle che gravitano nel turismo, negli eventi, nei convegni e nei congressi, di fatto senza mercato da 7/8 mesi. Senza dimenticare le imprese appartenenti alle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura, per le quali la Confederazione chiede di includere le imprese agroalimentari artigiane di prima trasformazione di prodotti agricoli (lavorazione carni e trasformazione dei prodotti caseari) che subiscono gravi danni economici a causa delle restrizioni imposte al settore della ristorazione».
Un decreto bis. Il problema è il possesso o meno di un determinato codice Ateco e per Matzutzi occorre «un decreto ombrello che esca dalla logica dei codici, sistema che ha dimostrato nei fatti di escludere intere categorie colpite tanto quanto se non in misura maggiore di quelle coinvolte». Confartigianto suggerisce «contributi a fondo perduto, sul modello di quanto previsto dal decreto rilancio, erogati alle imprese danneggiate previa verifica del calo del fatturato riscontrata ad una certa data, rispetto al fatturato nel medesimo periodo (almeno semestrale), riferito all’anno precedente. Le risorse andranno attinte dai fondi riservati all’Italia dal Recovery Fund».
Questione di codici. Accade che oltre alle 53 attività salvaguardate dal Dpcm ve ne siano alcune letteralmente dimenticate. Tanto che appaiono come una coperta troppo corta i 50 milioni stanziati per il fondo di emergenza. Particolarmente colpita la ristorazione: molti ad esempio gli operatori in franchising che rischiano di perdere il 50-60%, ma anche l’ingrosso che serve il settore e parecchi ambulanti, messi in crisi dal divieto di sagre e fiere; e fioristi, spiazzati dallo stop imposto a un gran numero di eventi e cerimonie. Il direttore regionale di Confcommercio, Sara Pintus: «Anche per loro la questione è il codice Ateco con il quale è stata aperta la partita Iva, per cui ci ritroviamo lavoratori dello stesso settore ma catalogati in maniera differente. Un aspetto che non è stato preso in considerazione quando è stato fatto il decreto». (a.palmas)
I dimenticati. «In Sardegna troppe imprese non riceveranno sostegno dallo Stato: è necessario un Decreto bis». A lanciare l’allarme è Antonio Matzutzi, presidente di Confartigianato Sardegna, che chiede «contributi adeguati, concreti e veloci». L’associazione artigiana ricorda che sono fuori dal sostegno «categorie come i bus operator e i fotografi, solo per fare degli esempi, ma anche tutti quei mestieri artigiani che ruotano intorno alla produzione e ai servizi per la ristorazione e somministrazione, dalle pizzerie a taglio alle gastronomie, passando per rosticcerie e piadinerie, non ammesse ai contributi nonostante i vistosi e prolungati cali di fatturato, e quelle che gravitano nel turismo, negli eventi, nei convegni e nei congressi, di fatto senza mercato da 7/8 mesi. Senza dimenticare le imprese appartenenti alle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura, per le quali la Confederazione chiede di includere le imprese agroalimentari artigiane di prima trasformazione di prodotti agricoli (lavorazione carni e trasformazione dei prodotti caseari) che subiscono gravi danni economici a causa delle restrizioni imposte al settore della ristorazione».
Un decreto bis. Il problema è il possesso o meno di un determinato codice Ateco e per Matzutzi occorre «un decreto ombrello che esca dalla logica dei codici, sistema che ha dimostrato nei fatti di escludere intere categorie colpite tanto quanto se non in misura maggiore di quelle coinvolte». Confartigianto suggerisce «contributi a fondo perduto, sul modello di quanto previsto dal decreto rilancio, erogati alle imprese danneggiate previa verifica del calo del fatturato riscontrata ad una certa data, rispetto al fatturato nel medesimo periodo (almeno semestrale), riferito all’anno precedente. Le risorse andranno attinte dai fondi riservati all’Italia dal Recovery Fund».
Questione di codici. Accade che oltre alle 53 attività salvaguardate dal Dpcm ve ne siano alcune letteralmente dimenticate. Tanto che appaiono come una coperta troppo corta i 50 milioni stanziati per il fondo di emergenza. Particolarmente colpita la ristorazione: molti ad esempio gli operatori in franchising che rischiano di perdere il 50-60%, ma anche l’ingrosso che serve il settore e parecchi ambulanti, messi in crisi dal divieto di sagre e fiere; e fioristi, spiazzati dallo stop imposto a un gran numero di eventi e cerimonie. Il direttore regionale di Confcommercio, Sara Pintus: «Anche per loro la questione è il codice Ateco con il quale è stata aperta la partita Iva, per cui ci ritroviamo lavoratori dello stesso settore ma catalogati in maniera differente. Un aspetto che non è stato preso in considerazione quando è stato fatto il decreto». (a.palmas)
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