Medici di base in trincea: «Siamo il primo argine»
di Luigi Soriga
La replica alle critiche: «Facciamo il possibile, non ci sono solo i pazienti Covid»
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SASSARI. Si può venir fuori da questa enorme burrasca Covid, se tutta la sanità rema nella stessa direzione e con le stesse energie. La verità è che l’emergenza sommerge tutto, e ogni comparto annaspa. Affondano i pronto soccorsi inondati di accessi, sono sotto la linea di galleggiamento i reparti senza più posti letto, sono in apnea gli operatori del 118 che si ritrovano senza ambulanze e con centinaia di chiamate di soccorso. In questo scenario vengono chiamati in causa i medici di base, ai quali viene richiesto un impegno più incisivo in prima linea, cioè sul fronte covid, con visite a domicilio ai pazienti positivi. Il fatto è, che, a quanto pare, anche i medici di famiglia sono allo stremo delle forze.
«È ingeneroso puntare il dito sulla nostra categoria. La pandemia ha decuplicato il nostro impegno di lavoro – dice Antonello Desole, segretario provinciale di Sassari dei medici di base – dedichiamo ai pazienti 14 ore al giorno, rispondiamo a cento telefonate, ci facciamo carico di incombenze non previste nel contratto, e ora si pretende da noi che si vada a effettuare visite domiciliare dai positivi al Covid?».
Forse si alleggerirebbe il sovraccarico di lavoro dei medici del 118, che eviterebbero di andare in ambulanza dai pazienti per rilevare i valori di saturazione. O si ridurrebbero in parte gli accessi impropri al pronto soccorso.
«Mettiamo in chiaro un aspetto: la visita al paziente covid non serve. Anche se noi andassimo a domicilio, l’evoluzione del quadro clinico non cambierebbe di una virgola. Se la saturazione è bassa, se c’è dispnea e mancanza di ossigeno, il paziente va comunque trasferito presso le strutture covid. Non a caso l’Ats non ha fornito indicazioni ai medici di base sulla necessità di visitare i positivi. A che servirebbero altrimenti le Usca? Dobbiamo sostituirci anche a loro?».
Ma le persone in quarantena si lamentano che le Usca latitano. Che i tamponi vengono effettuati con grande ritardo, costringendo famiglie a reclusione forzata.
«Questo è un problema che abbiamo ben presente: di tutti i casi che noi segnaliamo all’Usca, meno del 10% viene seguito, monitorato e tamponato dall’Usca. Siamo noi che per primi sentiamo l’anziano o il giovane con la tosse e un filo di voce, che facciamo la diagnosi, che attribuiamo una terapia secondo i protocolli e che ogni giorno chiamiamo al telefono per sapere come evolve la patologia. Tengo a sottolineare che al 118 e al pronto soccorso va a finire solo il 5% dei malati covid, perché questa è la percentuale che precipita in insufficienza respiratoria. Ma gli altri 95, tengo a rimarcarlo, li gestiamo a distanza e con grande sacrificio e scrupolo, noi medici di base. E questo è solo il capitolo covid. Poi c’è tutto il resto».
Ad esempio?
«Se prendiamo 1000 nostri pazienti, solo 120 sono positivi. Ecco: gli altri 880 hanno il diritto di essere curati e non devono subire i contraccolpi della pandemia. Questo lavoro istituzionale, fatto di visite in ambulatorio, nelle case di riposo, prescrizioni di farmaci, telefonate è sacrosanto. A questa routine ora si è aggiunto il sovraccarico covid».
Di cosa vi occupate?
«Ci è stata rovesciata addosso la gestione dei test sierologici e una vaccinazione fallimentare. 600 dosi promesse, arrivate appena 90. Vaccini riconsegnati il 9 novembre, nuovamente finiti il 10, con i nostri ambulatori subissati da centinaia di chiamate di proteste che ci sottraggono tempo prezioso. Come se non bastasse, c’è la parte burocratica: certificazioni Inps per assenze di lavoro, che spetterebbero all’Igiene Pubblica, ma da un anno sono nostra prerogativa. Non perdere il posto di lavoro, è importante quanto guarire. Poi ci sono da compilare le schede di primo contatto e inoltrarle alla Regione. Non sarebbe nostro compito, ma le inviamo anche all’Igiene Pubblica, chiediamo i tamponi, certifichiamo l’isolamento. È una mole di lavoro che nessuno immagina. La lotta al covid non si fa solo indossando una tuta, saltando dentro un’ambulanza e affrontando il nemico con sprezzo del pericolo. Anche perché, se poi si guardano le statistiche, i medici più infettati nel territorio siamo noi. Solo a Sassari ci sono 12 medici di base positivi, che si pagano un sostituto di tasca propria per non abbandonare 15mila pazienti».
