La Nuova Sardegna

«Pronto 118, non respiro» l’inferno Covid in diretta

di Luigi Soriga
«Pronto 118, non respiro» l’inferno Covid in diretta

Una giornata nella centrale operativa assediata dalle chiamate dei pazienti È una lotta contro il tempo: tre minuti per valutare i sintomi e decidere un destino

5 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Non hanno occhi per guardare e mani per toccare. Allora si affinano all’unico senso disponibile per una diagnosi istantanea, per attribuire un codice, e salvare una vita. Nella centrale del 118 hai tre minuti per decidere un destino: l’udito diventa uno stetoscopio, una tomografia assiale, l’unica sonda per scrutare un paziente, a distanza, ma nel profondo.

Il covid cambia le voci. Le assottiglia, le fa più strascicate, come quelle di un corridore che annaspa in salita. Gli operatori telefonici del 118 ormai ci hanno fatto l’orecchio. Maura Sechi, 32 anni, infermiera, prende una chiamata, riconosce subito la tosse, il respiro pesante, la pendenza che ha cominciato ad aumentare.

- Pronto centrale

-Ho bisogno di un’ambulanza, non respiro più. Sto sempre peggio. Per favore venite subito. -Da quanto sta male signora? Il suo medico l’ha visitata? Che terapia sta assumendo?

-Sto così da 5 giorni, ma oggi peggio. Il mio medico non è venuto, ha avvisato l’Usca, ma non si è fatto vivo nessuno. Aiutatemi voi.

È una voce esile esile, come quella di una nonna stanca, che ha appena fatto una rampa di scale e ora riprende fiato. Le parole affaticate, a mollo in un rallenty .

-Dove abita signora? Quanti anni ha?

-52, ho 52 anni.

Ed è qui che capisci come la fame d’aria trasformi chiunque in un essere debole e indifeso, in un pesce che ha smesso di lottare e boccheggia. Quella era la voce implorante di una vecchina di 80 anni, che vede la morte in faccia. Ci avresti giurato. E invece è una donna di 52 anni sulla quale il Covid sta passando sopra come uno schiacciasassi, comprimendo il petto, il respiro, il coraggio e la vita.

-Le mandiamo subito un’ambulanza. Ci dia il recapito del suo medico.

Già, i medici di famiglia. In troppi, in questo fronte caldo, combattono dalle retrovie. «Non vanno a visitare i loro assistiti. Fanno tutto a distanza e per telefono. Avvisano l’Usca e finisce lì. Ma l’Usca non è un esercito di postini che l’indomani bussa alla porta: sono pochi e si attivano dopo giorni. Purtroppo in questa fase il 118 è l’unico numero che risponde sempre e comunque. Anche se riceviamo mediamente 600 telefonate al giorno, delle quali più della metà sono covid. Ormai facciamo emergenza, ma anche consulenza telefonica, come un telefono amico. Anche solo per rassicurare la gente positiva a casa, che si sente abbandonata. I medici di base dovrebbero aiutarci di più, alleggerirci dalla pressione insostenibile, e invece spesso non fanno fino in fondo il loro lavoro. E il sistema è al collasso».

Al telefono c’è un altro paziente covid, mezza età, di Sassari. Ha una brutta tosse, la saturazione a 94, che scende quando cammina. Il medico di base ha dato una terapia cortisonica che non convince il 118. Decidono di chiamarlo.

-È andata a visitare il suo paziente?

-Un positivo covid? Ma anche no.

-Perché non l’ha visitato?

-L’Ats non mi ha fornito i dpi e ho la responsabilità su altri 1000 assistiti: se io mi dovessi ammalare rimarrebbero scoperti.

-Senta, noi andiamo in ambulanza a prelevare i malati, e non aspettiamo che qualcuno ci fornisca tute e mascherina. Se per fare il nostro lavoro ci servono, ce le compriamo.

Sono le 15,30, i 5 monitor della centrale operativa del 118 si illuminano di continuo, non c’è un solo istante in cui almeno un operatore non sia impegnato con una richiesta di soccorso. E quando ha un istante di tregua, cerca di incastrare le ambulanze, l’elicottero, come il gioco del 15, con le tessere da liberare e rimettere in fila. Non c’è solo covid: c’è un ragazzo caduto da un’impalcatura di 2 metri, che ha sbattuto la testa e ha perso i sensi. C’è una bimba di 4 anni con una caramella incastrata in gola, e una mamma che grida disperata. Le ambulanze poi sono ostaggi dei pronto soccorsi ingolfati: a Sassari prima di scaricare un paziente restano in stand by 4 o 6 ore, a Nuoro anche 48. Significa che in quell’esatto istante, se arriva una richiesta d’aiuto, non c’è un mezzo disponibile prima di 25 minuti. E così si rischia di morire.

«Se tutti non fanno la propria parte – dice la dottoressa Maria Giovanna Del Rio – qui non ne usciamo. Mi rivolgo ai medici di base, ma anche alle persone che pretendono un’ambulanza spesso per una fesseria».

Il 118 non può rifiutarla, perché altrimenti è passibile di denuncia. Ma ha i suoi efficaci sistemi di dissuasione. -Signora è proprio sicura di voler andare in pronto soccorso? Con 8 o 10 ore di attesa? O con il rischio di finire in un percorso sporco?

A volte però il telefono squilla per disperazione. Ci sono famiglie con figli piccoli, in isolamento fiduciario da due settimane, ancora in attesa dell’esito dei tamponi, che non hanno più cibo per mangiare.

«Chiamano il 118 accusando malori, chiedono di essere portati in ospedale in modo da avere finalmente un responso al covid».

Fanno tenerezza i ragazzi di 16 o 20 anni. Il virus si è insinuato nelle case, per la prima volta ha scardinato la loro roccaforte di incontaminata fiducia nel futuro, ha aggredito gli affetti. Perché la fascia più colpita, in questa seconda ondata, è quella dei genitori di 50-60 anni. E i figli chiamano con voci tremolanti, in preda al panico: «Mio padre non respira bene. Vi prego, fate in fretta».

E poi ci sono loro, i più fragili in assoluto: le persone disabili. Quelle che dipendono in tutto e per tutto dalle loro mamme o dai loro papà. Perderli significherebbe precipitare nel vuoto. Spesso si affacciano inconsapevoli su questo abisso di abbandono, ci camminano sull’orlo senza percepire la vertigine. Ma quando i medici vanno a prenderli, vestiti di bianco, con le maschere, a strapparli dall’abbraccio dei loro cari, le persone disabili sono come cuccioli impauriti.

«È una cosa che spezza il cuore – dice Giovanna Del Rio – sono come bimbi che per la prima volta si ritrovano soli, senza la consolazione di una mamma. Il covid sa essere davvero spietato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative