la proposta degli 11 medici di medicina generale
Un progetto pilota a Porto Torres: tensostruttura per i tamponi
di Nadia Cossu
SASSARI. «Siamo disponibili a effettuare i tamponi sui cittadini, vogliamo farlo e vi proponiamo anche la soluzione: coinvolgete le singole amministrazioni comunali e le autorità competenti perché...
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SASSARI. «Siamo disponibili a effettuare i tamponi sui cittadini, vogliamo farlo e vi proponiamo anche la soluzione: coinvolgete le singole amministrazioni comunali e le autorità competenti perché venga individuato uno spazio aperto in ogni comune, ad esempio un’area parcheggio, dove collocare una tensostruttura, in collaborazione con la Protezione civile o con l’Esercito».
Arriva dagli undici medici di base di Porto Torres la proposta messa nero su bianco dagli avvocati Liliana Pintus e Giulia Anna Manca, firmata e indirizzata al ministro Speranza, alla Regione e all’Ats. Si tratta della prima iniziativa di questo genere in Sardegna che vede protagonista un gruppo di medici di medicina generale. Un tentativo concreto di superare l’attuale intasamento sanitario che riguarda anche la carenza di personale da impiegare nell’esecuzione dei test. Una soluzione individuata dai medici di Porto Torres dopo aver esaminato le numerose criticità presenti nel nuovo accordo collettivo nazionale che disciplina i rapporti tra medici di medicina generale e servizio sanitario nazionale in seguito all’allarme Covid. Eccone alcune.
I locali. Quelli dove i medici hanno i loro ambulatori sono, generalmente, appartamenti che si trovano in strutture condominiali che non hanno le caratteristiche richieste dalla normativa straordinaria anti Sars-Cov-2.
I campioni biologici. L’effettuazione dei tamponi ai pazienti impone, oltre all’esecuzione della prestazione comunque invasiva, la raccolta di campioni biologici, l’uso di abbigliamento e dpi conformi alla normativa (tute a biocontenimento, guanti, sovrascarpe, copricapo, mascherine, visiere e camici). Questi materiali devono essere obbligatoriamente forniti dal Ssn.
La sanificazione. L’esecuzione dei tamponi imporrebbe la sanificazione quotidiana dei locali con metodi particolari, perché l’ingresso in ambulatorio di positivi espone chi frequenta lo studio medico al contagio.
Carenza kit e formazione. Bisogna individuare con precisione i soggetti ai quali dovrà essere garantita l’esecuzione del test diagnostico, vista la limitata quantità dei kit, e serve un’adeguata formazione per i medici che dovranno effettuare i tamponi.
Rifiuti speciali. Poi serve un protocollo per lo smaltimento dei rifiuti speciali che scaturiscono dalla prestazione diagnostica.
Tutte criticità che i due avvocati hanno elencato nel documento e che devono essere eliminate. Quindi la proposta dello spazio all’aperto: «Qui i medici di base si organizzerebbero anche attraverso colleghi da loro individuati e delegati per eseguire i test diagnostici richiesti. A questi colleghi sarebbero destinate le somme previste a titolo di compensi dalle recenti modifiche dell’accordo collettivo nazionale. In alternativa, in queste tensostrutture potrebbero essere dislocati i medici specialisti che svolgono normalmente attività di specialistica ambulatoriale che però in questo momento è fortemente ridotta e sospesa». In questo modo i medici di base potrebbero continuare ad assistere i loro pazienti, «garantendo la tutela della salute di tutti e assicurando maggiore efficienza nell’organizzazione delle diagnosi e nell’esecuzione dei test».
Arriva dagli undici medici di base di Porto Torres la proposta messa nero su bianco dagli avvocati Liliana Pintus e Giulia Anna Manca, firmata e indirizzata al ministro Speranza, alla Regione e all’Ats. Si tratta della prima iniziativa di questo genere in Sardegna che vede protagonista un gruppo di medici di medicina generale. Un tentativo concreto di superare l’attuale intasamento sanitario che riguarda anche la carenza di personale da impiegare nell’esecuzione dei test. Una soluzione individuata dai medici di Porto Torres dopo aver esaminato le numerose criticità presenti nel nuovo accordo collettivo nazionale che disciplina i rapporti tra medici di medicina generale e servizio sanitario nazionale in seguito all’allarme Covid. Eccone alcune.
I locali. Quelli dove i medici hanno i loro ambulatori sono, generalmente, appartamenti che si trovano in strutture condominiali che non hanno le caratteristiche richieste dalla normativa straordinaria anti Sars-Cov-2.
I campioni biologici. L’effettuazione dei tamponi ai pazienti impone, oltre all’esecuzione della prestazione comunque invasiva, la raccolta di campioni biologici, l’uso di abbigliamento e dpi conformi alla normativa (tute a biocontenimento, guanti, sovrascarpe, copricapo, mascherine, visiere e camici). Questi materiali devono essere obbligatoriamente forniti dal Ssn.
La sanificazione. L’esecuzione dei tamponi imporrebbe la sanificazione quotidiana dei locali con metodi particolari, perché l’ingresso in ambulatorio di positivi espone chi frequenta lo studio medico al contagio.
Carenza kit e formazione. Bisogna individuare con precisione i soggetti ai quali dovrà essere garantita l’esecuzione del test diagnostico, vista la limitata quantità dei kit, e serve un’adeguata formazione per i medici che dovranno effettuare i tamponi.
Rifiuti speciali. Poi serve un protocollo per lo smaltimento dei rifiuti speciali che scaturiscono dalla prestazione diagnostica.
Tutte criticità che i due avvocati hanno elencato nel documento e che devono essere eliminate. Quindi la proposta dello spazio all’aperto: «Qui i medici di base si organizzerebbero anche attraverso colleghi da loro individuati e delegati per eseguire i test diagnostici richiesti. A questi colleghi sarebbero destinate le somme previste a titolo di compensi dalle recenti modifiche dell’accordo collettivo nazionale. In alternativa, in queste tensostrutture potrebbero essere dislocati i medici specialisti che svolgono normalmente attività di specialistica ambulatoriale che però in questo momento è fortemente ridotta e sospesa». In questo modo i medici di base potrebbero continuare ad assistere i loro pazienti, «garantendo la tutela della salute di tutti e assicurando maggiore efficienza nell’organizzazione delle diagnosi e nell’esecuzione dei test».
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