«È ingeneroso puntare il dito sulla nostra categoria. La pandemia ha decuplicato il nostro impegno di lavoro – dice Antonello Desole, segretario provinciale di Sassari dei medici di base – dedichiamo ai pazienti 14 ore al giorno, rispondiamo a cento telefonate, ci facciamo carico di incombenze non previste nel contratto, e ora si pretende da noi che si vada a effettuare visite domiciliare dai positivi al Covid?».
Forse si alleggerirebbe il sovraccarico di lavoro dei medici del 118, che eviterebbero di andare in ambulanza dai pazienti per rilevare i valori di saturazione. O si ridurrebbero in parte gli accessi impropri al pronto soccorso.
«Mettiamo in chiaro un aspetto: la visita al paziente covid non serve. Anche se noi andassimo a domicilio, l’evoluzione del quadro clinico non cambierebbe di una virgola. Se la saturazione è bassa, se c’è dispnea e mancanza di ossigeno, il paziente va comunque trasferito presso le strutture covid. Non a caso l’Ats non ha fornito indicazioni ai medici di base sulla necessità di visitare i positivi. A che servirebbero altrimenti le Usca? Dobbiamo sostituirci anche a loro?».
Ma le persone in quarantena si lamentano che le Usca latitano. Che i tamponi vengono effettuati con grande ritardo, costringendo famiglie a reclusione forzata.
«Questo è un problema che abbiamo ben presente: di tutti i casi che noi segnaliamo all’Usca, meno del 10% viene seguito, monitorato e tamponato dall’Usca. Siamo noi che per primi sentiamo l’anziano o il giovane con la tosse e un filo di voce, che facciamo la diagnosi, che attribuiamo una terapia secondo i protocolli e che ogni giorno chiamiamo al telefono per sapere come evolve la patologia. Tengo a sottolineare che al 118 e al pronto soccorso va a finire solo il 5% dei malati covid, perché questa è la percentuale che precipita in insufficienza respiratoria. Ma gli altri 95, tengo a rimarcarlo, li gestiamo a distanza e con grande sacrificio e scrupolo, noi medici di base. E questo è solo il capitolo covid. Poi c’è tutto il resto».
Ad esempio?
«Se prendiamo 1000 nostri pazienti, solo 120 sono positivi. Ecco: gli altri 880 hanno il diritto di essere curati e non devono subire i contraccolpi della pandemia. Questo lavoro istituzionale, fatto di visite in ambulatorio, nelle case di riposo, prescrizioni di farmaci, telefonate è sacrosanto. A questa routine ora si è aggiunto il sovraccarico covid».
Di cosa vi occupate?
«Ci è stata rovesciata addosso la gestione dei test sierologici e una vaccinazione fallimentare. 600 dosi promesse, arrivate appena 90. Vaccini riconsegnati il 9 novembre, nuovamente finiti il 10, con i nostri ambulatori subissati da centinaia di chiamate di proteste che ci sottraggono tempo prezioso. Come se non bastasse, c’è la parte burocratica: certificazioni Inps per assenze di lavoro, che spetterebbero all’Igiene Pubblica, ma da un anno sono nostra prerogativa. Non perdere il posto di lavoro, è importante quanto guarire. Poi ci sono da compilare le schede di primo contatto e inoltrarle alla Regione. Non sarebbe nostro compito, ma le inviamo anche all’Igiene Pubblica, chiediamo i tamponi, certifichiamo l’isolamento. È una mole di lavoro che nessuno immagina. La lotta al covid non si fa solo indossando una tuta, saltando dentro un’ambulanza e affrontando il nemico con sprezzo del pericolo. Anche perché, se poi si guardano le statistiche, i medici più infettati nel territorio siamo noi. Solo a Sassari ci sono 12 medici di base positivi, che si pagano un sostituto di tasca propria per non abbandonare 15mila pazienti».
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